martedì 16 agosto 2011

Perché, se Gesù NON battezzava i discepoli, la chiesa battezza?


Il semestrale “Viottoli” (Pinerolo) ha posto ad alcuni amici l’interrogativo sulle ragioni per cui – nonostante Gesù di Nazaret NON abbia mai amministrato il battesimo ai discepoli – dopo la sua morte (cfr. Atti degli apostoli, dal capitolo 8 al capitolo 11) i cristiani abbiano ripristinato la pratica di Giovanni il Battezzatore che battezzava con l’acqua.

Sul numero 2011/11 (anno XIV) sono state pubblicate le risposte di alcuni di noi (Giancarla Codrignani, Giovanni Franzoni, Annalisa Guida, Lidia Maggi, Walter Peruzzi, Letizia Tomassone, Marcello Vigli). Qui di seguito la mia (pp. 41 - 42).

Sulla problematica da voi segnalata – con toni che rivelano legittima curiosità intellettuale e più ancora sincero coinvolgimento esistenziale – cosa può dire un filosofo di professione e teologo per diletto come me, in aggiunta a quanto di più documentato e meditato diranno i teologi ‘veri’? Innanzitutto che la prassi battesimale costituisce un caso particolare della questione più generale della concezione escatologica attribuibile, con molta verosimiglianza, a Gesù di Nazaret: quella concezione, su cui ha tanto insistito fra altri Sergio Quinzio, per cui ai suoi occhi il regno di Dio fosse imminente e, con esso, la fine del mondo (almeno di ‘questo’ mondo). Se davvero il Maestro era convinto che “la fine dei tempi” fosse prossima, perché mai avrebbe dovuto creare discepoli, organizzare comunità, stabilire riti di iniziazione? Ma gli Atti degli apostoli sono redatti, come sappiamo, dopo una quarantina di anni dalla crocifissione. Nonostante la fede nella misericordia del Padre (che avrebbe accolto nella gloria il Messia), il mondo era rimasto tale e quale: stesse ingiustizie, stesse malattie, stesse catastrofi naturali. Insomma: la “sconfitta di Dio” era stata definitivamente consumata.
In questo contesto, la cerchia dei discepoli aveva solo due vie: ritirarsi in buon ordine, chiudendosi nella delusione se non addirittura nella disperazione; oppure ripensare il messaggio originario, adattarlo alle nuove circostanze e tentare di rispondere creativamente alle sfide impreviste. Secondo una celebre, forse abusata, formulazione sociologica (che, per la verità, risale alle riflessione del giovane Hegel sulle origini del cristianesimo), il ‘movimento’ è diventato ‘istituzione’. Con tutti i vantaggi, ma anche i risvolti negativi della trasformazione. I vantaggi: perché senza una qualche forma di istituzionalizzazione, quasi certamente non sarebbe rimasta traccia storica della figura e del messaggio del Cristo. I risvolti negativi: con qualsiasi forma di istituzionalizzazione, diventa inevitabile la deformazione del modello originario.
E’ comunque all’interno di questo ambiguo processo di istituzionalizzazione che può spiegarsi la differenza fra il metodo-Gesù (“invitare uomini e donne a seguirlo sui sentieri dell’amore e della cura reciproca…”) e il metodo-Chiesa (occuparsi di “numeri, regole, dottrine…”): differenza che trova nella ‘invenzione’ del battesimo sacramentale una delle sue molteplici concretizzazioni esemplificative. A ben riflettere, tale ‘invenzione’ non va né mistificata né demonizzata. Non va mistificata spacciandola per una pratica comandata personalmente da Gesù perché, per quanto se ne possa capire in sede di analisi storica, non è vero che sia stata da lui istituita e raccomandata. Non va neppure demonizzata perché ha un radicamento antropologico e una eloquenza significativa. Certo, la lettura teologica del battesimo come atto efficace ex opere operato, per così dire automaticamente, quasi magicamente, non basta a legittimarlo (e ancor meno basta a legittimare il ‘pedobattesimo’, il battesimo dei bambini incoscienti). Ma altre letture teologiche, supportate dalle acquisizioni delle scienze umane, potrebbero risultare più convincenti. Per esempio, recuperando l’archetipo ‘mare’ come simbolo del ‘male’: immergersi in esso significa lasciarsi ‘seppellire’ dalla negatività, riemergerne ‘liberarsene’ definitivamente. E recuperando l’archetipo ‘acqua’ come simbolo di pulizia, purificazione, vita nuova: in tutte le culture, come rappresentare più eloquentemente il passaggio da un’esistenza gretta e autoreferenziale, ‘macchiata’ da vizi vari, a un’esistenza aperta al divino e donata al prossimo? Tutti simboli che acquistano, o ri-acquistano, senso solo come manifestazione tangibile e sociale di una conversione che deve ‘prima’ avvenire nell’interiorità del soggetto adulto e responsabile (nelle religioni del Libro come ‘risposta’, appunto, ad una Parola che interpella e promette). D’altronde, come antecedente storico immediato del rito cristiano (cristiano-ecclesiale, non cristiano-gesuano), troviamo il battesimo degli esseni (certamente ben conosciuti e in parte frequentati da cristiani delle prime generazioni) che “segnava la felice conclusione di un processo di iniziazione” (E. Nodet – J. Taylor, Le origini del cristianesimo, Piemme, Casale Monferrato [Alessandria] 2000, p. 11).
Per concludere (molto provvisoriamente) queste brevi note amichevoli, direi che la questione del battesimo è una cartina di tornasole importante per capire quanto una determinata comunità, in una determinata fase storica, riesca a evitare il doppio scoglio dell’idolatria e dell’intimismo individualistico. Ogni gesto sacramentale, infatti, è segno di una dimensione più profonda: fermarsi al segno, assolutizzarlo, significa bloccare la propria esperienza di fede al livello feticistico. Scavalcarlo allegramente, però, in nome di una ulteriorità non detta e non dicibile, potrebbe rivelare una pericolosa sottovalutazione della struttura - corporea e sociale – dell’essere umano che, secondo l’avvertimento pascaliano, rischia di fare la bestia ogni volta che pretende di fare l’angelo.

Augusto Cavadi

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