domenica 22 novembre 2009

“Il foglio” parla de “Il Dio dei mafiosi”


“IL FOGLIO” 18 novembre 2009

Che faccia ha il Dio dei mafiosi
Il saggio di Cavadi spiega la teologia di Cosa nostra

di Maurizio Crippa

Fu il 9 maggio 1993 che Giovanni Paolo II scagliò nella Valle dei templi il suo anatema: “Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere!’. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio”. Ci fu chi come Salvatore Grigoli, il sicario che quattro mesi dopo avrebbe ucciso don Pino Puglisi, si accorse che “da allora in Cosa nostra si cominciò a vociferare che la chiesa cominciava a essere diversa”. Ci fu chi, come il filosofo e attivista antimafia Augusto Cavadi, colse l’occasione per rivolgere al Papa un appello “sulla necessità di sciogliere gli equivoci e le connivenze fra realtà ecclesiale e sistema mafioso”. Punti di vista sul bicchiere mezzo vuoto o pieno. Sedici anni dopo, la Conferenza episcopale che si è appena riunita ad Assisi, da dove monsignor Mariano Crociata ha tuonato: “Non c’è bisogno di comminare esplicite scomuniche, perché chi fa parte delle organizzazioni criminali già automaticamente è fuori dalla comunione ecclesiale”, sembra propendere per il bicchiere mezzo vuoto.

Tanto che nel documento “Risorse e dignità del Mezzogiorno” che verrà pubblicato a inizio 2010, i vescovi scrivono: “Nel Mezzogiorno la chiesa ha mostrato di recepire in maniera disomogenea la lezione profetica di Giovanni Paolo II”. Ci sono i “martiri per la giustizia”, ma anche tanti che “sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile”. E invece il 2010 vuole essere l’anno della grande offensiva contro la mafia (le mafie).

Cosa pensi Dio della mafia, sembrerebbe chiaro. Cosa pensino i mafiosi di Dio è invece una questione antica, complicata. Cui si sono applicati in molti, pure il pm Roberto Scarpinato, che scrisse per MicroMega un saggio dal titolo “Il Dio dei mafiosi”. Anche perché è propedeutica a un’altra domanda chiave: cosa debba pensare la chiesa dell’antimafia (nel senso dei “professionisti dell’antimafia” di Sciascia). E’ questo il cuore pulsante del libro scritto da Augusto Cavadi – insegnante palermitano, attivista, collaboratore di Repubblica – appena uscito dalle edizioni San Paolo: “Il Dio dei mafiosi”. Una vera lettura teologica di Cosa nostra: “Questo libro vuole rispondere, essenzialmente, a una questione: come è possibile che una società cristiana – a stragrande maggioranza cattolica – partorisca Cosa nostra, ’Ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita? E le partorisca non come aborti mostruosi irriconoscibili, ma come associazioni in cui tutti hanno una Bibbia. E tutti pregano. In tasca hanno sempre un santino. O un’immagine di un Cristo, di una Madonna. Sono religiosissimi. E ostentano la loro devozione’?”.

Un libro interessante, a tratti divulgativo e a tratti pedante, documentato e ideologico, illuminante e un po’ deformante. Un libro in cui Scarpinato è citato il triplo di Wojtyla. Che pone però una domanda intrigante: non tanto quale “patto di non belligeranza” sussista (e certo è sussistito) tra chiesa e mafia; ma quale sia la “teologia dei mafiosi”, come organizzino il loro rapporto con il divino, il bene e il male. Insomma l’aspetto profondo, che è storico e culturale, antropologico se non (forse) teologico. Dunque non solo questione giudiziaria e politica, malaffare e procure. Ciò che davvero rende complesso e duro il fenomeno. Si inizia da constatazioni: “Tutti noi uomini d’onore pensiamo di essere cattolici, Cosa nostra si vuole farla risalire all’apostolo Pietro”, spiega il pentito Leonardo Messina. Michele Greco di sé disse: “Mi chiamano il Papa, ma io non posso paragonarmi ai papi per intelligenza, cultura e dottrina. Ma per la mia coscienza serena, e per la profondità della mia fede, posso anche sentirmi pari a loro”. Pietro Aglieri fu arrestato con tomi di teologia e un libro di Edith Stein sul comodino. Poi la questione della politica: la Dc dimentica “di quanto aveva scritto Luigi Sturzo nel lontano 1900: ‘La mafia oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma atterra anche a Roma’”. Ma sempre da lì si deve partire: dal “Festino di Santa Rosalia”, dall’antropologia del sud, dalla disamina della “religione mediterranea”.

