mercoledì 25 novembre 2009

Sulla giornata internazionale della violenza sulle donne


“Repubblica - Palermo”
25 - 11 - 09

LE NOSTRE RADICI E LA VIOLENZA SULLE DONNE

Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza dei maschi sulle donne, le agenzie battono la notizia della morte della donna di Giarre bruciata dal marito. Ma, per fortuna, la data non passerà inosservata anche per eventi di segni opposto: a Palermo, ad esempio, dalle 16 in poi, un gruppo di associazioni animerà un gazebo al Politeama con poesie e musiche, mentre a Giurisprudenza sarà presentato alle 18 un videoteatro di Margò Cacioppo, “Contro la mattanza”, dedicato al “femminicidio”.
Che le donne si mobilitino, è ammirevole; meno apprezzabile, l’eventuale silenzio dei maschi.
Sia per motivi generali che legati al contesto meridionale. In generale, infatti, nessuna strategia culturale potrà davvero incidere nel tessuto sociale sino a quando i maschi non riusciremo a capire almeno alcune delle ragioni radicali che possono indurci alla violenza nei confronti dell’altro sesso: a cominciare dalla paura del femminile che è in noi. Se - in ascolto della mitologia antica e della psicoanalisi contemporanea - accettassimo la dimensione femminea che è parte costitutiva della nostra personalità (proprio come in ogni psiche femminile è presente una valenza maschile), ci rapporteremmo con le donne in maniera meno aggressiva, più rilassata. Non avvertiremmo l’esigenza prepotente di affermarci differenti in tutto e per tutto, anzi superiori. Proprio come facciamo, ricorrendo all’ironia anche più volgare, nei confronti dei gay e dei transessuali.

Questa riconciliazione - per dirla con Jung - del nostro animus con la nostra anima avrebbe, nel contesto meridionale, il pregio non trascurabile di intaccare la versione mafiosa del maschilismo planetario. Infatti, come ha spiegato il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino nel corso di un’intervista televisiva, <> non può essere ammesso in Cosa Nostra perché considerato <>. La cronaca registra casi sempre più frequenti di donne che occupano ruoli di responsabilità nell’ambito delle attività delle cosche: tuttavia – a parte il fatto che non si ha ancora notizia di un loro inserimento organico e definitivo – il titolo di merito che consente la loro promozione sul campo (in qualità di ‘reggenti’) è, comunque, il rapporto di parentela con un maschio (ucciso o, più spesso, incarcerato). Se perde totalmente il riferimento ad un uomo, ammesso che non venga ‘posata’, non le resta che una possibilità: dimostrare virtù ‘virili’ . Ovviamente l’aspetto duro del maschilismo è solo l’altra faccia del paternalismo che protegge – perfino da sé stessa e dai rischi della propria autodeterminazione! – la madre, la sorella, la moglie, la figlia. Forse i due secoli di dominazione araba non sono trascorsi invano: nella mentalità mafiosa c’è una strana analogia con la tesi diffusa in molti Paesi islamici, secondo la quale la donna deve vivere all’interno delle mura domestiche – o, se proprio necessario, andar fuori velata più che possibile – come effetto non di oppressione, bensì di riguardo. Ma non c’è bisogno di scavare tanto lontano nel tempo: gli ordini religiosi femminili non hanno ottenuto solo a fatica, e in secoli a noi più vicini, l’autorizzazione ecclesiastica (cioè: da parte delle gerarchie maschili) di poter uscire dalla clausura conventuale per espletare nel mondo (ospedali, carceri, scuole…) la loro missione? Le motivazioni sono sorprendentemente monotone: solo le grate ferree di uno spazio di reclusione possono salvaguardare il <> dalle minacce fisiche e dalle tentazioni morali.
Né la tanto sbandierata fedeltà coniugale, a cui il mafioso sarebbe obbligato nel doppio senso di non tradire la propria moglie e di non indurre al tradimento la moglie di un altro mafioso deve trarre in inganno. Intanto, perché si tratta di divieti ampiamente, e in certi casi persino comicamente, trasgrediti; poi perché, al di là dei casi statistici di incoerenza, è più grave che alla base dei divieti morali riguardanti il ‘rispetto’ per le mogli non ci sia neppure l’ombra di un riconoscimento convinto della dignità femminile. Se con le mogli bisogna evitare comportamenti sessuali anomali (anomali, ovviamente, rispetto a clichè di perbenismo clerico-borghese), con le amanti occasionali e con le prostitute ci si può scatenare senza remore: ma non sarebbero donne anche loro? Non molto tempo fa Gaspare Spatuzza (l’ex sicario di Filippo e Giuseppe Graviano, mandanti dell’assassinio di don Pino Puglisi) si è auto-accusato di aver fatto irruzione nella casa di una studentessa e – dopo aver legato e imbavagliato la collega con cui divideva l’appartamento – di averle praticato delle iniezioni allo scopo di procurarle un aborto: era rimasta incinta dopo rapporti sessuali con un boss.

Augusto Cavadi

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