sabato 23 aprile 2011

Le pratiche filosofiche in... pratica


Dal volume:
Autori vari, “Interpretare, vivere, con-filosofare. Studi in onore di Rosaria Longo”, a cura di F. Coniglione, Bonanno, Acireale – Roma 2011, pp. 151 – 158.

Augusto Cavadi

COSA SONO, IN PRATICA, LE PRATICHE FILOSOFICHE?
ALCUNE ESEMPLIFICAZIONI ESPERIENZIALI.

Col semantema ‘filosofare’ si allude ad una innumerevole gamma di atteggiamenti esistenziali, attività intellettuali , metodologie di ricerca, stili di vita. Tanti, direi, quanti sono stati nel passato e sono nel presente i soggetti che - per autodefinizione e/o per riconoscimento sociale - si considerano ‘filosofi’. Questa gioiosa anarchia è il difetto più vistoso ed il pregio più esaltante della (in)disciplina in questione. Se qualcuno avesse la volontà - e il potere - di ridurre ad unum il variegato arcipelago delle filosofie (non dico dei loro contenuti, ma anche solo dei loro statuti epistemologici), lo avrebbe per ciò stesso distrutto. Chi è allergico al pluralismo selvaggio, si deve rassegnare: la filosofia non sopporta recinti, frontiere, trincee (ortodossia sino a qua, eresia al di là). Filosofo è chi propone nuove letture della realtà (il teoreta, lo speculativo); filosofo è colui che si dedica all’esegesi e all’ermeneutica dei testi filosofici tramandati (lo storico della filosofia); filosofo è, anche, colui che (grazie ad una certa propensione teoretica personale e a una solida frequentazione della letteratura filosofica primaria e secondaria) si espone come interlocutore di altri soggetti desiderosi di filosofare (siano questi, a loro volta, filosofi di mestiere o ’semplici’ cittadini professionalmente impegnati in altri settori disciplinari e lavorativi). Dunque filosofo è anche il consulente filosofico o, come preferirei denominarlo, il filosofo-in-pratica .
Conosco troppo bene l’obiezione: ma dove lo trovi, nel XXI secolo, qualcuno disposto a cercare un filosofo per filosofare - e addirittura a remunerarlo? Sei così ingenuo da immaginare che l’epoca delle scuole greche ed ellenistiche - o anche solo dei salotti illuministici - non sia tramontata per sempre? In una fase storica in cui la gente è stretta nella morsa fra necessità economiche vitali e desiderio di distrazioni alienanti, a chi proporre spazi per con-filosofare, dunque spazi inutili dal punto di vista produttivo? E, per giunta, spazi in cui esercitarsi ad invertire la fuga dalle domande più imbarazzanti su sé stessi e sul mondo?
All’obiezione di tipo sociologico, empirico, non si possono opporre argomenti: ma fatti. Esemplificazioni storiche. Esperienze effettivamente realizzate. E’ quanto tenterò di fare, sia pur sommariamente, in queste poche pagine autobiografiche (che non sarebbero per nulla interessanti se fossero solo autobiografiche e non evocassero, inevitabilmente, centinaia di volti e di biografie che si sono, nel corso dei decenni, incrociati con la mia trascurabile vicenda esistenziale) .

