venerdì 12 marzo 2010

GADAMER SENZA SEGRETI


”Centonove”, 12.3.2010

GADAMER SENZA SEGRETI

Una studiosa di Piazza Armerina esplora uno dei pensatori più originali e potenti del XX secolo

Hans Georg Gadamer è uno dei più noti pensatori del XX secolo: secolo che egli - nato nel 1900 e morto nel 2002 - ha attraversato interamente. Ha scritto molto e i suoi scritti - soprattutto il capolavoro “Verità e metodo” - danno da pensare non solo ai filosofi di professione ma anche ai lettori ‘comuni’. La pubblicazione di un recentissimo saggio (”Autobiografia e tradizione in Hans Georg Gadamer. La questione dell’esserci nella postmodernità“, Sciascia, Caltanissetta 2009) dedicatogli di un’attenta studiosa siciliana, Alessandra Tigano, offre l’occasione per evidenziare qualcuna delle idee nuove di cui possono giovarsi anche quanti non sono del mestiere e si avvicinano alla filosofia per la motivazione più adatta: la passione personale.
Cominciamo da una prima tesi cruciale di Gadamer: “L’appartenenza del soggetto alle tradizioni non è più un limite che pregiudica e ostacola la conoscenza storica. Anzi, è una delle condizioni della comprensione”. E’ una tesi di rilievo che, a mio parere, comporta qualche luce e qualche ombra. Luce: non nasciamo al mondo come se fossimo ogni volta il primo scimmione o la prima scimmia. Senza una tradizione (che significa una lingua, un insieme di categorie concettuali, di credenze, di abitudini, di rapporti, di istituzioni…) non sapremmo neppure comunicare fra noi. Ma questo significa che un testo di tremila o di duemila anni fa non lo posso comprendere se non inserendomi nell’alveo interpretativo che promana da lui e giunge sino ai miei giorni? L’ermeneutica, prima di interessare i testi letterari e i codici giuridici, si è occupata di Bibbia. Oggi sappiamo che molte espressioni bibliche sono state clamorosamente fraintese dalla tradizione ecclesiastica che le ha interpretate in maniera insostenibile con il loro significato etimologico originario. Possiamo - in forza delle nuove competenze esegetiche - rimettere in discussione la lettura tradizionale o ne dobbiamo restare prigionieri? Possiamo rifondare, anche su punti cruciali, la nostra lettura della Bibbia o, siccome da duemila anni la comunità cattolica l’ha letta in un certo modo, non mi è concessa altra interpretazione se non quella diventata ‘canonica’? Onestamente, con tutto il rispetto per Gadamer e per i gadameriani, ritengo che abbiamo il diritto, anzi il dovere, di rinnovare le nostre interpretazioni per sintonizzarci con ciò che veramente ci dice la Bibbia (a prescindere, poi, se siamo credenti o meno; dunque a prescindere dalla nostra adesione o dal nostro dissenso rispetto a ciò che davvero intendevano proporre gli autori dei libri ’sacri’). Utilizzando in altro contesto una formula del teologo latino-americano Gutierrez, direi che non possiamo sottrarci ad una “memoria sovversiva”. “Memoria”: dunque legame con la storia, ascolto del passato, riconoscenza verso le radici; ma “sovversiva” perché aperta al futuro, al novum, alla libertà e alla creatività. Alessandra Tigano fa dunque bene, dunque, a sottolineare che “al soggetto è consentito oltrepassare la tradizione”, che egli ha “l’opportunità di rielaborare e, quindi, anche di negare, attraverso la logica interpretativa, la sua appartenenza identitaria”: “il soggetto non resta irretito nella tradizione, anzi vi si contrappone, vi agisce decostruendola e ricostruendola, sempre però in modo aperto, senza arroccamenti e integralismi”.

Ma passiamo ad un’altra tesi fondamentale di Gadamer. Egli, come sintetizza ancora l’autrice di questo saggio, ha voluto contestare l’identificazione, operata dal “pensiero filosofico moderno”, della “verità con l’oggettività assicurata dal metodo scientifico perdendo di vista l’esistenza di esperienze extrametodiche di verità che si danno nell’arte, nella storia e nel linguaggio”. Qui si impone un interrogativo: Gadamer sostiene che la scienza è necessaria ma insufficiente oppure che la scienza, oltre ad essere parziale, è anche dannosa? Se sostenesse la prima tesi, sarei del tutto d’accordo con lui: non si può vivere di solo pane scientifico-tecnico. Ci vuole anche ogni altra parola che esce dalla bocca dell’uomo: fuor di metafora, abbiamo bisogno di altre esperienze di verità (l’intuizione del poeta o del mistico o dello stesso buon senso comune…). Shakespeare parafraserebbe: “Ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne contenga la nostra metodologia scientifica”. Qualora, al contrario, Gadamer sostenesse la seconda tesi, dissentirei nettamente: la conoscenza scientifica non è un pericolo da cui tutelarmi. Lo è lo “scientismo”, cioè la filosofia (spesso implicita, irriflessa) di chi pensa che la scienza sia assoluta: la scienza in sé è innocente, anzi proficua. Chi vuole procedere ‘oltre’ la scienza mi avrà per compagno, ma non sarò mai disposto a lottare ‘contro’ la scienza. La Tigano fa dunque bene a non fermarsi a Gadamer, a lasciarsi guidare da un altro grande pensatore del Novecento: Paul Ricoeur. Egli “non interrompe il dialogo filosofia-scienza”, “va ‘oltre’ la vecchia diatriba tra scienze dello spirito e scienze della natura”. La scienza (e la tecnica) hanno un ambito di indagine e di intervento; la filosofia (e le arti umanistiche) hanno altri territori. Entrambi servono, entrambi sono imperfetti. Ricoeur lo ha mostrato anche a proposito della “cura” per chi soffre. Chiunque ha avuto, o mantiene, contatti con malati terminali lo sperimenta: serve la scienza, serve l’approccio dialogico; ma entrambi si rivelano inadeguati di fronte all’enigma. Lo “spirito di geometria” e lo “spirito di finezza” non possono che arrendersi di fronte alla fragilità dell’uomo, alla sua finitezza: sia i nostri metodi analitici che il nostro intuito umanistico vanno mobilitati al cospetto dei morienti, ma senza dimenticare che sono comunque risorse di mortali.

Augusto Cavadi

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