martedì 5 aprile 2011

Adriana Falsone su “101 storie di mafia” di Augusto


“Repubblica - Palermo”
09 marzo 2011 — pagina 14

CENTOUNO STORIE PER CAPIRE LA MAFIA

Una sfilza di aneddoti quasi surreali. Centouno, per la precisione: “101 storie di mafia che non ti hanno mai raccontato” è il nuovo libro della Newton Compton firmato da Augusto Cavadi. Criminali e complici, eroi della legalità e cittadini vittime del fuoco dei mafiosi solo per caso.
Sfogliando il libro, si insinua questa domanda: come riescono cinquemila uomini d’onore a tenere sotto scacco cinque milioni di siciliani? «La vera sconfitta della mafia sarà culturale o non sarà. Sino a quando i mafiosi resteranno convinti di essere persone di valore e sino a quando riusciranno a convincere altri di questa mistificazione, si potranno tagliare frutti e rami della mala pianta, ma le radici resteranno intatte».
Tra verbali, testimonianze ed esperienze personali, Cavadi ripercorre la storia della mafia: Salvatore Carnevale, Placido Rizzotto, Peppino Impastato, Mauro Rostagno, Libero Grassi solo per citarne alcuni. Senza dimenticare le donne che hanno seguito i mariti nelle loro peripezie di boss e latitanti: Ninetta Bagarella, Saveria Palazzolo e Grazia Minniti.
La Sicilia aspra e difficile emerge in tutta la sua crudezza per svelarci le mille sfaccettature di un potere strisciante.
Esemplare l’aneddoto risalente al 1958, che spiega meglio di qualsiasi trattato sociologico l’omertà, cardine della cultura mafiosa: «Sventagliata di colpi, fuga precipitosa per le vie del paese, due donne davanti a un negozio di giocattoli, insieme a una bambina di otto anni, cadono del tutto innocentemente. Il paese intero segue il funerale. Un giovane cronista, colpito da un’anziana donna che piange a dirotto ripetendo “Figghia mia, figghia mia…”, le si accosta per chiederle in che rapporti fosse con le donne ammazzate. La vecchietta guarda un po’ stupita, cerca di ricomporsi e ribatte: “Ma perché, morti ci furono?”».

Quante indagini avrebbero potuto prendere una piega diversa e quanti misfatti sarebbero stati svelati se i “non complici” avessero abbandonato la strada del silenzio.

Cosa nostra riesce ad attrarre la simpatia, o meglio, la complicità della gente, facendo leva sul bisogno di appoggi e di lavoro.

«Colpirne uno serve a educarne cento, specie se per novantanove si tratta solo di rinfrescare lezioni pregresse», scrive Cavadi ricordando una sequela di personaggi siciliani uccisi.

In pochi forse ricordano la figura di Paolo Giaccone, un medico su cui vennero fatte pressioni affinché stilasse una certificazione favorevole a un boss mafioso. Il professionista, uomo di grande coraggio e dignità, rifiutò. Dopo qualche giorno fu assassinato.

Curioso il modo in cui i mafiosi parlano di se stessi e della violenza. Cicoria e Bibbie a parte, non ci si deve stupire quando si scopre che nel covo di Pietro Aglieri si trovavano testi di Edith Stein o che in quelli di Giuseppe Falsone ci fossero i dialoghi platonici.

Per non parlare di don Masino Spadaro, “Il re della Kalsa”, laureato in filosofia a Perugia, mentre si trovava nel carcere di Spoleto, con una tesi su “La non violenzaei fondamenti della religione in Gandhi”.

Il codice d’onore del mafioso prescrive anche rigide regole nella camera da letto: «Ti dicono - racconta un pentito - “tu devi rispettare tua moglie”. Rispettare non si riferisce al rispetto normale. Rispettarla a letto per loro significa: “Non è che devi fare cose che… Perché quello si fa con le pulle, non si fa con le mogli”».

Altrettanto rigide le regole nel campo della religione: «La mafia non è peccato - diceva Guttadauro - Se devi confessarti, scegliti un prete intelligente». C’è da ridere amaramente leggendo il capitoletto “Padri all’antica”, che ripropone un interrogatorio del 1995: «Un pentito della Stidda, Orazio Vella, si confessa: “Facevo parte del gruppo di fuoco di Gela. Ho compiuto il primo delitto a quindici anni. Bruciavo case, mi occupavo di estorsioni e danneggiamenti”. Il presidente della corte lo interrompe per capire come mai la strage di Porto Empedocle fosse stata preceduta da un primo tentativo fallimentare. E il giovane Orazio spiega: “Perché le persone da uccidere si sarebbero incontrate al bar dopo le dieci di sera e io non potevo esserci…

Vede, signor giudice, mio padre è un tipo all’antica e se fossi rincasato tardi mi avrebbe preso a legnate”».
- ADRIANA FALSONE

Nessun commento:

Posta un commento