martedì 24 maggio 2011

Termini Imerese: oltre la solidarietà corta


“Centonove”
22.11.2002

TERMINI IMERESE: OLTRE LA SOLIDARIETA’

Sulla vicenda della Sicilfiat di Termini Imprese, la solidarietà agli operai in lotta è stata tanto unanime da suscitare qualche sospetto. Torna alla memoria un malizioso slogan pubblicitario apparso sotto la foto gigantesca di una splendida modella: “A parole siete tutti bravi”.
E’ vero che difficilmente si possono non condividere l’angoscia e la rabbia di questi giorni: anche da parte di chi, come me, dissente dalla violenza con cui alcune volte quei sacrosanti sentimenti prendono corpo. Riesce difficile immedesimarsi nella indifferenza e nella ostilità dei concittadini che cercano di andare avanti senza nessun gesto di solidarietà: si può essere egoisti, ma non anche stupidi. Come non intuire che questa tragedia è una metafora ed un’anticipazione di ciò che ci attende in Sicilia nei prossimi anni? Come non capire che nessuno di noi è al sicuro e che, quale che sia il nostro attuale mestiere, certamente - prima o poi – saremo danneggiati dal calo progressivo dell’occupazione e dei consumi?
Ma sarebbe bene andare oltre la solidarietà e progettare, insieme, le soluzioni. Che non possono non partire da un’autocritica pubblica collettiva. Non siamo arrivati a questo esito senza un lungo cammino di errori: e sarebbe il momento che ognuno di noi , dunque anche degli operai di Termini e dei loro rappresentanti sindacali, si assumesse la sua porzione di responsabilità. Giocare esclusivamente il ruolo della vittima è comodo: ma, in prospettiva, sterile.
Il primo errore di noi cittadini meridionali è stato perseguire passivamente, ciecamente, un modello di sviluppo estraneo alla nostra cultura e alle nostre migliori tradizioni. Abbiamo snobbato le opportunità di lavoro radicate nella vocazione per così dire ‘naturale’ della nostra terra e della nostra gente: la cura dell’ambiente, l’agricoltura biologica, la valorizzazione dei beni culturali, l’accoglienza dei visitatori, i servizi alla persona…Anziché aprire qualche casa – albergo in più (per turisti che non possono o non vogliono frequentare gli hotel a quattro stelle) abbiamo preferito sgomitare per un posto ‘fisso’: e, per giunta, come dipendenti di una fabbrica di automobili, non di una ditta specializzata in restauri di palazzi (per i quali mi risulta che bisogna importare manodopera dalla Toscana). Non si può generalizzare né semplificare odiosamente, ognuno ha la sua storia e i suoi travagli: ma – come tendenza dominante – dobbiamo riconoscere che all’avventura imprenditoriale, sia pure di mini-imprenditori, abbiamo preferito la dipendenza clientelare dall’onorevole o dal sindacalista di turno.
Ma si può tentare un lavoro autonomo pulito in una terra assediata dal parassitismo mafioso? Bella obiezione. Che ci suggerisce un secondo errore strategico collettivo. Non abbiamo soltanto optato per un modello di sviluppo sbagliato, o per lo meno incompleto: lo abbiamo perseguito senza impegnarci a fondo nella lotta contro il sistema di potere mafioso. Abbiamo delegato alla magistratura (quando la magistratura se ne è fatto carico – e quando non l’abbiamo osteggiata infondatamente) il lavoro di contrasto alla criminalità organizzata, senza cogliere l’urgenza di una mobilitazione popolare: ma che futuro può esserci in una regione dove gli imprenditori del Nord non possono impiantare un’attività senza pagare il pizzo o morire ammazzati? Alcuni, da decenni, si sforzano di organizzare le energie sane – fuori e dentro le istituzioni – per liberare la Sicilia dalle sanguisughe mafiose attive fuori e dentro le istituzioni: gli operai di Termini o di Gela sono stati sempre presenti? Sono stati sempre in prima linea o qualche volta hanno ceduto alla tentazione – come privati, talora persino come sindacati – di supporre che la difesa della legalità fosse una questione troppo lontana dai loro interessi immediati? Se la chiusura della Sicilfiat non può essere compensata dall’apertura di altre imprese, industriali o commerciali, dipende anche da un assetto malato dell’economia: da domani, da oggi, dobbiamo riprendere insieme e in grande la lotta contro i mafiosi e i loro referenti politici.
Ma anche se avessimo liberato la nostra isola dal cancro della mafia, avremmo rischiato lo stesso di vivere la terribile stagione che stiamo attraversando, a causa di un terzo errore: non abbiamo decifrato i meccanismi della globalizzazione liberista. Quando ci raccontavano di operai del Sud America o dell’Asia sottopagati con salari di pura sopravvivenza, ci siamo illusi che fossero affari loro. Non abbiamo mosso un dito affinché la comunità politica internazionale prendesse le difese degli sfruttati, per lo meno denunziandone la condizione. Ma è fin troppo ovvio che se una multinazionale come la Fiat deve ridurre la produzione, chiuderà per primi gli stabilimenti dove paga gli operai la metà, o un quarto, di quanto non li paghi in Italia. La nostra indifferenza nei riguardi dei lavoratori lontani si sta ritorcendo contro di noi come un boomerang. Che cosa hanno fatto,operai e tecnici, per difendere il salario e le garanzie giuridiche minime dei loro colleghi brasiliano o coreano? Che cosa hanno fatto i sindacati grandi e piccoli? Da questo momento in poi deve cambiare la nostra visuale: le sperequazioni internazionali sono espressione, e concausa, delle sperequazioni interne anche ai Paesi industrializzati. Quando il 20% dell’umanità, noi Occidentali, detiene l’80% della ricchezza mondiale, qualcosa non funziona: ma, se non funziona nei rapporti fra i popoli, non funzionerà neppure fra i ceti sociali all’interno di ogni sistema nazionale (sì che il rapporto di salario fra un operaio americano ed il suo manager non è più di uno a 40 ma di uno a 1000). Alle ultime elezioni per il Parlamento la nostra regione ha eletto, plebiscitariamente ma democraticamente, 61 deputati su 61 collegi che si presentavano come esponenti della “Casa delle libertà”: come esponenti legittimi, dunque, di un progetto di società liberista, individualistica, fondata sul primato del profitto, filo-americana, insofferente della legislazione attuale ritenuta troppo garantista nei confronti dei lavoratori dipendenti e troppo giustizialista nei confronti dei macro-criminali. Una sparuta minoranza non ha votato per questa idea di società ritenendola ingiusta e dannosa: ma gli operai di Termini, o di Milazzo, per chi hanno votato? Siamo sicuri che né loro - né le loro mogli né i loro figli (oggi lodevolmente sensibilizzati alla causa dei congiunti) - abbiano appoggiato lo schieramento a cui lo stesso Sergio D’Antoni, insieme ai suoi devoti, ha finito col chiedere ospitalità? Se per caso lo avessero fatto, avrebbero certo lo stesso diritto alla solidarietà della minoranza progressista socialdemocratica. Ma la prossima volta dovrebbero preoccuparsi di schierarsi dalla parte giusta.

Augusto Cavadi

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