martedì 1 settembre 2009

Le spiagge siciliane sfregiate dai siciliani


“Repubblica - Palermo”
1 settembre 2009

EGOISMI E PIGRIZIE CHE SFREGIANO LE SPIAGGE

Lo si è notato in diversi angoli e in diverse date: il mare della provincia palermitana quest’anno è stato davvero invitante. A Terrasini come a Santa Flavia, a Mondello come a Finale di Pollina, acque trasparenti e mai troppo fredde: senza nessuna esagerazione sciovinistica, nulla da invidiare a spiagge e coste rocciose della Grecia, del Brasile o di Cuba.
Eppure. Eppure questi privilegi della Natura vengono puntualmente sfregiati, o almeno incrinati, da una mistura - difficilmente definibile - di egoismo asociale e di pigrizia istituzionale. Solo due esempi, tragicomici, fra innumerevoli possibili.
A Vergine Maria, accanto ad un tonnara recuperata, una deliziosa spiaggetta viene invasa nei mesi estivi non solo da bagnanti talmente affezionati che la trasformano in campeggio abusivo (ovviamente senza servizi igienici né attrezzature per cucinare), ma anche da abitanti del borgo che non mostrano il minimo senso di protezione verso questo gioiello. E se una signora, svuotata una bottiglia di acqua fresca, la getta a un metro dal suo ombrellone e si sente chiedere da una ‘vicina’, con gentilezza ma anche sottile ironia, se intenda disfarsene, risponde - con candore disarmante: “No, signora, non mi serve più. La prende Lei, senza problemi…”.

Il litorale di Cefalù, con vista sull’agglomerato urbano dominato dal duomo arabo-normanno, è un altro luogo magico. Provate a percorrerlo a piedi nudi, lasciandovi lambire dalle onde che si allungano sulla battigia: un’esperienza incantevole. Tuttavia noterete degli scarti abissali fra i tratti corrispondenti a lidi privati e i tratti totalmente accessibili: limpidi i primi, indecorosi gli altri. L’aggettivo mi esonera, spero, dal precisare che generi di rifiuti umani ed animali insozzano questi segmenti demaniali che tra gente civile sarebbero considerati di “tutti”, da noi di “nessuno”. Mentre percorrevo il bagna-asciuga alternando sensazioni e pensieri opposti (”Costerebbe tanto incaricare nei tre mesi estivi quattro ‘lavoratori socialmente utili’ - due al mattino e due alla sera - di tener pulita la spiaggia?”) mi sono imbattuto in una disputa fra bagnanti di elevato interesse filosofico-giuridico. Un tubo che porta l’acqua delle docce nella zona ‘pubblica’ è perforato da giorni e - dicono in più d’uno - che le segnalazioni al Comune sono rimaste inevase. Un signore pensa allora di chiudere un passante manifestando a voce alta la propria opinione: “Sono un cittadino di Cefalù, pago le tasse e dunque pago anche quest’acqua che si spreca”. Gli ribatte un altro signore con toni non meno vivaci: “Anch’io sono un cittadino di Cefalù, pago le tasse e dunque ho diritto a una doccia fresca dopo il bagno a mare. Per questo aprirò il passante non appena Lei girerà l’angolo”. Nella mia ingenuità ho supposto di tagliare con un colpo di spada il nodo gordiano e mi sono spostato alla ricerca di due ausiliari del traffico che operavano lì vicino, ma la risposta mi ha gelato: “L’abbiamo già segnalato da giorni, ma a quanto pare non si riesce a riparare il guasto”. Un tubo, dal diametro di due o tre centimetri, bucato in un solo punto non si può riparare: ci può essere definizione più efficace di ’sottosviluppo’? Forse un giorno anche noi cittadini siciliani considereremo fatti del genere con l’appropriata severità con cui, in Finlandia o in Austria, vengono già considerati dal comune senso del pudore: barbarie civica.
Proprio il giorno prima avevo letto sui quotidiani che la regione siciliana non riesce a collocare 150 dipendenti del disciolto Ente Acquedotti Siciliani, stipendiati dunque per non far nulla: non è che magari qualcuno di loro sarebbe idraulico e potrebbe restituire a migliaia di turisti il piacere di una doccia in uno dei posti più belli del mondo? Quando leggo le interviste agli albergatori e agli operatori turistici siciliani sul calo di presenze degli ospiti, mi viene facile condividere il loro amareggiato stupore: solo che mi stupisco - per motivi esattamente inversi - di quanto numericamente contenuto risulti questo calo nonostante l’accoglienza che riserviamo agli ospiti.

Augusto Cavadi

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