giovedì 25 marzo 2010

LA PAROLA LAICO


“Migrazioni”, dicembre 2009

La parola ‘laico’

Le parole, come ogni essere che vive, hanno lo strano destino di mutare - secondo le epoche e secondo i contesti - in maniera sorprendente. Il vocabolo ‘laico’ è un’ottima esemplificazione di questo destino generale. Nonostante oggi, nel linguaggio dei media, lo si adoperi essenzialmente in opposizione a ‘credente’, ‘religioso’, ‘confessionale’, la sua origine pare sia squisitamente cristiana. Etimologicamente, infatti, laico è colui che appartiene al popolo (in greco, laos): più esattamente, al ‘popolo di Dio’. Sarebbe bello riscoprire e custodire questo prezioso significato originario ! Tu non puoi essere suora cattolica o pope ortodosso o pastore protestante se non in quanto - prima di tutto ed essenzialmente - sei un ‘laico’: un membro del popolo di Dio in cammino nella storia, un seguace del Salvatore e un fratello degli altri condiscepoli. In questo senso, negli anni Sessanta del secolo scorso, un teologo cattolico progressista proponeva - non senza un pizzico di provocatorietà - che si abolissero tutti gli altri titoli onorifici e ci si salutasse, tra parrocchiani di un borgo di montagna come fra cardinali del Concistoro, solo con un “Eminentissimo laico!”.
Ma cosa è successo, invece, storicamente nella cristianità? Nel Medioevo si è andata configurando una dicotomia che, per il Nuovo Testamento, sarebbe risultata incomprensibile: alcuni ‘laici’ restano ‘laici’, altri ‘laici’ ritengono che il loro ‘ministero’ presbiterale (letteralmente: da membri più ‘anziani’, più autorevoli) li collochi su un piano radicalmente differente - e superiore - rispetto al resto del ‘popolo di Dio’. Assistiamo dunque ad una prima grande metamorfosi del significato originario: ‘laico’ è, nel linguaggio teologico medievale (sostanzialmente immutato all’interno della terminologia in uso nella Chiesa cattolica romana e nelle Chiese acefale ortodosse), il battezzato che non è ‘prete’ né ‘vescovo’ né ‘papa’. Essere ‘laici’ significa non essere stati ammessi alla gerarchia sacerdotale (nei suoi tre gradi: diaconato, presbiterato, episcopato): non aver ricevuto, mediante il sacramento dell’ordine, un ‘carattere’ che rende ‘ontologicamente’ irriducibili rispetto alla semplice base. E poiché un certo numero di preti sceglie di vivere in maniera monacale (sino al XII secolo) o in confraternite (da san Domenico e da san Francesco in poi), per una sorta di estensione vengono considerati ‘non laici’ anche gli uomini e le donne che rinunziano alla vita nel mondo e ‘professano’ i tre voti di obbedienza (ai ’superiori’), castità celibataria (intesa come rinunzia radicale ad ogni attività sessuale) e povertà (concepita come rinunzia radicale ad ogni diritto di proprietà privata).

Come è noto, Lutero e gli altri riformatori hanno contestato questa suddivisione ‘ontologica’ fra battezzati-laici e battezzati-chierici, ripristinando una figura di pastore puramente ‘funzionale’. Ma, intanto, almeno in Italia e in altri Paesi a maggioranza (ufficialmente) cattolica, avveniva una seconda metamorfosi del vocabolo. Per una serie di ragioni storiche che sarebbe complicato richiamare, ‘laico’ inizia a significare non più solo ‘non-chierico’ (né consacrato mediante ‘voti’) ma, tout court, ‘non-cattolico’ e (poiché non si tiene conto della presenza, sia pur minoritaria, delle altre chiese diverse dalla cattolica romana) ‘non-cristiano’. Questa, grosso modo, la situazione attuale a cui ho fatto riferimento all’inizio. Ma ci possiamo accontentare del linguaggio dominante? Dobbiamo rassegnarci a intendere per ‘laicità‘ una sorta di neutralismo delle idee e di indifferentismo etico? O non dobbiamo provare a rivisitare il vocabolo, e a modificarne il significato, per evitare che le imprecisioni linguistiche fomentino la confusione delle idee e dei comportamenti pratici?
La proposta che comincia a circolare negli ultimi decenni, e con la quale concordo, è di intendere la ‘laicità‘ non in antitesi a qualche altra dimensione antropologica bensì in sé stessa: come costellazione di atteggiamenti quali la curiosità intellettuale, la ricerca senza pregiudizi, il confronto sincero con le posizioni altrui, la tolleranza ed anzi la valorizzazione delle tradizioni diverse dalla propria…Così intesa, la laicità è compatibile con ogni convinzione religiosa: cattolica, ortodossa, protestante, ebraica, islamica, buddhista, induista, taoista, confuciana, animista, agnostica, atea.
L’unica incompatibilità che può oscurare, o addirittura azzerare, la laicità è costituita dunque da un complesso di atteggiamenti mentali e comportamentali quali la chiusura verso il diverso, la diffidenza verso il nuovo, la rigidità fondamentalistica, la banalità conformistica, il dogmatismo atterrito dalle obiezioni che lo possono mettere in crisi…E’ del tutto evidente che, se si accetta questa interpretazione, è possibile trovare non solo veri laici fra credenti ma anche perfetti bigotti fra i non-credenti. Da quello che ne possiamo sapere, Socrate o Gesù di Nazareth sono stati dei ‘laici’ indomabili; Erode o Stalin dei bigotti a tutto tondo. E, se è lecito azzardare un accenno ai nostri giorni, cattolici come Ignazio Marino o valdesi come Paolo Ferrero danno prova di laicità di gran lunga più limpida di “atei devoti” come Silvio Berlusconi o Marcello Pera.

Augusto Cavadi

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