lunedì 24 gennaio 2011

Un Natale pagano


“Centonove”
14.01.2001

Sul popolo Kalasha, quattromila persone tra i monti del nord-ovest del Pakistan lungo il confine afghano ad altitudini che sfiorano i 2.000 metri, pochi al mondo sanno qualcosa. Ma due fratelli palermitani - Augusto e Alberto Cacopardo – ne sanno molto: dal 1973 ad oggi hanno dedicato molte energie ad approfondire la conoscenza di questo popolo quasi sconosciuto. Un’etnia che, costituendo l’ “unica isola non islamizzata nel vasto mare musulmano che va dalla Turchia all’India”, consente di osservare una forma di vita associata anteriore alla “diffusione delle grandi religioni”: “il politeismo greco o germanico, la religiosità celtica o quella vedica”. Insomma: conoscere la cultura Kalasha significa sapere come eravamo prima di imboccare la via delle “società urbanocentriche a cui noi stessi apparteniamo”. Oggi questa conoscenza, a partire dal “ciclo festivo invernale, incentrato sulle celebrazioni solstiziali” (il Chaumos), è accessibile anche a noi profani grazie al volume di Augusto S. Cacopardo Natale pagano. Feste d’inverno nello Hindu Kush (Sellerio, Palermo 2010): volume che, secondo il titolo ossimorico, aiuta anche “a comprendere meglio dove affondano le radici pre-cristiane delle nostre ‘feste di dicembre’ ” che, com’ è ormai assodato dagli antropologi, si sono “sovrapposte a cicli festivi pagani - celtici, germanici, slavi, italici – che celebravano il solstizio d’inverno”. Un “tema tipico delle feste invernali” – osserva l’autore a proposito del culto del “corvo bianco, intermediario che intercede a favore degli uomini presso il Dio supremo” – è “l’arrivo da un altro mondo di un essere benevolo che soddisfa tutti i desideri”.
E’ ovvio che non sia possibile sintetizzare in poche righe che cosa ci viene raccontato su questo “piccolo prodigio culturale per la loro lunga resistenza all’islamizzazione e per le radici antiche del loro sistema religioso”: ma qualche accenno, sufficiente a stuzzicare il desiderio di ulteriori approfondimenti, è possibile. Diciamo subitoche il popolo Kalasha è riuscito, per secoli, a preservare insieme la propria identità sociale (una società di poveri ma uguali) e la propria autonomia dalle varie invadenze politiche (russi sovietici, americani e interforze Nato, talebani musulmani). Al suo interno vige una polarità a più livelli fra il puro e l’impuro: fra “gli dei e gli spiriti dei monti”, a un estremo, e “l’Altro, il nemico che minaccia l’esistenza del gruppo, che per i Kalasha da almeno quattro secoli è impersonato dal mondo islamico”, all’altro estremo. Fra questi due estremi, si dispiega tutta una gamma intermedia: dal più ‘puro’ (il maschio, specie se giovane e vergine) al meno ‘puro’ (la donna, specie se mestruata o addirittura partoriente) sino all’impuro per eccellenza (il cadavere). Augusto Cacopardo nota comunque che sarebbe sbagliato tradurre meccanicamente questa differenza di purezza in gerarchia sociale: l’uomo ha certamente una prevalenza sulla donna, ma ciò non toglie alle donne delle sfere di autonomia gestionale. Non senza ragioni l’antropologa Wynne Maggi ha intitolato Our Women are Free il suo “prezioso studio sull’universo femminile Kalasha”.
Gli dei, dicevamo, sono prototipi della ‘purezza’: infatti la religione è politeista (un Dio creatore supremo, trascendente e “ozioso”, e una dozzina di divinità minori, immanenti e attive a favore della gente, che sono onorate non in templi chiusi ma in zone sacre all’aperto). Non ci sono sacerdoti (solo qualche sciamano che “entra in trance per comunicare agli uomini la volontà della divinità”), ma è un’etnia “ad alta densità rituale”: insomma, come per noi latini, ogni scusa è buona per fare festa. I principali cicli sono quello primaverile, quello estivo e quello invernale: quest’ultimo, incentrato sul giorno del solstizio d’inverno, è il più rilevante. Le assonanze con il natale cristiano non si fermano qui: infatti, mentre nelle feste di primavera (quando in Occidente si festeggia la pasqua, l’ascesa di Gesù al regno del Padre) si celebra l’ascesa degli umani verso l’alto, verso i monti (“fino a entrare nel mondo degli spiriti”), “l’inverso avviene nella sequenza invernale”: “il divino discende sulla terra e si mescola agli uomini”. E - si badi all’analogia – “non sono gli spiriti s’uci a discendere fra gli uomini, ma un dio che porta pace e fecondità” (il termine con cui ci si riferisce a questa festa andrebbe tradotto letteralmente “arriva il dio”:“un dio che rimane però senza nome”).
L’analogia sembra riguardare, in maniera impressionante, i dettagli. Intanto bisogna macinare il grano nei giorni precedenti: “il lavoro, simbolo della vita quotidiana, deve essere sospeso nel tempo straordinario della festa”. Poi, con la farina già pronta, si può passare a preparare il cibo: “spesse focacce di farina farcite di noci pestate” (i nostri buccellati ?). La pianta augurale più sacra è il “vischio”, “pianta sempreverde che fa il suo frutto – le piccole bacche translucide – nel periodo più buio e freddo dell’anno”. Nel corso di una festività di poco successiva (il 6 gennaio), Cacopardo partecipa a un rito domestico: “I due pani dopo un po’ vengono tagliati con un coltello e i pezzi sono distribuiti ai presenti su dei vassoi di salice intrecciato insieme a un bicchiere di vino. I pani non sono ben cotti, ma sono buoni lo stesso e il vino ci si accompagna bene”. Purtroppo si registrano, prevedibilmente, anche differenze: le liturgie cattoliche, almeno in Occidente, hanno ridotto al minimo quel mix di canti e danze che, “al culmine della sua intensità, ha decisamente qualcosa di dionisiaco”. Sempre più raro è sperimentare, nelle chiese cristiane, “quell’energia che ci spinge al di là dello stato normale e ci pone, al tempo stesso, in piena ed estatica armonia con tutti gli altri membri della comunità”. Saranno le feste ‘laiche’ per il capodanno e, ancor più, per il carnevale a tentare di restituire un po’ di animazione avvolgente alle nostre assemblee religiose, sempre più ordinate. Sempre più capaci di autocontrollo perbenista. Sempre più annoiate.
Questo libro, insomma, può costituire un ennesimo invito a spalancare le porte della propria civiltà per accogliere suggestioni e stimoli provenienti da mondi lontani e che solo per stupidità possiamo considerare ‘arretrati’. Certo, essi sono più vicini alle nostre radici antropologiche: ma, proprio per questo, hanno molto da indicarci in direzione del nostro futuro.

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