Pratiche in contesto ‘ludico’
Nell’estate del 1983 ho invitato per una settimana in Trentino un gruppetto di colleghi e di ex-alunni per provare a coniugare turismo e riflessione, svago e meditazione: nascono le “vacanze filosofiche per …non filosofi”. Costituiscono la smentita più clamorosa dell’opinione pregiudiziale di chi ritiene che solo il disagio interiore, la sofferenza o l’angoscia può spingere un non-filosofo di mestiere a far filosofia: capita anche esattamente l’inverso. Capita che si voglia riflettere sulla posizione dell’uomo nell’universo o sulle sfaccettature dell’amore o sul fascino inquietante del sacro…non quando si sta psicologicamente male, e perché si sta male, ma quando si sta bene e perché ci si sente abbastanza disposti. Le pratiche filosofiche possono dare serenità a chi non ce l’ha, ma anche conservarla o accrescerla a chi ce l’ha: e, poiché - secondo l’avvertenza hegeliana - la filosofia non deve essere consolatrice a tutti in costi, può persino capitare che si inizi a filosofare in condizioni psicologicamente rilassate e, man mano che si va avanti, si sperimenti un’inquietudine inedita. Non so se per la psicoterapia l’obiettivo principale sia sciogliere le tensioni e favorire l’armonia, il rilassamento, la pace: so però che - per la filosofia - armonia, rilassamento e pace sono solo possibili effetti collaterali (desiderabili) . Il centro focale è crescere nella consapevolezza realistica di come stanno le cose: è avvicinarsi alla ‘verità‘, qualsiasi cosa intendiamo più precisamente con questo termine impegnativo e abusato . 
Dodici mesi, fra una vacanza estiva e la successiva, sono tanti: “per chi è immerso in faccende e affari ben lontani dalla filosofia” - mi ha obiettato una volta un amico avvocato cassazionista - “costituiscono un periodo di astinenza eccessivo”. Da qui l’idea di inserire, in un primo momento, degli appuntamenti occasionali (i week-end filosofici per non…filosofi e i “discorsi a tavola”) ; successivamente, di stabilizzare tali appuntamenti ogni quindici giorni con la denominazione di “cenette filosofiche per…non filosofi” . Solo chi non ha mai presenziato effettivamente ad uno di questi incontri può supporre che la ludicità del contesto ostacoli - anziché favorirla - la serietà nei contenuti, nello stile comunicativo e nell’atteggiamento esistenziale da parte dei partecipanti. A meno che per serietà non si intenda seriosità, supponenza, lugubre incapacità di prendere le distanze dai capricci del caso e di cogliere l’aspetto umoristico della vita. Dunque, anche della vita intellettuale.

Pratiche in contesto formativo
La filosofia-in-pratica può essere richiesta in contesti non solo ludici, ma anche formativi. Sarebbe impossibile richiamare in poche pagine le esperienze, decisamente incoraggianti, che ho avuto la fortuna di poter realizzare nei decenni trascorsi. Quasi a caso, prescelgo dalla memoria alcune esemplificazioni.
Quando nel 1992 lo stragismo mafioso sembrò toccare l’apice con gli attentati dinamitardi ai magistrati Falcone e Borsellino (attentati nei quali persero vita la moglie di Giovanni Falcone e molti agenti di scorta), ho ritenuto opportuno mobilitare le intelligenze più vive e più sensibili di mia conoscenza per predisporre una struttura permanente di formazione alla cittadinanza consapevole ed attiva che, elevando il livello delle conoscenze e dell’impegno civico, potesse costituire uno dei tanti tasselli della più complessiva strategia antimafia. Ho così avviato l’associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ ” di Palermo che, dall’ottobre del 1992 ad oggi (2009), ha organizzato centinaia di corsi, seminari, incontri pubblici, presentazioni di libri, tavole rotonde in ogni parte d’Italia. Ebbene, questi interventi formativi sono stati possibili perché le interlocuzioni con gli specialisti delle discipline specifiche (scienze umane, storiche, sociali, giuridiche, economiche, teologiche…) sono state innervate nel filo rosso di una alfabetizzazione filosofica di base: consistente non tanto in occasionali esposizioni di determinate teorie di filosofia morale o di filosofia politica, quanto soprattutto nella pratica di una metodologia filosofica caratterizzata da capacità di ascolto, richiesta di ragioni a sostegno delle diverse tesi, esercizio della critica costruttiva di ciò che veniva appreso. La filosofia, proprio accettando di uscire dal recinto disciplinare tradizionale, ha potuto manifestare le sue potenzialità celate attraverso il confronto ermeneutico e maieutico con domande, problematiche, ipotesi provenienti dall’esterno: da altre aree di indagine e, ancor di più, dalla ruvida e irriguardosa concretezza della storia e della cronaca .
Un’altra esperienza significativa l’ho potuta svolgere per anni inserendo dei moduli di interrogazione filosofica all’interno del progetto formativo della “Università della strada” presso il Centro Studi “Pedro Arrupe” di Palermo. Infatti a coloro che si iscrivevano ai corsi di avviamento al volontariato sociale - prima di esporre le linee essenziali della sociologia, della pedagogia, delle tecniche di animazione di gruppo o di gestione delle risorse finanziarie - si proponevano due tipi di incontri propedeutici: uno, di impronta psicologica, sulle motivazioni soggettive verso l’impegno di volontari; l’altro, di impronta filosofica, sulle motivazioni etiche e sulle prospettive socio-politiche del medesimo impegno. Non sembri un paradosso, ma proprio la constatazione che questo duplice filtro preliminare induceva diversi aspiranti-volontari a rinunziare ai loro intenti costituiva una prova del valore e dell’efficacia di tali incontri, mirati alla consapevolezza di ciò che una scelta di vita nel segno del volontariato comporta sia dal punto di vista delle disposizioni psicologiche sia dal punto di vista della solidità della propria visione del mondo .

