venerdì 17 giugno 2011

LA VIRTU’ DELLA TRASPARENZA E I FONDI DELLA CHIESA


“Repubblica – Palermo”
15. 6. 2011

La questione riguarda esclusivamente (o quasi, dal momento che se ne sta occupando anche la Procura di Trapani) la Chiesa cattolica: il papa ha inviato nella diocesi trapanese un “visitatore apostolico” (nella persona di mons. Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente della Commissione “Giustizia” della Conferenza episcopale italiana) con il compito di far chiarezza su forti tensioni interne fra il vescovo, mons. Micciché, accusato di aver conferito al cognato la presidenza di una Fondazione (con relativo emolumento superiore ai 100.000 euro annui), e un prete da lui punito perché, a sua volta, accusato di aver fatto sparire un milione di euro.
Un primo sentimento che può emergere nell’animo è di santa invidia verso l’apparato ecclesiastico. Come evitare, infatti, di mettere a confronto la gerarchia cattolica che manda da Roma un ispettore a verificare l’operato di un vescovo e il governo italiano che non interviene sui sindaci se non quando ci sono gli estremi dei reati di mafia? Ma è un pensiero tentatore da scacciare sul nascere. Infatti, nell’immediato, sarebbe certamente un sollievo sapere che un governo nazionale - ad esempio davanti a una giunta municipale che in dieci anni è riuscita a cancellare una Fiera annuale internazionale, a ridurre sul lastrico Gesip e Amat (ricordate le sponsorizzazioni milionarie a Dubai e i viaggi da sultani dei nostri dirigenti?), ad abbandonare intere borgate all’illegalità sistemica, a mandare in tilt persino i luoghi deputati alla pace eterna – interviene, con il prefetto o con un commissario ad hoc, per restituire ai cittadini un minimo di fiducia. Eppure. Eppure una simile metodologia, nel lungo periodo, sarebbe pericolosa: darebbe ai governi in carica eccessivi poteri, annullerebbe le decisioni popolari, ci ricaccerebbe indietro al tempo dei podestà nominati dall’alto. No: non ci sono scorciatoie. La gente deve imparare che, se vota per scambio clientelare o per conformismo o per telegenicità o per catene familistico-amicali, deve poi sopportare coerentemente per almeno cinque anni le conseguenze della sua irresponsabilità civica. E lo devono imparare anche i cittadini che si astengono dal votare o per qualunquismo bieco o per malpancismo raffinato (malattia diffusa soprattutto a sinistra dove si stenta a capire che, mentre ci si impegna in vista dell’ottimo, è necessario dare una mano al meno peggio). 
Ma la vicenda della diocesi trapanese suggerisce, a credenti e a miscredenti, altre riflessioni meno peregrine. Principalmente una: è normale che in una comunità di discepoli del Viandante palestinese, messaggero del primato della sobrietà sullo sfarzo, della solidarietà sull’interesse privato, della libertà interiore sulla sudditanza alle logiche mondane, ci sia la possibilità di maneggiare - legalmente o meno lo stabiliranno la giustizia ecclesiastica e la giustizia statale – tali quantità di denaro, tali posizioni di rendita, tali leve di potere? Non si tratta, ingenuamente, di invocare rifondazioni pauperistiche: il cristianesimo, come ogni movimento spirituale, deve fare i conti con gli inconvenienti dell’istituzionalizzazione, se non accetta di scomparire dalla faccia della terra. Nessuno (a prescindere dalle proprie posizioni in campo religioso) può pretendere che la Chiesa cattolica si suicidi rinunziando a gestire strutture abitative, monumenti artistici, istituti culturali, centri educativi, organizzazioni assistenziali. Tutti, però, possono legittimamente chiedere che essa si preoccupi di diventare, per la società civile e politica, un modello di autogestione: un modello di democrazia fraterna, di trasparenza amministrativa, di corresponsabilità nelle scelte che riguardano i beni comuni. Secondo il Nuovo Testamento, le prime comunità cristiane non facevano proselitismo chiedendo sovvenzioni allo Stato in cambio di voti, fondando banche o pretendendo privilegi rispetto ad altre confessioni religiose, bensì provocando stupore, ammirazione, voglia di imitazione perché “avevano tutto in comune; le loro proprietà e i loro beni li vendevano e ne facevano parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (citazione dai versetti 44 – 45 del capitolo 2 degli Atti degli apostoli, non dalla Critica del programma di Gotha di Karl Marx ). Che gli uomini non ne abbiano seguito l’esempio, può essere triste ma è comprensibile. Che non lo abbiano seguito neppure i cristiani delle generazioni successive, sino alla nostra, è molto più triste e molto meno comprensibile.

Augusto Cavadi

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