venerdì 5 marzo 2010

Crisafulli e Capodicasa, Bersani e Bindi: nulla da dichiarare?


“Repubblica - Palermo”
5.3.2010

QUEL PAMPHLET INFUOCATO E LO STRANO SILENZIO DEL PD

Una differenza decisiva fra i conflitti tribali e le battaglie politiche è l’uso della parola pubblica: nella preistoria della democrazia si cerca di eliminare tacitamente l’avversario, nei regimi civili lo si sfida ad argomentare razionalmente le sue scelte. Neppure in Sicilia il confronto aperto, con dati e deduzioni alla mano, costituisce la regola: tranne rare eccezioni, siamo ancora al tempo in cui il quotidiano “L’Ora” elencava accuse gravissime a Salvo Lima e questi opponeva, imperturbabile, il suo muro di silenzio. In questi giorni un noto esponente del PD siciliano, Giuseppe Arnone, sta provando ad attraversare il confine tra la barbarie e la civiltà. Ha infatti pubblicato un libro dal titolo inquietante (Chi ha tradito Pio La Torre?) e dal sottotitolo ancor meno equivoco (Relazione per Bersani e Rosy Bindi sulla questione morale nel PD in Sicilia).
Diciamolo subito: pamphlet come questo possono essere valutati o nel merito o nel metodo. Dal punto di vista del merito, dei contenuti, ritengo che solo i magistrati (per gli aspetti penali) e gli storici (per gli aspetti etici) abbiano le competenze necessarie ad esprimersi. Come cittadino, che osserva e cerca di capire, posso solo avanzare il sospetto che Arnone, quando elenca fatti e nomi, soprattutto a proposito di Mirello Crisafulli e di Angelo Capodicasa, non stia inventando nulla né stia calcando la mano per rappresentare vicende e personaggi a tinte più fosche della realtà.

Ma, ammesso che Arnone dica menzogne o esageri nel raccontare verità storiche, non sarebbe il caso che gli interessati (accusati di gravi scorrettezze “sotto il profilo politico e morale”) rispondessero punto per punto con una propria versione? Al di là del merito di questo libro di denuncia, è il metodo che va attentamente valutato: la scelta di combattere a viso aperto, senza ricorrere a sussurri e pettegolezzi, a congiure di palazzo e colpi di mano. La scelta di appellarsi all’opinione pubblica - in particolare agli elettori di centro-sinistra - trattata non come gregge che deve fidarsi di questo o di quel capopopolo, bensì come pluralità di soggetti pensanti in grado di comportarsi conseguentemente.
L’autore sa benissimo che operazioni così trasparenti, a cui non siamo ancora abituati, sono soggette a critiche di ogni genere (che hanno il pregio di esonerare chi dissente dall’onere della confutazione dettagliata…): soprattutto alla obiezione che “possa danneggiarsi il Partito e che sia necessario, piuttosto, concentrarsi sulla battaglia contro il centrodestra”. Ma sa pure che la strategia di far finta di non vedere può andare bene solo per qualche caso isolato e poco preoccupante: non quando la corruzione in una organizzazione partitica rischia di diventare sistemica (per estensione) e letale (per gravità). “Se il gruppo dirigente nazionale e regionale del PD ritiene di non intervenire per mettere in discussione logiche e presenze come quelle di Crisafulli ad Enna”, o di Capodicasa ad Agrigento, “la gente perbene, la gente libera, tendenzialmente si tiene a distanza di sicurezza e magari, se e quando decide di avvicinarsi, viene prontamente scacciata via. Purtroppo, in politica, la moneta cattiva scaccia via costantemente quella buona”: così Arnone. Se ha torto, Crisafulli e Capodicasa hanno il dovere, oltre che il diritto, di difendersi e di contrattaccare. E la loro reazione sarebbe un contributo ad innalzare il livello di democrazia in Sicilia. Se questa reazione non dovesse registrarsi - e con la stessa dovizia di documenti e di ragionamenti - né la dirigenza nazionale del PD dovesse assumersi le responsabilità conseguenti, la previsione di Arnone troverebbe amara conferma: “non vi sarà nessuno che vorrà avvicinarsi a quel partito con la seria intenzione di rinnovarlo”.

Augusto Cavadi

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