Pratiche in contesto spirituale
La filosofia può trovare ospitalità in contesti ludici, pur senza banalizzarsi in intrattenimento d’evasione, dunque; e in contesti formativi, pur vietandosi ogni intento pedagogico-didattico improntato al proselitismo. Può anche inserirsi in percorsi spirituali? Certamente. A patto, ovviamente, di non sposare nessuna confessione religiosa e di mirare a gettare quelle basi di interiorità, riflessività, dialogicità, sensibilità al bello naturale ed artistico, solidarietà verso gli altri esseri viventi e senzienti…a quelle basi, insomma, senza le quali nessuna spiritualità (confessionale o aconfessionale che sia) può affondare solide radici e slanciarsi in alto e in avanti. Così, dal 2002, una volta al mese mi trovo a condividere con un quasi-gruppo (la cui composizione è aperta e fluida) di amiche ed amici uno spazio di sperimentazione che, con sottile auto-ironia, abbiamo denominato “La domenica di chi non ha chiesa”. Ci si incontra (in una casa messa a disposizione da qualcuno al termine dell’incontro precedente) alle 11 del mattino in modo da dedicare - dalle 11,30 alle 13 - un tempo adeguato alla meditazione comunitaria. In clima di silenzio, un membro del gruppo a turno introduce brevemente alla visione di uno stralcio di pellicola cinematografica o alla contemplazione di un quadro o all’ascolto di un brano musicale, di una poesia, di un testo filosofico…Poi, chi lo desidera, socializza con calma le risonanze, le intuizioni, i sentimenti, i propositi operativi che l’input ricevuto gli suggerisce. Dopo le ore 13 l’atmosfera di raccoglimento si stempera per fare spazio all’allegria del desco condiviso dove ognuno depone ciò che può e trae ciò che vuole. E’ un tentativo di darsi una mano a vicenda per attraversare laicamente la secolarizzazione: intendendo per ‘laicità‘ l’animus di chi non cede alla nostalgia della civitas christiana, ma non si rassegna nemmeno alla piatta omologazione consumistica delle festività ridotte troppo spesso a giornate oscillanti fra la noia domestica e lo shopping fuori casa. Essere laici significa essere talmente liberi da poter abbracciare, con uguale dignità e con uguale rispetto per opzioni diverse, una fede teologica o una visione a-tea o un atteggiamento di dubbio e di ricerca. E da non voler seppellire nel guscio del proprio individualismo la propria opzione di fondo, bensì da desiderare - senza paura e senza iattanza - di esporla alla riflessione (pacatamente critica) di altri compagni di ricerca .

