giovedì 17 giugno 2010

Maurizio Crippa intervista Augusto Cavadi
(”Il Foglio” del 28.11.09)


“IL FOGLIO
QUOTIDIANO”
SABATO 28 NOVEMBRE 2009

IL COMPLICATO E PERVERSO RAPPORTO TRA MAFIA E RELIGIONE

IL CONVERTITO SPATUZZA E IL FONDAMENTO TEOLOGICO DEL CONCORSO ESTERNO

Introduzione alla Sacra scrittura;Teologia fondamentale;Storia della chiesa;Filosofia teoretica ;Cristologia e patrologia . Insomma gli esami fondamentali di un buon primo anno di teologia, ben passati all’ Istituto di Scienze religiose delle Marche, I’Università teologica riservata ai laici e agli aspiranti professori di religione. Un buon curriculum , anche senza essere un ex killer di Cosa nostra , messo insieme sudando su tomi del teologo Piero Coda e su classici del seminario come la “Teologia della Rivelazione”di Rene Latourelle. E’ opinabile se la conversione religiosa e la nuova dimestichezza con le cose di Dio conferiscano al pentito Gaspare Spatuzza maggiore attendibilità sulle stragi del ‘93 . Ma di certo il suo libretto universitario, pubblicato ieri dal “Corriere della Sera”,aggiunge un nuovo mattone a quel complicato e perverso rapporto tra gli uomini di mafia e la religione, a cui Augusto Cavadi ha dedicato un libro problematico e accusatorio, “Il Dio dei mafiosi”. Ed è questo rapporto perverso tra cattolicesimo e antropologia mafiosa il nodo gordiano che Cavadi vorrebbe tagliare. Di Spatuzza non parla, ovviamente, forse alla prossima edizione. Ma, intercettato dal “Foglio” mentre va a discutere di legalità, chiese e mafia in giro per la bergamasca, il professore palermitano oppone subito un distinguo, risolutivo, circa l’attendibilità: “Che un delinquente si converta e si avvicini a Dio dopo il pentimento, o in carcere, non mi fa problema: in fondo rientra nel clichè di fra’ Cristoforo. Mi fanno più problema i mafiosi che si interessano alla fede prima”. Il che non è ammissibile, secondo il rigorismo della teologia antimafia. Il caso di scuola prima di Spatuzza, è quello di Pietro Aglieri, il figlioccio di Binnu Provenzano nel cui covo trovarono testi di santa Teresina di Lisieux e la “Mistica della croce” di Edith Stein. Il boss che appuntava pensieri cosi: “Gesù può veramente mondarmi. Di questo sono sicurissimo. Ma io voglio veramente essere guarito?”. Di questo andava a discutere “u signurinu” Aglieri con padre Frittitta, il carmelitano delia Kalsa che di lui testimoniò: “Pregava sette ore al giorno, digiunava due volte alla settimana”. Il caso è interessante: Frittita, infatti, che si limitava a offrire al boss il conforto della fede senza esigere, oltre alla conversione del cuore, pure il pentimento giudiziario, fu condannato per favoreggiamento. E, rievoca Cavadi, sul suo caso la chiesa palermitana si spaccò. Una commissione teologica voluta dal cardinale De Giorgi stese un documento che condannava la teologia “permissiva” alla Frittitta. “Ma è restato lettera morta, la maggioranza della chiesa locale si schierò contro”. Fatto grave, perché “non basta condannare il non uccidere, bisogna condannare anche l’appoggio politico, la connivenza”. In pratica, si dovrebbe fondare teologicamente il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come scrisse la rivista “Segno”: “Il pentimento davanti a Dio e non agli uomini è una stupidaggine ideologica tipicamente clericale”. Ma Spatuzza è un bravo studente di teologia.

Maurizio Crippa

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