sabato 5 novembre 2011

SOGNANDO LA CONCA D’ORO


“Palermo, dove siamo stati otto giorni, era deliziosa. Come posizione è la più bella città del mondo, passa la vita sognando nella Conca d’Oro, una valle squisita distesa tra due mari”. Così Oscal Wilde in una lettera del 16 aprile 1900 spedita da Roma, poche settimane dopo il suo viaggio nell’isola. Purtroppo la Palermo di oggi si è svegliata da quel “sogno nella Conca d’Oro” e guarda – con occhi sbarrati dallo stupore prima, con sguardo assuefatto e rassegnato ormai – lo scempio edilizio che continua imperterrito, fra abusi e condoni.
Per fortuna la mano rapace di noi palermitani non è (ancora ?) arrivata a deturpare le bellezze artistiche come la Cappella Palatina: “In nessun luogo, nemmeno a Ravenna, ho visto mosaici così. Dal pavimento alla cupola del soffitto è tutta oro, ci si sente veramente come seduti in grembo a un gran favo di miele a guardare gli angeli che cantano; e guardare gli angeli, o comunque le persone che cantano, è molto più simpatico che ascoltarli”. Nella memoria del poeta irlandese rimangono impressi anche il Duomo di Monreale (“con i suoi chiostri”) e la Cattedrale di Palermo, ma ancor di più alcuni giovani. In particolare due categorie: i cocchieri e i seminaristi.
Tra i primi (“ragazzi modellati nel modo più squisito”) Wilde ha amato Salvatore, Francesco e soprattutto Manuele: li ha amati, apprezzati, al punto da convincersi che “la razza si vede da loro, non dai cavalli della Sicilia”. Per vederli più spesso possibile, si faceva condurre “spesso” in carrozza dall’albergo a Monreale.
Tra i secondi stringe “grande amicizia con un giovane seminarista che abitava nella Cattedrale di Palermo, con altri undici in una stanzetta sotto il tetto, come uccelli”. Dapprima è questo “giovane amico, a nome Giuseppe Lo Verde”, a dare informazioni sulla Chiesa madre del capoluogo regionale; ma, dal terzo giorno in poi, è Wilde a raccontargli di Federico II e della sua favolosa Corte poetica, prendendo spunto dal “massiccio sarcofago di porfirio” (“una cosa sublime, nuda e mostruosa, color sangue, sostenuta da leoni, che hanno colto un po’ dell’ira dell’animo irrequieto del grande Imperatore”). Tra un’istruzione e l’altra, il seminarista quindicenne “molto dolce” confida al poeta straniero (già processato, condannato e incarcerato per omosessualità) le motivazioni – per la verità assai diffuse nel Meridione sino ad anni recentissimi – che lo avevano indotto a intraprendere la carriera ecclesiastica: “Mio padre fa il cuoco, ed è poverissimo, e a casa siamo in parecchi, così mi è sembrato bene che in una casetta piccola come la nostra ci fosse una bocca di meno da sfamare”. Queste confidenze di sapore “singolarmente medievale” colpiscono Wilde che le rammenta e le riporta nella lettera al suo amico Robert Ross, ma a suo dire anche Giuseppe, dai “bellissimi occhi”, era rimasto segnato da quei brevi incontri: “Gli ho regalato un librino di devozioni, molto grazioso, e contenente molte più figure che preghiere”; “gli ho dato anche molte lire, e gli ho predetto un cappello cardinalizio, se fosse rimasto molto buono, e non mi avesse più dimenticato. Lui ha detto che non mi avrebbe dimenticato mai più; e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l’altare maggiore”.
Del passaggio di Oscar Wilde da Palermo non restano tracce, se non la testimonianza di un poeta minore (Achille Leto) raccolta da un parente e amico più giovane, lo storico Gaetano Falzone, che ne riferisce in una memoria all’Accademia delle lettere , delle scienze e delle arti di Palermo del 29 novembre 1979. Ma fra il giovane letterato siciliano e il maturo vate irlandese non scoccò alcuna scintilla, al di là di un fugace incontro occasionale ai tavolini di un caffè (ai Quattro Canti, da tempo scomparso) dove Leto riconobbe Wilde per via delle foto che circolavano da anni sulla stampa internazionale. Risulta che l’esteta - a giudizio del quale lo scetticismo va coltivato con moderazione se non lo si vuole trasformare in una fede troppo rigida – non fosse in vena di conoscenze e di rapporti sociali, quanto di concentrazione meditativa: non frequentò nessuno dei salotti buoni della Palermo del Liberty (Whitacker, Gangi, Trabia), preferì aggirarsi anonimamente per le vie della città, “trasandato e scontroso”, ma con “un grosso fiore all’occhiello”. Aveva sostenuto che i guai dell’anima si curano con i sensi così come i mali dei sensi si curano con l’anima, ma avvertiva di essere arrivato ad una fase dell’esistenza in cui non sono più possibili rimedi d’alcun genere. Si lasciò alle spalle il capoluogo dell’isola siciliana e, via Napoli e Roma, tornò in patria, dove si spense appena tre mesi dopo.

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