venerdì 21 gennaio 2011

Mina Welby oggi a Palermo (versione integrale)


“Repubblica - Palermo”
21.1.2011

(Riporto, in versione integrale, l’articolo di oggi)
TESTAMENTO BIOLOGICO.
IL COMUNE ALLA PROVA

Invitata dal nucleo promotore di Palermo dell’associazione “Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica” (www.lucacoscioni.it), la signora Mina Welby partecipa in città a una serie di incontri e convegni, ma il momento culminante sarà , oggi, la consegna ai consiglieri comunali delle circa 500 firme finora raccolte per l’istituzione a Palermo del pubblico registro comunale dei  testamenti biologici. Non sappiamo quanti saranno gli amministratori che accetteranno l’invito simbolico all’incontro, ma è certo che si tratta di un’occasione da non sprecare per contribuire alla crescita civile del capoluogo siciliano (e, grazie al possibile effetto trascinamento, dell’intera isola). Sarebbe grave vanificare l’appuntamento per pura distrazione (come capita spesso ai politici quando non si tratta di denaro pubblico da spendere), ma non meno grave sarebbe se avvenisse per ignoranza. Infatti, nell’immaginario popolare, il testamento biologico - mediante il quale ogni cittadino detta in anticipo le sue volontà nel caso che, in futuro, la sua sopravvivenza rimanesse legata a macchinari ed egli stesso non fosse nelle condizioni di pronunziarsi (come è avvenuto, ad esempio, per la povera Eluana Englaro) – viene considerato uno spartiacque ideologico: favorevole chi è miscredente in religione e progressista in politica; contrario chi è credente in religione e conservatore in politica. Un’informazione poco poco più accurata, però, dimostra che questa visione è totalmente infondata.
Daniela Monti ha intervistato, in un volume recentissimo dell’Einaudi, sei filosofi italiani proprio sul tema Che cosa vuol dire morire riportando pareri in più di un passaggio spiazzanti. Infatti, ad esempio, Remo Bodei, dopo aver rivendicato la dignità di ‘laico’ ( uno che “non crede, o, meglio, che crede in altre cose”), ci tiene a precisare non tutti i laici sono per ciò stesso barricadieri e relativisti: sostenere “il diritto a una morte secondo il testamento biologico” non significa dimenticare che “la nostra vita non appartiene soltanto a noi, ma ai familiari, agli amici, alla comunità. Una certa cultura laica vorrebbe trasformare la morte in un vento banale, ma la morte non è mai banale: è solennità, è mistero. Ogni volta che muore qualcuno, un intero mondo scompare e si perde per sempre. Io difendo quel mistero. Viviamo come ospiti grati che cercano di capire perché sono finiti in questo mondo e quanto durerà. Vivere con un margine di incertezza non toglie la responsabilità delle proprie azioni, ma lascia aperta la porta al dubbio che le cose, alla fine, possano rivelarsi diverse da come le abbiamo pensate. E’ il contrario delle fedi rigide, sia laiche che religiose, dentro le quali ci si mura per non avere paura”.
Come si può essere ‘laici’ e percepire la sacralità della vita e della morte, così si può essere credenti in Dio e favorevoli al testamento biologico. Un altro degli intervistati, Giovanni Reale, tra i più autorevoli filosofi cattolici viventi, non esita su questo punto a prendere le distanze dalle gerarchie della sua chiesa: “Sì, anche la Chiesa è vittima di un paradigma culturale dominato da un’idea della tecnologia così invasiva, così totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura”. E anzi riporta proprio una sua lettera, inviata alla moglie di Piergiorgio Welby, in cui il professore emerito di metafisica cristiana aveva scritto, tra l’altro, senza mezzi termini: “La terapia imposta a suo marito e la nutrizione artificiale imposta per diciassette anni alla Englaro rientrano, a loro modo, in forme di accanimento terapeutico. Quando si è sottoposti a terapie in vario modo invasive, il malato deve avere la libertà di accettarle o di non accettarle. Io, come credente, sono sicuro che questo sia lecitissimo e giustissimo: la natura l’ha creata Dio, la tecnologia è opera dell’uomo: se io preferisco, alla fine della mia vita (che Dio stesso mi ha dato) lasciare alla natura (che lui stesso ha creato) il suo corso, sono ben lontano dal commettere un atto irreligioso, anzi addirittura mi sento molto religioso, in quanto dico a Dio: è venuta per me la fine, sia fatta la tua volontà (come vuole la natura)”.
Capisco che i ben più gravosi impegni dei consiglieri comunali non consentono troppe meditazioni filosofiche ma sarebbe un piccolo segnale di incoraggiamento, nella stagnazione attuale, se si facessero promotori di un gesto di civiltà al di là degli schieramenti più o meno nobili.

Augusto Cavadi

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