venerdì 30 ottobre 2009

Elio Rindone intervista Augusto su “Il Dio dei mafiosi”


“Centonove” 30 ottobre 2009

QUEI CATTOLICI DEI MAFIOSI
di Elio Rindone

Nel 1994 aveva già pubblicato, con le Edizioni Dehoniane di Bologna, i due volumi “Il vangelo e la lupara”. Adesso, Augusto Cavadi, esce con questo nuovo volume “Il Dio dei mafiosi” con le Edizioni San Paolo di Milano. “Si tratta di due opere molto differenti per almeno due ragioni” - spiega l’autore -. Intanto i due volumi del 1994 raccoglievano antologicamente saggi, interviste e documenti di autori vari (di cui solo pochi erano firmati da me); ma la differenza principale è che allora mi occupavo dei rapporti storici fra membri di chiese cristiane (cattoliche e protestanti) ed esponenti di Cosa nostra, adesso ho cercato di mettere a fuoco il rapporto tra la visione del mondo mafiosa e la visione del mondo cattolica.
Un libro di teologia, insomma…
Certamente. Non mi risulta che sia mai stata tentata una ricostruzione della “teologia dei mafiosi”: del loro modo di intendere Dio, Gesù Cristo, i santi, la chiesa, l’etica…
E cosa ha ritenuto di scoprire?
Che la teologia mafiosa è somigliante, in maniera imbarazzante, alla teologia cattolica (specie nella sua versione mediterranea). Vi sono inquietanti analogie fra i due modi di intendere l’onnipotenza divina, la dottrina dell’inferno eterno, l’ineluttabilità della mediazione dei santi, la rigidità della struttura gerarchica…E’ in queste affinità teoriche che mi pare di rintracciare la radice di tanti comportamenti apparentemente strani di boss mafiosi che ostentano parole, credenze e simboli di tradizione cattolica.

Ma la sua analisi è solo una constatazione di fatto?
Nei vari ambiti di cui mi sono occupato nel corso dei miei studi, ho sempre ritenuto che le diagnosi abbiano senso solo in vista delle terapie. Perciò anche in questo caso mi sono chiesto che cosa possa fare la teologia cattolica per evitare di poter servire, anche in futuro, da modello ispiratore per l’ideologia mafiosa. La mia ipotesi è che, se si spogliasse delle sovrastrutture dogmatiche e delle superfetazioni moralistiche, la teologia cattolica potrebbe ritornare all’originaria essenzialità del vangelo di Gesù di Nazareth: e, così semplificata e per così dire restituita all’autenticità aurorale, diventerebbe impermeabile alle utilizzazioni mafiose. Il messaggio di Cristo, in sé, è di una chiarezza disarmante: chi privilegia denaro e dominio sugli altri, in un’ottica individualistica e familistica, non può dirsi figlio di Dio. Anzi, neppure figlio dell’uomo. Se i cristiani si concentrassero sul tema essenziale della misericordia che si prende cura del creato, a cominciare dai viventi più deboli e maltrattati, la loro comunità non avrebbe bisogno di scomunicare nessuno: i criminali, i loro complici e i loro referenti politici capirebbero da soli di essere estranei, incompatibili.
E come sarebbe, allora, una teologia ‘oggettivamente’ alternativa ad ogni mentalità mafiosa?
Beh, vi ho dedicato le ultime ottanta pagine del mio libro e non sono sicuro che si possano sintetizzare in poche righe. Di certo è che il Dio del vangelo è un Dio senza antropomorfismi, che non assomiglia a nessun ‘padre’ terreno e meno che mai a un ‘padrino’; il Cristo del vangelo è un uomo libero e incapace di rassegnarsi alla schiavitù di qualsiasi altro essere umano; una chiesa modellata sull’annunzio evangelico sarebbe contrassegnata dalla volontà di servizio e non certo di egemonia rispetto al resto dell’umanità…
Ma se il suo è un libro di teologia, come mai le Edizioni San Paolo lo hanno diffuso nei circuiti ‘laici’?
Perché, quando il libro mi è stato commissionato, ho ricevuto proprio questa consegna: di scrivere un libro di teologia che potesse coinvolgere anche i non-teologi. Anzi, anche i non-credenti. Credo che ormai siano maturi i tempi per superare una vecchia, anacronistica, divisione dei compiti: la teologia ai preti, le scienze umane ai ‘laici’. Con questo muro di separazione, la teologia diventa sempre più un affare ‘interno’ al mondo ecclesiastico (senza agganci con la vita concreta della società) e le scienze umane diventano sempre meno capaci di leggere in profondità gli oggetti che osservano. Penso (e con questo libro ho provato a offrirne una possibile esemplificazione) che la teologia e le scienze umane, se entrano in dialogo fra loro, si espongono a critiche reciproche ma anche a reciproco arricchimento.
Questa idea generale vale anche per l’intreccio del punto di vista teologico e del punto di vista sociologico a proposito della mafia?
Sono convinto che analizzare la teologia dei mafiosi significhi conoscere meglio un segmento della più ampia visione del mondo dei mafiosi: e questa, a sua volta, è un pezzo del più complesso fenomeno mafioso. Tutto ciò che aiuta a capire il sistema mafioso può servire ad affinare le strategie di prevenzione e di contrasto apparecchiate contro di esso.

Elio Rindone

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