martedì 6 dicembre 2011

Prigionieri della burocrazia


“Repubblica – Palermo”
2.12. 2011

PRIGIONIERI DELLA BUROCRAZIA
E’ stato in italiano stentato che la vicina di casa nigeriana mi ha raccontato di essersi recata agli uffici municipali di via Lazio per chiedere di essere registrata come residente e di “non aver capito nulla”. Sommessamente, aggiungeva la richiesta di una mano d’aiuto: “Mio marito ed io lavoriamo tutto il giorno e non ci viene facile trovare il tempo per ritornare una seconda volta”. Il giorno dopo ci siamo recati all’anagrafe e, dopo il debito turno allo sportello, un impiegato gentile ci ha spiegato che, trattandosi di una famiglia immigrata dall’Africa, bisognava ritornare un mercoledì nel pomeriggio. Il mercoledì successivo abbiamo riattraversato la città e siamo stati ricevuti al primo piano da una delle sei impiegate (le altre cinque, ognuna davanti al proprio tavolo di lavoro, forse per mancanza di meglio, seguivano con attenzione il dialogo): “Sì, la documentazione che avete in mano è completa e va consegnata a me, ma non la posso accettare adesso perché siete qui senza appuntamento”. “Mi scusi, signora: ma Lei ha altro da fare in questo momento? Ci sono persone che hanno chiesto appuntamento e che – in un luogo a me invisibile – stanno attendendo il turno? Non è possibile che mi rivolga a qualcuna di queste sue colleghe che stanno seguendo in diretta la nostra conversazione?”. “No, non c’è nessuno. L’iter potrà sembrarle folle, ma non dipende da me. Tutte noi qui presenti abbiamo l’obbligo di accettare l’avvio di una pratica solo su appuntamento”. Giro intorno lo sguardo interrogativo su ognuna delle impiegate circostanti: mi rispondono con un soave sorriso di conferma. Forse a non far nulla si stanno annoiando, ma non hanno scampo. La collega deve essere proprio nel giusto! “Va bene, non capisco ma mi adeguo: ci dia un appuntamento per il prossimo mercoledì”. “Mi dispiace davvero, lo darei volentieri, ma non mi è consentito”. “Non le è consentito perché è obbligatorio chiederlo via internet o via telefono?” “No, lo diamo solo di presenza. Ma solo di mattina. Lei deve tornare un altro giorno, in orario antimeridiano, farsi dare un appuntamento con me e poi ritornare un mercoledì in orario pomeridiano”. La guardo attonito. Chiedo di correggermi se ho capito male: “L’altro ieri sono venuto una prima volta e mi hanno detto di ritornare di mercoledì pomeriggio; oggi è mercoledì pomeriggio e lei mi sta chiedendo di tornare una qualsiasi mattina; in quella qualsiasi mattina mi si darà un appuntamento per il primo mercoledì libero; e solo allora - al termine del quarto viaggio dalla borgata marinara in cui vivo sino all’incrocio con la circonvallazione - potrò avviare la pratica di questa signora africana. In attesa di ritornare, una quinta volta, per ritirare (se non sopravverranno intoppi) il certificato di residenza”. “No, nessun equivoco: ha capito benissimo”. Chiedo allora di parlare con il capo ufficio, ma la risposta è quasi superflua: “Vuole che a quest’ora, di pomeriggio, sia qui?”. Non mi resta che raccogliere le carte e, mogio mogio, riprendere la strada di casa. Mentre lavora in qualche remoto angolo del cervello il tarlo d’una catena di interrogativi (“Ma quanto sadismo è necessario per ideare una simile procedura burocratica? Palermo non è una città europea? Davvero non c’è nessuna autorità civile che possa individuare e punire esemplarmente quei burocrati che si divertono ad umiliare la gente ‘comune’ e che si fanno belli procurando ad amici e clienti i certificati con un cenno al fattorino del proprio ufficio?”), la vicina di casa mi chiede con candore di spiegarle la conclusione della trattativa. “Signora” – è stato tutto ciò che sono riuscito a risponderle – “non è questione di italiano: le confesso che ho capito ancora meno di quanto abbia capito lei la volta scorsa”.

Augusto Cavadi

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