venerdì 23 settembre 2011

Il vescovo e l’onorevole detenuto


“Centonove”
1.7.2011

QUELL’ECCEZIONE DI STAGLIANO’
A giudizio di Antonio Rosmini, uno dei massimi pensatori cattolici del XIX secolo, la Chiesa è afflitta da cinque “piaghe”: una delle quali è il metodo con cui sono scelti i vescovi. Per i primi dieci secoli, infatti, essi venivano eletti dalla base dei fedeli: poi, piano piano, il vescovo di Roma si è riservato il diritto di nominarli dall’alto e di inviarli a suo piacimento nelle diocesi sparse per il mondo. Ma è davvero così disastroso il metodo di nomina dal vertice rispetto all’elezione dal basso? Qualche amico mi ha fatto osservare che, applicato in Sicilia, significherebbe in pochi anni avere vescovi sponsorizzati da grossi imprenditori, banche, categorie professionali influenti, organizzazioni mafiose: un po’ come avviene - spesso, non sempre – con chi riveste cariche politiche pubbliche. Il Vaticano, invece, può agire libero da logiche clientelari localistiche e guadare con più serenità ai meriti dei singoli. In effetti, i risultati del sistema della cooptazione non sono malvagi: se valutate dal punto di vista della preparazione culturale e della correttezza morale, le gerarchie cattoliche siciliane degli ultimi decenni appaiono mediamente più presentabili dei dirigenti politici di pari grado.
Proprio per questo livello accettabile di competenza e di serietà, gli scivoloni di un vescovo creano molto più stupore e disappunto delle sbandate di un amministratore pubblico. Come è avvenuto nelle ultime settimane in una delle più piccole, ma teologicamente e spiritualmente più attive, diocesi siciliane: la diocesi di Noto. Il vescovo attuale, mons. Antonio Staglianò, è stato nominato nel 2009 con una decisione insolita: mentre, infatti, dal Concilio Ecumenico Vaticano II in poi - dunque da una quarantina d’anni – i vescovi vengono scelti preferibilmente fra i preti della medesima regione, Staglianò è invece calabrese. Ma l’età giovane, l’aspetto giovanile e la brillante carriera di studioso hanno compensato, nell’animo dei fedeli siciliani, l’handicap dell’origine geografica del nuovo pastore. Il quale, però, almeno a giudicare da interventi sulla Radio Rtm Modica (e sul relativo sito internet), ha suscitato in poche settimane delle reazioni non proprio entusiastiche. Già la sua partecipazione alla trasmissione-flop di Vittorio Sgarbi alla Rai del 18 maggio aveva stupito negativamente più di uno spettatore: perché prestarsi a essere chiamato da uno dei personaggi più egocentrici del panorama (non proprio roseo) contemporaneo a fare, in un angolo, all’impiedi, il testimone muto (e in qualche misura legittimante) dei patetici sproloqui del suo ospite? Solo per poter avere qualche minuto a disposizione per cantare in playback Il mio canto libero di Battisti e per fare una predichetta sulla paternità di Dio in un contesto assai poco edificante? Sono queste le scelte che avvicinano la Chiesa cattolica alla gente sempre più secolarizzata (qualsiasi giudizio si voglia dare sull’innegabile processo di “disincanto” dell’occidentale contemporaneo)?
Molto più grave, però, è apparso agli occhi - e alle orecchie – di diversi fedeli un passaggio, anzi un duplice passaggio, di una successiva omelia di mons. Staglianò durante una messa nel Santuario della Madonna delle Grazie, a Modica,. Infatti, facendo riferimento agli arresti domiciliari del parlamentare regionale, in quota MPA, Riccardo Minardo e della moglie Giuseppa Zocco (con l’accusa di associazione per delinquere, truffa aggravata, malversazione ai danni dello Stato nell’ambito di un’inchiesta su una presunta truffa legata a finanziamenti statali ed europei), il presule ha detto fra l’altro: «Voi qui avete un onorevole, un certo Minardo, che è sempre stato presente in ogni nostra riunione: tutti sapete cosa gli è successo. Lasciamo stare il giudizio di quello che è accaduto ai competenti; comunque sia, abbiamo un fratello, una famiglia intera che adesso, dalla gloria, è protagonista della morte, e allora, se forse nel momento della gloria potevano manifestare qualunque tipo di disprezzo per tante cose, quando una persona, chiunque sia, cade nella miseria una certa compassione irrompe negli animi e dice: prego per te, sappi che non sei solo nel dramma della tua sofferenza». Non soddisfatto, mons. Staglianò è tornato sull’argomento anche prima del commiato finale, come ha raccontato l’agenzia di stampa romana “Adista”: “Il messaggio l’avete recepito?”, ha detto il vescovo rivolgendosi alla platea visibilmente infastidita: “Mi promettete che pregherete per questa famiglia? Che farete qualcosa?”.
Diverse le reazioni. Da quelle immediate, di alcuni astanti che, sbigottiti, si sono alzati e sono andati via, a quelle successive del consigliere comunale del Pdl di Modica, Nino Gerratana : «Se dicessi che sono basito per il comportamento del vescovo Staglianò, che al posto di prepararsi le omelie si prepara la difesa d’un noto indagato, direi cosa non vera, poiché abbiamo dovuto abituarci da tempo a certi comportamenti che gli uomini della Chiesa tengono nei confronti dei potenti». La reazione del vescovo, sinora, non è stata delle più caute e, in una lettera aperta alla diocesi, ha sostenuto che il problema di oggi è quello di certo “giornalismo amorale” che, pur di farsi leggere, cerca “lo scandalo ad ogni costo”,sottolineando che, sì “restano poveri quelli che non hanno da mangiare, da bere, ma sono poveri tutti gli afflitti, anche quelli che, “potenti e ricchi”, si trovano nella polvere della gogna mediatica”. Ovviamente i laici, specie se frequentano ambienti amorali come il mondo della carta stampata, non hanno titoli per insegnare a un vescovo i doveri di solidarietà cristiana verso chicchessia. Ma certi inviti a visitare i carcerati e a portare loro conforto risulterebbero più convincenti se riguardassero gli immigrati che non posseggono la lingua italiana, i cittadini siciliani senza relazioni importanti, i piccoli delinquenti sbandati e poi - solo alla fine - gli onorevoli dell’Assemblea regionale.

Augusto Cavadi

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