sabato 19 giugno 2010

Augusto intervista il pastore Esposito su matrimonio lesbico


“Repubblica – Palermo”
Martedì 8 giugno
Matrimonio fra due donne.
Celebra un pastore valdese.
Intervista di Augusto Cavadi ad Alessandro Esposito

Alessandro Esposito è un giovane pastore della chiesa valdese di Trapani e di Marsala. Mercoledì 7 aprile ha ‘celebrato’, nel tempio valdese di via Orlandini a Trapani le nozze di due donne. E’ la prima volta che in Italia un pastore protestante ‘celebra’ un matrimonio omosessuale.

Tra i cattolici italiani solo due preti hanno presieduto la celebrazione di matrimoni omosessuali, ma la reazione della gerarchia ecclesiastica è stata durissima. Lei non teme che anche nella chiesa valdo-metodista a cui appartiene possano registrarsi provvedimenti disciplinari nei suoi confronti?

In tutta onestà, no. Principalmente per tre ragioni. La prima concerne il fatto che, in vista di tale benedizione, ho provveduto ad informare tanto il mio consiglio di chiesa (al quale rispondo per tutto ciò che attiene alla mia attività pastorale) quanto la Tavola Valdese (che rappresenta, per così dire, il nostro «esecutivo» a livello nazionale) che hanno espresso, congiuntamente, il loro consenso al riguardo. Da noi, difatti, la prassi è questa: cosa che consente, credo, di vivere l’essere chiesa secondo modalità democratiche, senza però dar luogo a personalismi, sempre inopportuni e inefficaci. Le questioni, in seno alla nostra chiesa, si discutono, si dibattono, si argomentano: e le decisioni vi fanno seguito. Si cerca sempre di muoversi collegialmente, per quanto, talvolta, è necessario dimostrare un pizzico di «intraprendenza». Vengo così alla seconda ragione: l’«Assemblea-Sinodo» del 2000 (incontro tra deputati e delegati delle chiese valdo-metodiste e battiste d’Italia) ha incaricato una commissione di affrontare il tema dell’omosessualità e di redigere, in proposito, un documento, che è poi stato approvato dalle nostre chiese. Da tale documento, denominato GLOM (gruppo di lavoro sull’omosessualità), emerge un quadro che, nelle sue linee generali, denota apertura nei confronti della piena partecipazione alla vita ecclesiastica delle donne e degli uomini omosessuali, auspicando anche che si giunga a benedire le loro unioni: cosa che, attenendoci alle indicazioni del documento, come chiesa valdese di Trapani e Marsala ci siamo limitati a rendere attuativa. L’apertura delle nostre chiese in tal senso, in ogni caso, ha senz’altro rappresentato l’elemento fondamentale a partire dal quale è stato possibile compiere il cammino che ha portato a questa celebrazione. L’ultima ragione, infine, è quella di gran lunga più importante, perché fondante: la chiesa valdese di Trapani e Marsala ha celebrato la benedizione dell’unione di due donne perché ha trovato che essa interpreti, semplicemente e pienamente, il comandamento evangelico dell’amore. Assai prima che la chiesa, infatti, a rendere legittimo questo gesto è l’evangelo proclamato da Gesù e dai profeti prima di lui, testimonianza vivente e quotidiana di un Dio che vuole l’amore e, al contrario di noi, non lo giudica.

Come è noto, per i protestanti il matrimonio non è un sacramento stabilito da Cristo, né è caratterizzato dall’indissolubilità, ma costituisce comunque un momento importante nel cammino esistenziale e di fede di un credente. In Italia vige un accordo con lo Stato per cui, come i matrimoni cattolici, anche i vostri hanno effetti civili: ciò vale anche per il matrimonio fra due coniugi dello stesso sesso?

Per ovvi motivi, no. Se un’unione non è sancita dalle leggi dello Stato, la chiesa valdese può celebrare, come di fatto è avvenuto, soltanto una benedizione, la quale ha valore sotto il profilo ecclesiastico e -ritengo- civico, ma non possiede effetti civili. Certamente, anche sotto l’aspetto simbolico, credo che la scelta operata dalla nostra comunità sia eloquente e va, senza dubbio, nella direzione del pieno riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali, che auspichiamo e chiediamo. A tale proposito, la chiesa valdese di Trapani e Marsala partecipa attivamente alle iniziative del Gruppo Arcobaleno, gruppo laico che, collaborando con altri soggetti presenti ed operativi sul territorio siciliano (cito, su tutti, il gruppo Ali d’Aquila di Palermo), riflette sulla tematica dell’omosessualità ed intende promuovere i diritti delle coppie omosessuali in ambito tanto civile, quanto ecclesiastico. Le chiese, dal canto loro, dovrebbero, a mio giudizio, accompagnare questo percorso: e la maniera più concreta ed efficace in cui possono farlo, credo che risieda nel celebrare pubblicamente le benedizioni di coppie gay e lesbiche. Questo gesto soltanto, difatti, dimostra un peno sostegno e coinvolgimento a livello ecclesiastico. La battaglia per i diritti civili ci riguarda, certamente, ma come cittadini, non come credenti: sotto quest’ultimo aspetto, per dimostrare un’apertura autentica e non appena verbale, il gesto da compiere è la celebrazione delle benedizioni.

