venerdì 19 novembre 2010

Perché don Puglisi non può essere un martire?
(”Adista” e “Micromega”)


Riproduco un’intervista che ho rilasciato a Luca Kocci per “Adista” (71/2010) e che è stata ripresa anche sul sito di “Micromega” (http://temi.repubblica.it/micromega-online/don-pino-puglisi-santo-e-martire-di-mafia-il-vaticano-tentenna)

PERCHÉ IL VATICANO NON VUOLE DON PUGLISI MARTIRE
INTERVISTA AL TEOLOGO CAVADI

di Luca Kocci

Don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia per il suo impegno pastorale e sociale, è un martire oppure no? Il Vaticano, dove è fermo il processo di canonizzazione che ha superato la fase diocesana, è restio a concedere il titolo. Troppo pericoloso, forse, affermare che chi si oppone alla mafia fino alla morte è un martire: che figura farebbe tutta quella parte di Chiesa che non solo non si oppone ma convive tranquillamente con mafia, camorra e ‘ndrangheta? Diverse associazioni ecclesiali di base palermitane, invece, pensano esattamente il contrario, ed hanno scritto a Benedetto XVI – che il prossimo 3 ottobre andrà a Palermo per incontrare famiglie e giovani, v. notizia successiva – chiedendogli che “venga solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la morte di don Puglisi, ucciso dalla mafia”: dare questo valore alla morte di un uomo “che non ha piegato la testa al potere mafioso” in nome del Vangelo sarebbe un segno di “svolta” (v. Adista n. 61/10).
Per approfondire la questione Adista ha intervistato Augusto Cavadi, filosofo e teologo palermitano, esperto dei rapporti fra Chiesa e mafia e autore, fra l’altro, del Dio dei mafiosi (Edizioni San Paolo, 2009), un volume che analizza in particolare le relazioni fra etica mafiosa e teologia cattolica.

Don Pino Puglisi può essere considerato dalla Chiesa un martire?
Un antico adagio teologico sostiene che ogni Chiesa ha i martiri che si merita. Nel caso di don Pino Puglisi concordo, ma a patto che si capovolga il senso abituale della frase. Essa, infatti, suona tradizionalmente in tono trionfalistico: più una comunità è santa, più martiri produce. A Palermo, come a Casal di Principe con don Peppino Diana (il parroco ucciso dalla Camorra il 19 marzo 1994, ndr), va intesa invece su un registro molto meno entusiasmante: più una Chiesa è qualunquista, più è probabile che - se qualcuno s’impegna - finisca ammazzato. Non sarebbe strano, d’altronde, se così non fosse? È una legge che vale, spietatamente, per ogni gruppo professionale. Se i giudici di un distretto prediligono per anni il quieto vivere, la loro tiepidezza investigativa crea le condizioni oggettive per cui il primo collega che si mette a fare sul serio si espone ai colpi della mafia; se i commercianti di un rione pagano il pizzo, la loro sudditanza condanna a morte il primo collega che si ribella; e così, altrettanto, per i medici, i giornalisti o i poliziotti.

Lo stesso può valere anche per i preti?
Certamente. La figura tipica del prete meridionale è di un onesto burocrate del sacro: amministra i sacramenti, insegna un po’ di catechismo ai bambini, soccorre qualche famiglia in difficoltà. Per il resto, meno interrogativi si pone, e pone ai parrocchiani, e più viene apprezzato. In questo scenario, i mafiosi possono accettare che un prete organizzi marce e fiaccolate in difesa della legalità democratica, come faceva don Puglisi? Che chieda alle autorità di far sgombrare locali abusivamente adibiti a deposito di sigarette di contrabbando e di droghe illegali? Che critichi gli amministratori esperti in pratiche clientelari quanto incapaci di attivare spazi sociali istituzionali (come scuole, palestre, centri sociali, biblioteche)? Che addirittura vada a visitare familiari di mafiosi per problematizzare la compatibilità di certi criteri etici con i dettami evangelici? Evidentemente no! Un prete può andare bene solo nella misura in cui non insiste sul messaggio di Gesù di Nazareth: la dignità di ogni uomo e di ogni donna, la cura del debole, la difesa del perseguitato. Può essere lasciato in pace se, a sua volta, lascia in pace padroni e padrini: se – come diceva a proposito di sé monsignor Helder Camara – aiuta i poveri ma evita di chiedersi perché questo sistema socio-economico produca poveri.

Per questo motivo il Vaticano indugia a riconoscere il martirio di don Puglisi?
Credo proprio di sì. Se non si ha chiara questa problematica non si possono capire le resistenze sinora opposte da ambienti vaticani alla canonizzazione di don Puglisi: additarlo alla venerazione dei fedeli significherebbe ammettere che, per un prete, l’impegno per la libertà e la giustizia nel territorio costituisca non un optional, o addirittura una deviazione, rispetto alla sua missione, bensì un elemento costitutivo, irrinunciabile.

(29 settembre 2010)

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