domenica 4 aprile 2010

RIDERE DI DIO ? Un libro della Di Girolamo (Trapani)


“Centonove” 2.4.2010

RIDERE DI DIO

Anche se a conclusione - e non in esordio - del libro, l’autore si presenta brevemente: “Sebbene meridionale, ebbi a nascere in una famiglia convertita al valdismo dalla fine dell’Ottocento”. Infatti, dopo l’editto di tolleranza emesso da Carlo Alberto nel 1848, la piccola chiesa protestante (sino allora relegata quasi esclusivamente in tre valli piemontesi) poté avviare una “intensa attività di proselitismo che portò alla nascita di alcune chiese valdesi nel resto d’Italia”. Non immemore di queste origini familiari, “all’alba dei vent’anni, invece di dedicarmi alla lotta armata o all’uso di sostanze stupefacenti, partivo con altri otto fanatici alla volta della Sicilia per fondarvi una ‘comune protestante’. La scelta della Sicilia era un chiaro rimando alla Questione Meridionale che ancora infarciva il linguaggio politico di quegli anni, prima di venire offuscata da altre questioni legate ai generi, all’ambiente, alle globalizzazioni. E così, anche noi che non avevamo fatto il sessantotto perché troppo giovani e che non avremmo fatto gli yuppies perché troppo poveri e sfigati, affascinati dai modelli dei compagni più grandi, iniziammo una faticosa esperienza di vita comunitaria. Abitavamo in otto in una casa che avrebbe contenuto al massimo tre persone…Non erano più i tempi della militanza politica e non ancora quelli del fanatismo religioso, ma nel nostro modo di comportarci si potevano scorgere aspetti dell’una e dell’altro”.
Ritornato a Torino - e ad una vita un po’ più normale - Velluto si concede qualche trasgressione episodica: il volume appena edito, dal titolo lunghissimo alla Lina Wertmueller (Perché non possiamo fare a meno di ridere…e meno che mai della religione) e per giunta abbinato ad un sottotitolo (Appunti di teologia pratica), lascia solo in parte immaginare il contenuto. Che è difficile non solo da immaginare prima della lettura, ma anche di raccontare dopo. E’ infatti una sorta di conversazione a briglie sciolte, intessuta di citazioni dotte e di storielle divertenti, che segue - molto disordinatamente - un filo rosso: si può ridere delle cose che si ritengono serie, per esempio (per un credente, sia pur anomalo) di Dio e della religione? La risposta è nettamente affermativa: solo un ateo veramente convinto dell’inesistenza di Dio può essere talmente ‘distaccato’ dal mondo della fede da non avere nulla da criticare in proposito. Chi, invece, ha una qualche forma di fede, non può non trovare molte cose da rimproverare al suo Dio: con accenti dolorosi e talora disperati, ma anche qualche volta ironici se non addirittura sarcastici. E’ nota l’amarezza sardonica con cui un rabbino confessava: “E’ vero, anche noi sopravvissuti ai lager nazisti avremo da rendere conto a Dio di nostre colpe; ma più ancora è Lui che dovrà scusarsi con noi per quanto ci ha combinato”. Solo chi ha saputo, come Giobbe, ridere di Dio può sperimentare il piacere di ridere con Dio. La fede autentica è infatti una sorta di distanza ironica da quel groviglio di contraddizioni inesplicabili che siamo noi stessi, l’umanità, l’intero universo.

Ma se possiamo ridere di Dio e dell’uomo, perché non dovremmo farlo anche della religione (che, oggettivamente considerata, è un’invenzione dell’uomo alla ricerca di Dio)? Ad una sola condizione: che prima di ridere delle religioni altrui, si abbia l’intelligenza critica di ridere della propria. Velluto lo sa bene: infatti quasi tutto il libro deride, prima dei buddisti o degli islamici, i cristiani. Tutti: non solo i cattolici (ché per un protestante sarebbe uno scherzo da bambini), ma anche gli stessi protestanti. Come quando spiega che i suoi correligionari valdesi, a differenza dei cattolici, sono soli con la propria coscienza di fronte a Dio e non possono contare né sull’intercessione dei santi né sull’assoluzione dei preti: e questo “responsabilizza di molto il comportamento del credente generando solitamente degli enormi sensi di colpa. E’ questo il motivo perché per un valdese è molto più difficile che per un cattolico comportarsi male mentre gli risulta molto più facile ricorrere alle cure di uno psicanalista”.

Augusto Cavadi

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