Pensa che quanto è avvenuto pionieristicamente a Trapani possa aprire un sentiero ‘ufficiale’ per le altre chiese o siamo ancora lontani da un simile esito?
Anche in seno alle chiese battiste, metodiste e valdesi vi sono, com’è inevitabile che sia, posizioni distinte, tanto riguardo alla tematica dell’omosessualità, quanto, di conseguenza, per ciò che attiene alla benedizione di coppie omosessuali. Le nostre rispettive sedi decisionali (il Sinodo per quanto riguarda le chiese valdesi e metodiste e l’Assemblea per ciò che concerne le chiese battiste) non si sono ancora espresse ufficialmente in proposito. Come comunità valdese di Trapani e Marsala riteniamo che sia tempo che lo facciano. È fuor di dubbio che, in tal modo, si va incontro a dei rischi, come accade ogniqualvolta si prenda posizione su tematiche eticamente sensibili. I due principali motivi che, credo, hanno sino ad ora impedito di pervenire ad un pronunciamento istituzionale chiaro e definitivo, sono, da un lato, il timore (niente affatto ingiustificato) di provocare una spaccatura in seno alle nostre chiese e, dall’altro, la paura di incrinare i rapporti ecumenici, sia intra-evangelici che con le altre confessioni cristiane. A queste pur comprensibili obiezioni, mi sento di rispondere che esistono dei punti fondamentali, che concernono il riconoscimento dei diritti umani (tra cui rientra a pieno titolo la differenza di orientamento sessuale ed affettivo), rispetto ai quali una spaccatura può -anzi deve- essere provocata, con buona pace di quanti, questi diritti, non intendono riconoscerli. Del resto, in caso di mancato riconoscimento, realtà ecclesiastiche che si attestano su posizioni più restrittive, quando non addirittura di esplicita condanna, non ne mancano di certo: di modo tale che, chiunque voglia portare avanti un’interpretazione integralista dell’etica cristiana, non ha che l’imbarazzo della scelta.
Noi, però, dobbiamo avere il coraggio e la coerenza di esprimere una posizione chiara, aliena da tentennamenti. Per quanto riguarda, poi, le relazioni ecumeniche, credo che valga, grosso modo, lo stesso discorso: non penso che sia proponibile, per amor di pace o al fine di mantenere buoni -e del tutto formali- rapporti di «buon vicinato», assumere sulla questione una posizione che rischia di risultare ambigua, teoricamente aperta e sostanzialmente titubante. Non dico che sia facile: ma è doveroso. Del resto, l’evangelo non consiste nella placida riproposizione delle consuetudini: al contrario, siamo convinti, come comunità trapanese e marsalese, che esso chiami a tutelare il diritto degli esclusi e delle escluse, a prendere posizione al loro fianco ogniqualvolta che tale diritto viene ingiustamente negato o calpestato. E crediamo che questo sia quanto è avvenuto per secoli, spesso e volentieri con l’esplicito consenso delle istituzioni ecclesiastiche, nei confronti delle persone omosessuali. Ecco perché riteniamo che sia tempo che le chiese stesse riparino a quest’ingiustizia compiendo un cammino di conversione, che si espliciti nel gesto nudo ed eloquente dell’accoglienza, manifestata (anche) attraverso la celebrazione di benedizioni di coppie dello stesso sesso.

Lei ha affidato a “Repubblica” l’esclusiva della notizia. Ma qualche reazione l’avrà già registrata in chi l’abbia appresa ufficiosamente…
Pur essendo inevitabilmente trapelata, la notizia non ha scatenato reazioni degne di rilievo: non annovererei come tali, difatti, gli immancabili inviti al ravvedimento e alla conversione fattimi pervenire dagli onnipresenti fondamentalisti. Al momento sembra che la strategia adottata dagli organi di informazione sia quella, tutt’altro che involontaria, dell’insabbiamento. Si tratta, infatti, di un evento certamente inusuale, che ha però il difetto di mettere indirettamente in discussione la chiusura che le gerarchie vaticane hanno da sempre manifestato in ordine a tale tematica. Ma questo era ampiamente preventivabile. Del resto, ciò che ci preme non è certo la pubblicità, quanto, piuttosto, l’affermazione di un diritto, che come tale vorremmo che fosse percepito e recepito dall’opinione pubblica. Purtroppo, però, ci rattrista constatare che quella di un cattolicesimo adulto, capace, quando è il caso, di esprimere un dissenso motivato, è una realtà minoritaria, la quale, peraltro, non trova risonanza nella maggior parte dei mass-media, inclusi quelli della cui indipendenza ho stima e nella cui laicità ho fiducia.

Grazie per la fiducia nella nostra testa, pastore Esposito.
Grazie a lei per l’opportunità concessaci e per la sensibilità dimostrata. Merce rara, al giorno d’oggi: glielo garantisco.

Augusto Cavadi

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