martedì 1 novembre 2011

Gesù, questo sconosciuto


“Centonove”
28.11.2011
GESU’ , QUESTO SCONOSCIUTO

Che cosa riteniamo di sapere sul cristianesimo? (Quasi) tutto. Che cosa sappiamo davvero? (Quasi) niente. E’ una presunzione di informazione che condividiamo un po’ tutti gli italiani (credenti, atei o agnostici): preti e suore non meno di chi non mette mai piede in chiesa. Sulla base di questo “supposto sapere” ci dichiariamo cristiani o meno.
Ma quanto c’è di vero - cioè di storicamente e biblicamente attendibile – nell’idea di cristianesimo che diamo per scontata, per ovvia, per stranota sia quando l’abbracciamo con entusiasmo sia quando la rigettiamo con sdegno? Lo so; la domanda è imbarazzante. Può risuonare persino impertinente nell’epoca in cui sembra di dover optare per un’alternativa secca: o credere dogmaticamente o non credere per nulla. Eppure, se qualcuno nutre almeno un piccolo dubbio sulla propria conoscenza del cristianesimo, ha a disposizione non solo libri grossi e impegnativi ma - da qualche mese – anche un volumetto più agile da tenere in mano e, soprattutto, da consultare. In “Chi è Gesù di Nazareth? Nuove idee dopo il Concilio” ( www.ilmiolibro.it, pp. 238 , euro 15) Elio Rindone, docete di filosofia e baccelliere in teologia, con tono dimesso, direi mansueto, rivolta come un calzino bucato la dottrina cristiana, anzi - più limitatamente – cattolica, in circolazione e restituisce una rappresentazione della persona e della vita di Cristo molto più aderente alle fonti scientificamente studiate.
Nell’impossibilità di ripercorrere le tappe della sua analisi, vado subito all’esssenziale, alla chiave di volta da cui dipende l’intera costruzione: chi è stato Gesù? La dogmatica cattolica, fedelmente riprodotta e divulgata dalla catechesi, risponde: una Persona divina (la seconda persona della Santissima Trinità) che, senza cessare di essere Dio, ha assunto anche la natura umana (dunque un’anima e un corpo in tutto simili ai nostri). Egli è “vero Dio e vero uomo”. Ebbene, questa risposta non è risultata soddisfacente nel IV secolo quando è stata formulata dal Concilio di Nicea; non è stata accettata in questi due millenni da una serie di chiese cristiane legate al modo di esprimersi dei primi tre secoli; non convince più – neppure oggi - centinaia, anzi migliaia di teologi cristiani di ogni confessione religiosa. Per tante ragioni, la più seria delle quali è che non si tratta di una dottrina fondata sulla Scrittura (cioè sulla fonte principale della fede per qualsiasi cristiano). Quest’ultima asserzione può suscitare stupore (almeno in chi legga la Bibbia in generale, i vangeli in particolare, con occhi ingenui, del tutto privi di quell’attrezzatura esegetica con cui ormai da decenni abbiamo imparato a leggere l’Iliade o l’Eneide o la Divina Commedia): non dicono forse gli evangelisti, più volte, che Gesù è “il figlio di Dio”? Come negare che egli si è presentato come un semplice profeta, bensì come l’incarnazione unica e irripetibile del Dio eterno?
Per secoli l’umanità ha creduto che Ettore e Achille siano stati personaggi storici; che Enea abbia davvero portato il padre Anchise sulle spalle; ricordo che anche mia nonna abbassava la voce quando mi confidava che, secondo lei, maestra elementare, non era vero che Dante era sceso all’inferno e ne era risalito poi sino al paradiso. Oggi non lo crediamo più e insegniamo ai nostri ragazzi, appena quattordicenni, a distinguere il significato delle parole nel mondo greco, nel mondo romano, nel mondo medievale e nel mondo contemporaneo. Così i biblisti non hanno più dubbi: oggi “figlio di Dio” significa, o può significare, “Essere trascendente della stessa natura di Dio” , ma nel I secolo dell’era cristiana significava, senza possibilità di equivoci, “Messia, Servo e Unto del Signore, Inviato”. Dunque Gesù non ha mai preteso di essere più che un uomo né i suoi discepoli lo hanno adorato come adoravano Javhé. Credere in lui non significa accettare una matematica paradossale (1+1+1=1), bensì qualcosa di più facile da capire e di più difficile da vivere: che la nostra esistenza ha senso solo se viviamo l’agape del Padre, solo se pratichiamo quotidianamente la sua donazione totale e gratuita a tutti, a cominciare dagli impoveriti della terra.
Queste scoperte, che il Concilio Vaticano II (cui allude il sottotitolo del libro) ha reso un po’ meno segrete, possono suscitare reazioni assai diverse. Mi limito solo alle reazioni di quanti hanno accettato di informarsi e che hanno realmente capito la posta in gioco. La prima che ho registrato è anche la reazione più diffusa: e chi se ne frega? Io non ho mai creduto, già per conto mio, che Gesù fosse Dio, anzi non credo neppure che esista un Dio qualsiasi: questi dibattiti sono controversie clericali che non si scalfiscono. Una seconda reazione che ho registrato è, in qualche modo, di segno opposto: la mia fede non si è mai basata sullo studio delle fonti cristiane, dunque non dipende dai mutamenti di opinione fra gli esperti. Per me Gesù è un mito: un mito che dà senso alla mia vita e, spero, alla mia morte. Sono entrato in comunione con lui attraverso canali che non hanno nulla a che fare con la ragione, le scienze bibliche, storiche e letterarie: e i miei canali continueranno a funzionare comunque, a prescindere da cosa gli studiosi potranno appurare, con maggiore o minore certezza. Una terza reazione, decisamente di minoranza (ma è in questa che mi riconosco ed è quella che mi augurerei per tanti contemporanei soprattutto giovani), è invece un insieme di sospiro di sollievo e di rimboccamento di maniche. Un sospiro di sollievo: Dio non mi chiede di credere in enigmi metafisici, in dogmi misteriosi (Tre persone della stessa natura, una Persona con due nature)…ma mi parla attraverso un uomo concreto, reale, che ha sperimentato una relazione intima col Padre comune (in questo senso è per me un modello da imitare) ma anche momenti di angosciosa solitudine e di terrore davanti alla morte (in questo senso è per me un compagno che ha percorso la stessa strada che mi attende). Gesù Cristo non è dunque il Pantocrator che mi fissa – tenero ma lontanissimo - dall’interno della cupola dello splendido Duomo di Monreale: è piuttosto un viandante di Galilea che ha vissuto intensamente la fedeltà al progetto salvifico di Dio per questa terra, per questa società. Se tutto ciò mi libera dal timore di non avere mai abbastanza fede (chi è davvero convinto della dogmatica cristiana?), non per questo mi deresponsabilizza. Anzi ! Mentre prima – quando credevo di credere – ritenevo che il più fosse fatto, adesso capisco che credere che Gesù è stato illuminato da Dio non è la méta, bensì l’inizio: se è mio fratello, ciò che a lui è stato possibile, è chiesto anche a me. Non ho alibi. Anch’io sono chiamato come lui a vivere ogni giorno, col desiderio e con le pratiche, l’avvento del regno di Dio: un regno di solidarietà, di convivialità, di condivisione. Rispetto a questo progetto di vita, in cui consiste la ‘vera’ fede, sono sempre indietro. E non mi resta che la preghiera di Kierkegaard: “Salvaci dall’errore di volerti ammirare o adorare rapiti di ammirazione invece di voler imitarti e assomigliarti”.

Augusto Cavadi

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