mercoledì 31 agosto 2011

Abolire la bocciatura non è la soluzione!


“Repubblica – Palermo”
7.8.2011

ABOLIRE LA BOCCIATURA NON MIGLIORA LA SCUOLA
E’ logico che se l’Ocse ricorda che le bocciature possono bloccare l’itinerario evolutivo di uno studente, e se la Sicilia ha il record poco invidiabile di alunni dichiarati ‘non promossi’, un insegnante sensibile come Maurizio Muraglia riapra la riflessione su queste pagine (“Repubblica-Palermo” del 31 luglio). Tuttavia ci sono tematiche che, se vanno riprese, non possono esserlo a metà. Altrimenti chi è fuori dal mondo scolastico può equivocare.
Primo possibile equivoco: quando un consiglio di docenti boccia un alunno, prende atto di una sconfitta sia dell’alunno che propria. Uso il termine ‘sconfitta’ per evitare letture morali, o moralistiche, che cercano sempre e comunque un colpevole. Quando muore un ammalato di cancro ci sono due sconfitti (il malato e il medico) e nessun colpevole. Questo lo dico perché tutte le volte che un alunno è davvero gravemente lacunoso, al punto da non poter essere ammesso alla classe successiva, ci vuole molto più coraggio ad ammettere il fallimento ‘oggettivo’ che a chiudere un occhio – sulle lacune dell’apprendimento e dunque anche dell’insegnamento – e far finta di nulla. L’opinione comune parla in casi del genere di docenti spietati, miopi e reazionari (se bocciano) o generosi, comprensivi, progressisti (se promuovono): invece di parlare, rispettivamente, di docenti onesti e di docenti mistificanti. 
Seconda precisazione: Muraglia (giustamente) auspica insegnanti capaci di contagiare la motivazione allo studio come rimedio radicale alle insufficienze sistemiche degli alunni, al posto della bocciatura che sicuramente non fa innamorare dello studio e in certi casi lo rende addirittura più odioso di prima. Benissimo. Ma innanzitutto va chiarito che il diritto allo studio è, strutturalmente, inseparabile dal diritto all’ignoranza: se non sono diventato né un fine matematico né un abile pittore può essere dipeso anche dalla mia insondabile libertà di incompetenza, quali che siano stati i miei maestri di aritmetica o di disegno. La storia insegna che Platone ha avuto un solo discepolo della statura di Aristotele e molti altri di cui non è rimasto neppure il nome: gli mancava forse l’amore per la filosofia? Dei grandi geni dell’umanità raramente ricordiamo i figli e, quando li conosciamo, non sono mai all’altezza dei genitori. E comunque, per tutti i casi in cui la responsabilità della scarsa passione per le discipline dipende da insegnanti poco appassionati e poco appassionanti, quale sarebbe il rimedio decisivo?
La risposta più frequente è: si paghino di più i professori. Una risposta esatta ma incompleta. Se non la si integra, nonostante venga solitamente etichettata come marxista, in realtà anche agli occhi di Marx risulterebbe biecamente materialistica. Infatti i soldi in quanto tali non fanno crescere nessun amore autentico: professori mal pagati l’hanno dimostrato per decenni, proprio negli stessi periodi storici in cui altri loro colleghi dimostravano esattamente il contrario. Allora la questione va riformulata integralmente: la scuola non può essere il grande ammortizzatore sociale della disoccupazione intellettuale. Si deve poter entrare solo se si dimostra - possibilmente con un corso teorico e pratico di almeno due anni – di avere le qualità culturali, etiche, psicologiche e relazionali per saper insegnare, cioè contagiare il trasporto per ciò che si è studiato e non si cessa di approfondire. Solo una rigida selezione in entrata (senza leggi e leggine condonatorie) legittima stipendi almeno doppi rispetto agli attuali; viceversa, solo stipendi almeno doppi rispetto agli attuali (dunque pari a un medico, a un funzionario della regione o a un idraulico) possono spingere ragazzi in gamba a intraprendere la carriera docente come prima opzione, non come remedium disoccupationis.
So benissimo che non è il momento storico più adatto per trovare consenso su considerazioni di questo genere, indigeste al populismo demagogico della cultura sindacale (preoccupata di sistemare precari più che di riformare il sistema scolastico) e, ancor meno, alla “ragione strumentale” della maggioranza governativa (per la quale “con la cultura non si mangia”). Ma proprio perché l’andazzo è questo, non ci dobbiamo attendere altre soluzioni al dramma segnalato da Muraglia: “tanti segnali prodotti dagli stessi adulti persuadono i nostri giovani ogni giorno che di serio in giro è rimasto ben poco”.

Augusto Cavadi

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