sabato 19 dicembre 2009

Nicola Lo Bianco recensisce “Chiedete e non vi sarà dato”


Dal sito internet www.ilportaledelsud.org/approfondimenti.htm#1107

A. Cavadi, Chiedete e non vi sarà dato. Per una filosofia (pratica) dell’amore,
Editrice Petite plaisance, Pistoia 2009.

Recensione

La rivoluzione indifferibile
Cosa è stato, che cos’è, quale amore?
Augusto Cavadi, in questo agile, intelligente volume di poco più di cento pagine(oltre ad un’orientante Appendice di recensioni relative all’argomento) mette in circolazione una problematica di grande interesse in un periodo di inestricabile confusione morale che Galimberti, riferendosi ai giovani, definisce di “analfabetismo emotivo”, ma che sarebbe più propriamente da definire “analfabetismo sentimentale”.
Risponde, almeno secondo il mio punto di vista, alla esigenza, già in atto in alcuni limitati settori culturali, di riconsiderare alcuni fondamenti della cultura occidentale, come ad es., in ambito storico/ideologico, il “relativismo”, che ci ha portati fatalmente al “nichilismo”, a questo, dice il poeta Andrea Zanzotto, “ricchissimo nihil”.
La “rivoluzione indifferibile” è il capitolo sul quale è opportuno soffermarsi maggiormente, perché appare come la sintesi, il senso e la proposta filosofico/teologica di tutto il libro.
Nei capitoli precedenti, dopo una necessaria ed utile delucidazione delle concezioni storicamente fondamentali dell’amore, dall’eros/desiderio, all’amore/carità, all’amore agàpe/fratellanza, Cavadi, sulle orme delle riflessioni di Armido Rizzi (Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità, Ediz. Paoline), mostra quanto sia confacente al nostro tempo prendere in attiva considerazione il messaggio etico/religioso di una possibile “liberazione spirituale”.

La domanda, fondamentale, alla quale l’Autore cerca di dare una risposta di per sé problematica, è –che significa “amare il prossimo”?-.
E’ possibile che secoli di devozione per “meritare” l’amore di Dio abbiano distorto l’evangelico amore agapico, l’amore/fratellanza? Che anche il sentimento religioso si sia radicato come egoistico amore di sé, prima e a discapito dell’amore per “gli altri”?
L’amore di sé è ontologico, ineludibile:ma l’amore per gli “altri” davvero diminuisce l’amore di sé, o, al contrario, lo accresce?
Si tratta di rivedere il rapporto uomo/Dio, di assumere un “nuovo” modo di amare Dio:non Dio “desiderio infinito di sé”, un Dio che si attende “adorazione e gratitudine”, ma Dio/donazione, “amore divino per l’uomo”, Dio che ama “nel dargli quei beni di cui un uomo abbisogna:un mondo dove vi sia pane e casa, affetto e bellezza, lavoro e cultura”.(p.41)
Il riflesso religioso, culturale, nel comportamento umano sarebbe non più “la priorità della cura di sé”, ma “la precedenza alla preoccupazione di saziare negli altri la fame di pane e di poesia, di compagnia e di contemplazione”.(p.46)
Riconoscere nell’altro il “povero”, “l’indigente”, cioè colui al quale manca o è sottratto qualcosa per essere uomo “compiutamente umano”, “mi fa trovare in me il povero che Dio ama…il bisogno dell’altro fa assurgere anche il mio bisogno, di riflesso, a mio diritto”.(46)
“Liberazione” è, perciò, la possibilità/volontà di infrangere quel grumo di egocentrismo che, in definitiva, porta, entro una cerchia più o meno ampia, ad amare solo “i nostri” e ad escludere, se non a perseguitare, chi “nostro” non è:benevolenza, ad es., soccorso, difesa, rispetto, solo se “fa parte” del mio ambiente, della mia classe, del mio partito, della mia ideologia, della mia religione…
E’ il secolare atteggiamento che, portato alle estreme conseguenze, calato nel nostro tempo in un sistema di arbitrio e di controllo totale(tranne, si capisce, l’infinita libertà di consumo), ha reso possibile, ieri come oggi, i campi di concentramento.
“Ridefinire tutto”, a partire dal concetto di soggetto individuale, non “come il fine a cui tende la storia del cosmo…”, ma come “unicità di ciascuno da restituire al grembo originario della collettività… che è locale, nazionale, planetaria”.(p.48)
Insomma, non un chiuso, esclusivo, asfittico amore di sé, ma come sentimento circolare, dall’amore/eros all’amore/carità, che nasce e si riverbera dalla e nella collettività, che trova pienezza e valore dalla e nella corrispondenza, come una molteplicità di specchi che si riflettono gli uni sugli altri.
Si potrebbe richiamare, seppure in ambito più propriamente formativo, l’antico proverbio cinese, secondo il quale “per fare un uomo ci vuole un intero villaggio”.
Un amore che è espressione di una più ampia e confortante socialità.
Che è come dire, per usare le parole di Garcia Marquez, che “anche l’amore s’impara”, e perciò la responsabilità dell’amore/agape è del singolo, ma anche della collettività, di un rapporto dialettico, che, infine, è primaria responsabilità della politica, di una “radicalmente diversa” prassi politica che “ha bisogno dell’amore per non sclerotizzarsi in amministrazione dell’esistente”.E che ciò sia giusto necessario e possibile ce lo dimostra l’esempio luminoso del “sindaco santo” di Firenze, Giorgio La Pira, il cui principio coerentemente praticato, pur nelle sconcezze della politica, era “ogni movimento è un commovimento”.
E questo aspetto, amore/politica/amore, che mi sembra imprescindibile per dare autenticità alla speranza che il pensiero di Cavadi sottintende, dovrebbe trovare più ampia ed approfondita trattazione.
Un pregio ancora vorrei sottolineare:oltre al fervido contenuto, ed in conformità alle intenzioni dell’Autore, l’argomento è trattato con un approccio divulgativo, quasi un andamento didattico che avvince i lettori che , come me, non hanno dimestichezza con la filosofia, e tanto meno con la teologia.
Nicola Lo Bianco

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