venerdì 13 novembre 2009

PER PROMUOVERE DAVVERO COOPERAZIONE INTERNAZIONALE


“Centonove” 13.11.09

LA COOPERAZIONE POSSIBILE

Nel 1977 il cancelliere tedesco Brandt ha lanciato - con un suo celebre “Rapporto” - l’idea di un Nord del mondo che, trasferendo nel Sud capitali finanziari e competenze tecniche, riducesse gradualmente la distanza fra le due parti del pianeta. Come osserva Tonino Perna nella sua efficace prefazione al bel volume di Mauro Cereghini e Michele Nardelli (Darsi il tempo. Idee e pratiche per un’altra cooperazione internazionale, EMI, Bologna 2008), si trattava di un’idea che “aveva una sua forza e un suo senso”, ma anche “un suo limite profondo: un’idea di sviluppo globale che partiva dall’Occidente per diffondersi nel resto del mondo, esportando modelli di consumo e sistemi produttivi che - come è stato dimostrato - hanno più impoverito che portato beneficio alle comunità locali”. Che fare a questo punto? Sbaraccare le numerose Ong (Organizzazioni non governative) che, negli ultimi quarant’anni sono sorte come funghi per attuare la politica della cooperazione internazionale? Oppure mantenerle in piedi come “progettifici”, privi delle originarie motivazioni etiche e politiche, tanto per tamponare - sia pur minimamente - la disoccupazione dei giovani occidentali?

La proposta di Cereghini e Nardelli va in una terza direzione: una cooperazione di comunità che non sia “qualcosa di altro e aggiuntivo rispetto alle attuali forme di solidarietà internazionale, ma un modo di rivederle radicalmente”. Più esattamente e più concretamente: “In un mondo interdipendente non può esserci più cooperazione unilaterale: o si cambia insieme o non si cambia. Dunque i cooperanti devono ritornare anche animatori del proprio territorio, oltre che esploratori e facilitatori in quello altrui. E riscoprire il valore della parola e dello sguardo, per una conoscenza approfondita che preceda e accompagni qualsiasi azione sul campo”. In altri termini, più sintetici, i due autori - che scrivono a partire da una ricca esperienza operativa, soprattutto nella ex-Jugoslavia martoriata dalla guerra - propongono una “cooperazione come relazione, cambiamento reciproco”.
Ma che c’entra questo progetto con il titolo del libro, intelligente nei contenuti quanto gradevolmente raffinato nello stile? E’ presto detto: per realizzare questa inversione ad U, questa ‘con-versione’, bisogna imparare a “darsi il tempo…Fermarsi a riflettere, non farsi travolgere dal rincorrere gli eventi, le emergenze, le scadenze; capire ciò che accade ma anche il senso dell’agire dentro gli avvenimenti. E’ un tempo difficile da ritagliare, immersi come siamo nel delirio del fare. Così, mentre cresce il disprezzo verso la parola, abbiamo deciso di darci il tempo per ragionare. E a raccontare il valore della relazione, la gioia e l’incertezza dell’incontro, la bellezza del sedersi e parlare”. Solo così si potrà sperimentare “un altro approccio alla solidarietà internazionale, troppo ferita da fretta e superficialità”.

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