sabato 24 luglio 2010

Ore per chiedere un passaporto in questura...


“Repubblica – Palermo”
21 luglio 2010

UNA GIORNATA IN FILA PER OTTENERE IL PASSAPORTO

Luogo: ufficio passaporti della questura di Palermo. Data: mattina di lunedì 19 luglio (ma potrebbe essere una qualsiasi mattina da giugno a settembre di ogni anno). Coda lunghissima già nelle prime ore (avanti a me 74 persone). Cerco di capire perché e, pezzo dopo pezzo, ricostruisco il puzzle. Primo fattore (dichiarazione di una poliziotta che, ogni tanto, viene a dare una mano all’unico impiegato che si fa in quattro con gesti precisi e decisi): sono assenti tre colleghi (uno in ferie, due in malattia). Secondo fattore: molto tempo si perde a chiedere e ricevere informazioni sui documenti necessari nelle varie ipotesi (richiesta da scapolo o da coniugato; da coniugato con figli minorenni o senza figli minorenni etc.). Alla sacrosanta domanda di una signora in coda (“Perché non scrivete al computer un foglio con le istruzioni e lo appendete alla parete?”), risposta della medesima poliziotta: “Sarebbe inutile. Tanto non lo leggereste”. Terzo fattore di disservizi: quando viene chiamato un numero, chi si presenta allo sportello non è invitato a esibire il relativo scontrino. Così intercetto la prima faccia furba che mi pare di individuare e, davanti a poliziotti silenti, pretendo che mostri al resto degli astanti lo scontrino. Alla fine si arrende: aveva il 90, cioè avrebbe dovuto attendere - grosso modo – un’ora e mezza ancora. Mi getta un’occhiata di odio e balbetta la scusa più scema: “Ma è da questa mattina che c’è gente che s’infila a sbafo e proprio con me Lei doveva cominciare a protestare?”. Quarto fattore di lentezza del turno: l’unico addetto che non si schioda per ore dalla sedia, cercando di fronteggiare da solo la marea montante degli utenti, chiede sottovoce a un collega in piedi (che, per la verità, era sempre molto cortese nel dare ogni tanto informazioni a chi gli si rivolgeva) di sedersi accanto a lui per sbrigare pratiche. Ma riceve un cortese rifiuto: “Non potrei firmarle”. “Non ti preoccupare” – insiste il primo – “tu le predisponi, io le controllo e le firmo”. Niente da fare. Quando si tratta di evitare fatica, le norme sono norme! Quinto fattore di ritardo: il poliziotto che-non-poteva-preparare-pratiche riceve una chiamata al cellulare, risponde gentilmente, si sposta per accogliere un signore in borghese, gli predispone la pratica e la sottopone alla firma del collega autorizzato, con una dichiarazione a mezza voce: “E’ un carabiniere con la moglie e la figlia, non mi pare il caso di fargli fare il turno”.
Sono davvero desolato. Il mio sguardo si incontra con lo sguardo di un anziano utente e mi pare di veder scoccare una scintilla di complicità: “Almeno in questura, almeno per l’anniversario della strage di via D’Amelio, uno si aspetterebbe un minimo di legalità, di trasparenza e di efficienza” – gli confido in nome del comune grigiore dei capelli. Lui mi squadra attento e, quasi a fatica, replica: “Ma cosa si aspetta da una categoria di statali che è entrata quasi sempre per raccomandazione? Di solito i poliziotti non vincono il concorso senza spinte clientelari. Non sanno neppure che cosa siano le regole uguali per tutti i cittadini. So quel che dico, ma non posso dire che funzione ho svolto nei miei quaranta anni di lavoro”. “Dove? ” “Al Ministero degli Interni”.

Augusto Cavadi

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