Dal familismo amorale e dall’omertà, il feudalesimo come orizzonte giuridico, il linguaggio, “il nesso inquietante fra ‘sacro’ e ‘violenza’… Niente di strano, dunque, se dovessimo scoprire in funzione meccanismi ‘religiosi’ di controllo della violenza”. La parte più originale è proprio il capitolo “Teologia della mafia”. Non certo “una teologia consapevole e meditata”, ma certo “per un fenomeno come la mafia, privo di giustificazione intellettuale, la religione può essere considerata ‘l’unico apparato ideologico cui fare riferimento’”. Un capitolo fatto di lemmi forti: onnipotenza senza tenerezza (“Un Dio, per dirla con i mafiosi, masculiddu”, dice Scarpinato). Fino a leggere la mafia nel suo “registro lugubre” e in un approdo di “ateismo nichilista” della Weltanshauung e della Gottanschauung mafiose. Dove in causa però, curiosamente, è chiamato il cattolicesimo in quanto tale: perché è questa “la versione del cristianesimo che i mafiosi hanno conosciuto da vicino”, in cui “Dio è essenzialmente il garante dell’ordine cosmico e dell’ordine sociale”. Un cristianesimo “municipale e tribale” che, certo, è un tratto decisivo della storia del Meridione. Ma oltre la fenomenologia, ci sono nel libro un altro paio di questioni. E non riguardano più la mafia, ma la chiesa. Da un lato c’è qui l’ideologia compiuta del cattolicesimo antimafia, da Centro Padre Arrupe, potremmo dire.

La scissione della “religione borghese” dalla chiesa dei poveri, la scissione della chiesa collusa da quella purificata. Dunque l’elaborazione della colpa della chiesa-istituzione. Dall’altro lato c’è un aspetto anche più profondo. Seguendo una teologia importante – ma che certo non è quella di riferimento del documento della Cei, né quella in base alla quale Wojtyla lanciò il suo possente anatema – Cavadi sembra ritenere che sia il cattolicesimo – in sé – l’aborto di una fede tradita. La teologia nichilista della mafia non è tale in quanto “corruzione” del cristianesimo, ma in quanto, per così dire, insita nella corruzione che il cristianesimo ha subito trasformandosi da “un messaggio religioso di origine provinciale (una delle tante sette eretiche scaturite dalla tradizione ebraica) in sistema culturale organico (con una sua filosofia, una sua etica, un suo codice giuridico) affascinante, ma al prezzo di rendere quasi irriconoscibile proprio quel messaggio religioso originale”. A tutto questo si oppone, nell’ultimo capitolo, “Per una teologia ‘oggettivamente’ antimafiosa”, un’idea di fede e chiesa diversa: “Non sto ribadendo la tesi ovvia che la teologia debba demistificare la transcultura mafiosa… sto affermando la tesi, un po’ meno ovvia, che non può operare tale demistificazione, se non la tenta anche nei confronti di quelle transculture (principalmente la borghese-capitalistica e la cattolico-mediterranea) che sono così perniciosamente ingarbugliate con la transcultura mafiosa”. E allora si capisce un po’ anche cosa c’è che a volte non convince, in un certo tipo di chiesa antimafia: è che non solo vuole combattere la mafia, vuol combattere anche la chiesa. Per una Sicilia senza mafia, serve un Dio “senza antropomorfismi”. Ditelo a Scarpinato. Ma anche a Papa Ratzinger.

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

Maurizio Crippa

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