mercoledì 31 agosto 2011

Una sfida al comune senso del pudore


“Repubblica – Palermo”
24. 8. 2011

IL DEPUTATO COLTO IN FLAGRANTE:
UNA SFIDA AL COMUNE SENSO DEL PUDORE

Quando ero ragazzo, per le vie centrali della città si aggirava il pretore Salmeri, famigerato per l’accanimento ossessivo con cui difendeva “il comune senso del pudore”. I miei coetanei ricorderanno le sue crociate - assurte agli onori delle cronache nazionali – contro le turiste tedesche in pantaloncini troppo corti e persino contro un manichino in vetrina, reo di esibire un perturbante topless (con bretelle).
Allora sorridevamo, abbastanza infastiditi per la verità, del moralizzatore a piede libero. Oggi – lo confesso – ne avverto l’assenza. Sarebbe davvero encomiabile un pretore, o un suo equivalente funzionale più adatto alla bisogna, che bloccasse le offese contro il comune senso del pudore. No, non mi riferisco né alle gambe delle ragazze (provvidenziale compensazione delle sconcezze estetiche di troppi angoli degradati della città) né alle tette dei manichini (pallido surrogato di prodotti originali non più inaccessibili agli sguardi maschili). Piuttosto a qualcosa di realmente osceno che ferisce nell’immediato la sensibilità dei singoli e, in prospettiva, distorce i criteri morali di intere generazioni: la faccia tosta di molti politici.
So di non essere perfettamente allineato con la moda del momento, ma devo ammettere che non riesco ad appassionarmi abbastanza alla polemica contro gli emolumenti mensili di un deputato regionale e dei suoi benefit. Mi pare di essere dentro un incubo onirico grottesco: c’è un villaggio in fiamme, attorniato da boschi già parzialmente incendiati, e scateniamo la caccia ai fumatori che inquinano l’aria con le sigarette accese. Voglio dire che si può pure discutere degli stipendi degli onorevoli, ma senza dimenticare che in origine miravano a due obiettivi rilevanti: permettere anche ai cittadini più poveri di fare politica attiva (evitando che essa continuasse a essere riservata, quasi come un lusso, ai benestanti); convincere anche i professionisti più qualificati (e meglio remunerati) ad abbandonare per cinque anni le proprie attività private per dedicarsi al bene pubblico. Vogliamo dircela tutta? Se un deputato non fa il suo dovere e latita, il mensile che gli viene consegnato dalle casse regionali è sproporzionato; ma se lavora sodo dodici ore al giorno (ben al di là della presenza fisica all’Ars, per esempio esaminando le proposte di legge altrui e elaborando con cura le proprie), perché cominciare a scandalizzarsi del suo stipendio senza essere sfiorati, neppure minimamente, da obiezioni verso i guadagni (dieci, cento, mille volte più consistenti) di calciatori e attrici, di giornalisti televisivi e di indossatrici? Perché accettare come ovvio che, nelle graduatorie annuali dei contribuenti, non compaiano nomi noti di notai, gioiellieri e medici? Abbiamo idea - ne conosco alcuni, ma sono una minima parte – di quanti siciliani sono diventati straricchi investendo nelle borse europee i soldi della buona borghesia nostrana (e mi riferisco ovviamente a quanti operano all’interno della legalità capitalistica, altrimenti mi renderei il gioco troppo facile)? Evasori, beneficiari di rendite parassitarie, ma anche personaggi pubblici non privi di qualità e talento: perché vanno tollerati o, in alcuni casi, corteggiati e persino idolatrati mentre un politico che faccia discretamente il suo mestiere (guadagnando molto meno) va sputtanato?
Ciò chiarito, aggiungo subito che la battaglia contro i costi della politica va fatta. Senz’altro. Subito. Ma lucidamente, non demagogicamente né emotivamente. Va fatta partendo dal numero ingiustificabile di consulenti che non devono certificare neppure con uno straccetto di carta che cosa, quando e come hanno ‘consigliato’ i loro referenti politici. O anche dal finanziamento a pioggia (a cui da decenni si oppone il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”) di circoli, associazioni e centri studi creati esclusivamente sulla carta per succhiare risorse pubbliche all’ombra protettiva di partiti e deputati di ogni schieramento. O ancora dagli stipendi degli alti burocrati regionali (per tacere di incentivi, liquidazioni di fine rapporto, pensioni d’oro a quarantenni) che pochi anni fa hanno indotto uno di loro, il referendario Livio Ghersi, a proporne pubblicamente la riduzione, con le reazioni corporative che si possono facilmente immaginare nel paese dei moralisti a spese degli altri.
E comunque, per quanto osceni, i costi finanziari della politica sono bazzecole rispetto ai costi etici. In questi giorni, sarebbe bene non dimenticarlo troppo in fretta, si sta consumando un obbrobrio molto più pornografico di qualsiasi altra offesa al comune senso del pudore: un deputato, colto con la mazzetta in mano e condannato ai domiciliari fuori dalla Sicilia, continuerà a ricevere il suo lauto stipendio mensile e (cosa che a me pare molto più insopportabile) continuerà a far parte del più antico parlamento d’Europa. Che guadagnasse dieci volte rispetto a me, quando ufficialmente lavorava anche per me, lo potevo capire; che oggi, sotto processo per reati palesi, debba rappresentarmi davanti al mondo, non lo posso né capire né accettare. 
Conosciamo l’obiezione: la legge consente a un deputato regionale, che esca dal carcere in attesa di processo, di far parte dell’Assemblea (anche se non si capisce bene con quali espedienti tecnici potrà ascoltare i dibattiti e far valere il proprio voto finché perdurerà il divieto di varcare lo stretto per tornare a Misilmeri). Ma la legalità è un valore assoluto o ve subordinata alla giustizia, all’equità e direi al buon senso? Ci si lamenta delle ingerenze dei magistrati, ma ogni volta che la politica può auto-correggersi perde l’occasione. Il mite, agniforme Lupo ha chiesto pubblicamente a Vitrano (nonostante sia – assai eloquentemente - il deputato PD più votato, o meglio proprio per questo) di fare con senso di responsabilità un passo indietro? Il capogruppo del PD all’Ars, in solido con gli altri colleghi, ha invocato l’intervento della segreteria nazionale e dei probiviri? Eppure non sarebbe difficile. Basterebbe coniare una di quelle frasi in bersaniese (che apparentemente non dicono nulla, ma che fanno effetto lo stesso), come ad esempio “Mica possiamo raccogliere le fragole con le mani intinte di acido urico!” (che tradotto in italiano corrente, ed eufemizzato, equivarrebbe grosso modo: “Non è che possiamo chiedere i voti delle persone oneste se ci teniamo in piena attività anche deputati colti in flagranza di reato!”).

Augusto Cavadi

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