giovedì 14 ottobre 2010

“Le ombre immutabili di Palermo” di Enrico Chillari


“Repubblica – Palermo”
10-10-2010
LE OMBRE DI PALERMO

Nei salotti buoni è meglio evitare di discutere di sesso, politica e morale. Se l’adagio è vero, il romanzo di Enrico Cillari, Le ombre immutabili di Palermo (Kimerik, 2010, pp. 144, euro 14), non è adatto ai salotti buoni. Infatti il filo rosso del libro – la Palermo di oggi – nasce dall’intreccio di tre cordoncini: la vita sessuale clandestina, il sistema politico-mafioso e l’aspirazione ideale a una città diversa.
Il protagonista è un medico, che è anche parlamentare a Roma, deciso a tornare alla sua città d’origine per dedicarsi all’attuazione di un sogno: renderla più vivibile. Convinto che a Palermo non manchino “risorse umane e professionali per crescere”, per “diventare la porta del Nord Africa e del Sud Europa”, egli lancia un progetto complessivo di azione politica: “Questa terra ha nella bellezza la sua principale risorsa. Dobbiamo far di Palermo il cuore del turismo siciliano, investire per organizzare la città, dare servizi e incentivare l’attività commerciale. Tra la gente dobbiamo portare un messaggio chiaro e semplice: che vogliamo dare possibilità di guadagno nella legalità”. Occorre distinguere l’area metropolitana in cinque quartieri e dotarne, ognuno, di “mega struttura sportiva, biblioteca, centro sociale e cinema”. L’entusiasmo dell’onorevole Emanuele Lauri è però sottoposto alla dura verifica del tessuto sociale cittadino. Diventa, infatti, oggetto non solo di intimidazioni mafiose (“Caro professore, deve smettere di occuparsi di problemi che non la riguardano. Faccia il suo mestiere di medico, la smetta di occuparsi della città e di rompere i coglioni”), ma anche di richieste di sostegno per ottenere appalti (in cambio di mazzette e di voti) da parte di insospettabili esponenti della borghesia imprenditoriale. Già, la borghesia palermitana: che nasconde, sotto il velo di un apparente perbenismo, storie di fallimenti sentimentali e di frustrazioni sessuali. Da cui prova a liberarsi, a imitazione di quanto avviene in altre città occidentali, creando club riservatissimi dedicati agli scambi di coppia e a pratiche variegate di sesso libero: ambienti nei quali chi è abbastanza cinico ed emotivamente distaccato sperimenta piaceri intensi, ma chi è legato ad esigenze affettive incorre in incidenti tragicomici (come quello descritto nel libro a proposito di Ugo e Maria).
Intanto la campagna elettorale va avanti, il giorno delle elezioni comunali di avvicina. Si moltiplicano gli incoraggiamenti al candidato (“I costi della politica sono il peggiore ostacolo allo sviluppo dell’Italia e ancora di più di Palermo. Poi viene tutto il resto, ma Lei ha le idee chiare. Anche io spero in un suo successo; è triste vedere mortificata una città così bella. Abbiamo un sindaco fantasma; non si sa cosa faccia e dove sia, eppure prende uno stipendio”); ma anche i tentativi, sinceri, di dissuaderlo da una strada troppo pericolosa (“Non credo tu abbia altri margini di manovra. Probabilmente la mafia ha capito che se il tuo progetto va avanti, cambiano troppe regole del gioco e si riduce la sua capacità di controllo”).

Una serie di eventi tragici, concatenati in successione logica, anticipa con violenza l’epilogo della storia: Lauri perde, sia pur di poco (“per cinquemila voti”), le elezioni e non gli resta che tornare ai ritmi lavorativi di prima, lontano dalla Sicilia. All’aeroporto “Falcone – Borsellino”, in attesa del volo per Londra, passano per la sua mente considerazioni amare, ma realistiche: “Certo Palermo non è una città immobile. Ha una sua modernità, ma io volevo che uscisse dal suo ossequio alle forze affaristiche, perché era ed è per me la via per il decollo economico e sociale. Ma è sicuro che i cittadini vogliono questo? I fatti dicono di no. La classe politica è quella espressa dalla maggioranza dei suoi cittadini. I politici sia al Comune sia in Parlamento hanno lavorato per costruire privilegi e prebende; i cittadini hanno piena consapevolezza di questo e pensano di usare anche loro la politica per acquisire potere e vantaggi. Altri invece disapprovano questo modo di governare e manifestano disaffezione dalla politica”. Ma grazie al combinato disposto di cittadini complici e di cittadini sprezzantemente astensionisti, lo strato peggiore del ceto politico ingrassa: “Alla fine siamo al punto di partenza. Una città in mano ai soliti, che usano il potere per avere privilegi, cioè una società diseguale con una democrazia in deterioramento”.

C’è da sperare che questo romanzo, incisivo perché scritto con passione sincera (e che dunque si fa perdonare alcune ingenuità stilistiche), non venga letto da possibili candidati alternativi al sistema di potere attualmente in sella al Comune di Palermo. Se, infatti, si convincessero - come sostiene nelle ultime pagine un anziano imprenditore filo mafioso – che in Sicilia “il centrodestra è pieno di politici voraci che cercano solo di arricchirsi, la sinistra convenzionale è piena di incapaci”, sarebbe duro per loro accettare la prossima sfida elettorale, col rischio di fare la fine dell’onorevole Emanuele Lauri. Se non anche peggiore.

Augusto Cavadi

Mi svegliai mentre le prime luci del giorno segnalavano la loro presenza. Mia moglie, accanto a me, era ancora immersa nel sonno. Il suo viso era sereno. Gli anni erano passati senza togliere alcuna bellezza ai suoi lineamenti. Mi avvinai a lei, le sfiorai la guancia con le labbra e sena fare rumore lascia la stanza. La cucina era illuminata da una luce intensa. Andai fuori sul balcone e cominciai a guardare intorno. L’aria era frizzante, il cielo terso, azzurro, luminoso, sconvolgente. Nulla alterava il colore del cielo: né una nube né una striatura. A sinistra, dal Monte Pellegrino giungeva, con un tenue e fresco venticello, uno stormo di passeri. Cinguettii intensi riempivano il silenzio. Rapito da quelle intense sensazioni che Palermo riesce ancora a dare, decisi di uscire e di andare sul Monte Pellegrino. Andai in garage, presi la macchina e, prima di seguire il mio proposito, mi recai al solito bar, dove quasi tutte le mattine andavo a far colazione. Appena entrai, mi accolse la solita voce del buon Giovanni. “Buon giorno, professore” disse con aria allegra e al tempo stesso sorpresa. “Buon giorno, Giovanni”. “Come mai, oggi siete qui così presto e senza la scorta?” “Oggi mi sono svegliato prima del solito e la bella giornata mi ha strappato via da casa e buttato per strada” dissi con un tono di voce tenue, quasi per scusarmi dell’imprudenza commessa. Incipit del romanzo di Enrico Chillari, Le ombre immutabili di Palermo, Kimerik, 2010, pp. 144, euro 14).

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