Pratiche esclusivamente filosofiche
Nelle esperienze che ho sinora ricordato, la filosofia si offre. Ma ci sono casi in cui essa è invitata espressamente, intenzionalmente. In questi casi si tratta di pratiche consulenziali, tipicamente professionali, in cui la presenza del filosofo di mestiere risponde ad una esplicita richiesta da parte di singole persone o di gruppi strutturati.
Sulle consulenze filosofiche in assetto duale vorrei limitarmi a notare che, se pur raramente, anche esse possono scaturire da un’esigenza di confronto intellettuale. Certo, di solito, chi bussa alla mia porta per un colloquio è mosso da problematiche spinose, talora addirittura angustianti: in questi casi - statisticamente i più ricorrenti - non mi propongo di lenire la sofferenza (o, per essere più precisi, non me lo propongo direttamente), ma, bypassando ogni intento terapeutico e/o consolatorio, cerco di allargare la sfera degli interrogativi possibili. Sino al punto in cui la questione concreta, determinata, circoscritta che agitava originariamente l’animo del mio interlocutore si ridimensioni - se non addirittura si dissolva - all’interno di una prospettiva più ampia: che è domanda di senso globale, ricerca di un punto di vista sapienziale sinottico, spostamento verso un’angolazione panoramica complessiva. Ci sono stati però dei consultanti che, in apertura, hanno voluto chiarire di essere in condizioni di serenità psicologica e di equilibrio emozionale. E che anzi avevano deciso di interpellarmi proprio perché questa fase di tranquillità interiore gli consentiva il lusso di discutere con una persona qualificata su alcune tematiche legate all’epistemologia e alla deontologia della loro professione (penso, in particolare, ad un antropologo culturale che ha voluto sottoporre ad esame critico alcune sue idee sulla possibilità per l’uomo di cogliere qualche verità; sul senso della storia; sulla lingua della natura; sui criteri etici e così via).
Come accennavo sopra, ritengo di poter considerare pratica consulenziale anche gli incontri in cui un gruppo strutturato ha chiesto di confrontarsi con me proprio in quanto filosofo. Considero tali incontri dei momenti di consulenza filosofica quando (per una serie di circostanze non tutte dipendenti dalla mia volontà) si riesce a discutere insieme (co-filosofare) non solo su temi filosofici (l’onestà nel lavoro, i rapporti interpersonali all’interno di una organizzazione sociale…) ma anche, e direi soprattutto, con modalità filosofiche (dunque supportando i propri pareri con argomentazioni almeno elementari e in una dimensione di scambio amicale senza ombra di riserve pregiudiziali né intenti prevaricatori). E’ ciò che di solito avviene nelle sessioni di filosofia-in-pratica che mi è capitato di realizzare con gli operatori (medici, infermieri, psicologi e assistenti sociali) della Samot (un’associazione di assistenza ai malati oncologici terminali) ; con i sindacalisti della Filca - Cisl (dunque in genere operai edili, del legno e affini), con i docenti, i genitori e gli educatori professionali della sezione scuola di “Libera” (associazione antimafia).
Un cenno a parte, conclusivamente, meritano le sessioni di filosofia-in-pratica che svolgo ogni quindici giorni al Cesmi - Centro studi di medicina integrata - di Palermo: in esse sperimento una forma, molto elastica, di philosophy for community perché una piccola “comunità di ricerca” (abbastanza consolidata, al punto da poter accogliere senza traumi dei nuovi inserimenti occasionali) individua un tema che sta a cuore a qualcuno dei membri e la volta successiva se ne discute non in forma di “dibattito” bensì di scambio dialogico cooperativo. Anche in questo contesto, il filosofo professionista non gioca alcun ruolo ‘magisteriale’: deve solo moderare, o stimolare (secondo i casi), la riflessione personale e la interazione fra i partecipanti (preferenzialmente: cittadini che non si occupano per mestiere di filosofia). Chiunque può chiedere, e ottenere, la parola. Purché intervenga con stile filosofico. Dunque con stile spregiudicato (in filosofia non si può dare nulla per scontato: non si può presupporre che gli altri diano per ovvia qualche credenza religiosa, morale, politica, scientifica o d’altro genere); dialettico (in filosofia si può sostenere qualsiasi tesi, purché non ci si limiti ad esternare stati d’animo soggettivi o slogan: occorre argomentare la propria opinione, “rendere ragione” di ciò che si sostiene; sincero (in filosofia la motivazione essenziale dovrebbe essere la passione per la verità: dialogando con gli altri si dovrebbe evitare di sostenere ciò di cui non si è intimamente convinti); amichevole (in filosofia non ci sono avversari, ma compagni di strada: non ha senso intervenire polemicamente, per difendere animatamente una propria ‘posizione’ o per imporla ad altri a scopi di proselitismo o di propaganda).

Augusto Cavadi

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