sabato 30 aprile 2011

Pedofilo, ego te absolvo!


“Centonove”, 29 aprile 2011

PEDOFILO, IO TI ASSOLVO

Quale sia stata la spinta decisiva per la stesura del suo ultimo, lucido saggio (”Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa Cattolica e abusi sui minori” , Falzea , pp. 144, € 11,90,) lo dice l’autore stesso, Augusto Cavadi, alla fine del libro, nella paginetta dedicata ai ringraziamenti, quando dichiara di non aver potuto far passare sotto silenzio le “deliranti dichiarazioni” su omosessualità e pedofilia, pronunciate da mons. Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che ha affermato testualmente: “Io come Vescovo sarei maggiormente comprensivo con un prete pedofilo che si penta (…) che con questi viziosi. Le dico di più: se mi fosse capitato un pedofilo non lo avrei denunciato, ma cercato di redimere (…) Ma con i viziosi bisogna essere intransigenti” .
Come più volte sottolineato dall’autore, uno dei focus di questo testo non è tanto esplorare la dimensione quantitativa della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica, quanto evidenziare la strategia della Chiesa di occultarne l’imbarazzante presenza al suo interno, confondendo spesso l’abuso con una pretesa devianza sessuale. A questo proposito, Cavadi ci ricorda che l’accostamento omosessualità/pedofilia viene ripreso, all’interno del mondo cattolico, da voci eminenti quali quelle del cardinal Bertone e del sociologo Massimo Introvigne. Che dichiara: “Piaccia o non piaccia, la maggioranza dei sacerdoti accusati di abusi pedofili è omosessuale. Una maggiore vigilanza nei confronti di una subcultura omosessuale (…) può dunque essere parte della soluzione”. Affermazioni queste, per Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, decisamente destituite di fondamento.
Ecco allora che il J’accuse del libro è rivolto piuttosto verso un’Istituzione, la Chiesa cattolica, che privilegia i suoi equilibri di potere piuttosto che la salvaguardia dei più deboli. Perché, se è noto che tutti gli ambienti dove vivono e crescono ragazzi e ragazze sono potenzialmente a rischio di infiltrazioni pedofile, e se è vero che l’abuso sui minori costituisce ancora un tema di cui è difficile parlare sia nel mondo cattolico che nella società, è purtroppo innegabile, come ci ricorda nell’introduzione il teologo Vito Mancuso, che “per interi decenni si è preferita l’onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime e quindi verso Dio. Gli zelanti apologeti (…) non capiscono che è proprio il loro atteggiamento a renderla più distante dalla sete di giustizia che pervade il nostro tempo”.
E poi, senza mezzi termini, il gesuita p.Klaus Mertes afferma che “c’è la presunzione della Chiesa di avere in sé energie sufficienti per combattere questi abusi, senza dover ricorrere a istituzioni laiche”. I preti pedofili, infatti, sono stati spesso coperti dalla gerarchia che, al rispetto per l’innocenza offesa e per il più debole, ha preferito in questi casi tacere e insabbiare. E un Procuratore milanese costata che la Magistratura non si è quasi mai avvalsa di denunce ecclesiali di un prete pedofilo, ma solo di denunce di familiari della vittima, spesso ignorati dall’autorità religiosa.
Il punto nodale allora, sostiene Cavadi, è che è giunto il momento di rivedere profondamente le procedure di reclutamento e formazione del clero: “istituzione artificiosa, protetta da una campana impenetrabile di riservatezza. E di interrogarsi su possibili antidoti e soluzioni al problema che comportino una nuova visione antropologica ed ecclesiologica: una profonda rivisitazione dei processi formativi dei presbiteri, il superamento della spaccatura tra clero e laici, lo sradicamento della sete di dominio che spesso alligna nella concezione sacrale: “E’ la sete di dominio la radice più profonda della pedofilia”. “Verrebbe voglia di chiamare tutto questo ‘pedofilia strutturale’ della Chiesa, nel senso appunto di amore verso gli uomini e le donne perennemente bambini”.
Parole forti, parole dure, parole chiare. Che forse possono lasciare nel lettore un retrogusto d’amaro. E che, temo, abbiano un poco emendabile effetto collaterale. Quello di rendere il testo ‘pesante’ e indigesto proprio a chi avrebbe più bisogno di leggerlo e meditarlo: i cattolici delle mille parrocchie, i vertici della Gerarchia cattolica. Che, purtroppo, continuano a considerare un tabù inaccessibile la nostra fragile e meravigliosa corporeità, anziché sforzarsi di ascoltarla, nei suoi mille linguaggi, nei suoi bisogni. Invece, forse proprio di questo avremmo urgentemente bisogno, all’interno della Chiesa cattolica e nella laica società civile, oggi duramente provata dai noti scandali governativi: una pedagogia serena della corporeità, declinata nelle sue autentiche e gratuite espressioni, vissuta castamente o responsabilmente, a seconda delle scelte e dei cammini personali di un’umanità finalmente adulta e consapevole.

Maria D’Asaro

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