lunedì 23 gennaio 2012

I modi di morire secondo Heath


“Phronesis” Anno VII, numero 13, ottobre 2009

“Si muore una volta sola, ma ci sono molte maniere diverse di morire”: l’osservazione di J. Conrad (p. 31) può considerarsi la chiave di lettura di questo breve ma intenso saggio della dottoressa inglese Iona Heath (edito in italiano dalla Bollati Boringhieri a cura di Maria Nadotti). Si tratta, infatti, di uno scritto - dalla difficile collocazione in un genere letterario canonico - nel quale l’autrice, sulla base di una pratica medica pluridecennale, riflette sulle svariate modalità con cui la gente affronta il momento del decesso e su alcuni interrogativi ad esse legate. E lo fa in un contesto storico-sociale che, nell’incisiva postfazione, il sociologo John Berger sa magistralmente sintetizzare prendendo spunto dalla morte in ospedale di F., un novantacinquenne di sua conoscenza:

“Quando F. era giovane, in questa regione alpina c’erano
pochi medici e gli abitanti erano abituati ad affrontare
tra loro la malattia (e la morte). Quando sono nati i suoi
figli, esisteva un servizio medico nazionale;
i dottori rispondevano alle chiamate in piena notte
e venivano a casa, gli ospedali si erano ingranditi.
I paesani hanno cominciato a dipendere sempre più
dalla pratica medica professionale e a prendere
sempre meno decisioni per proprio conto. Dieci anni
fa, con la privatizzazione e la deregolamentazione,
le cose sono cambiate ancora. Oggi l’assistenza medica
in un pronto soccorso si è ridotta a un servizio di
trasporto coatto. F. è morto da nessuna parte” (pp. 104 - 105).

Quanto al contesto socio-culturale, l’autrice ribadisce ciò che ormai è diventato ’senso comune’: la morte è un tabù, un incidente scabroso da occultare nei fatti e da rimuovere dalla mente. Di questo “pericoloso e disastroso diniego della morte” sono responsabili certamente “l’arroganza e l’ambizione della scienza biomedica” ma, almeno altrettanto, “la turpitudine genocida di tutta la morte che ha contrassegnato il secolo che si è appena concluso” (p. 22) . Ci sfugge il dato paradossale che, “se distogliamo gli occhi dalla morte, pregiudichiamo anche la gioia di vivere”; che “meno avvertiamo la morte, meno viviamo” (p. 26) ; che, insomma, la morte non è solo lacerazione e sconfitta, ma anche liberazione dai vincoli temporali e, per citare S. Lindqvist , monito”all’essenzialità” (p. 27). In una parola: è - o può anche essere intesa come - “dono” (p. 23).
Due parole per spiegare la stranezza, o se si preferisce l’originalità, del genere letterario: una sorta di “personale crestomazia annotata della lingua che si accompagna all’esperienza del morire” (p. 6) , di frammenti tratti da dichiarazioni di pazienti, da lettere private di amici, da opere di letteratura. L’origine dei materiali collezionati si spiega con la tesi centrale della Heath: nell’affrontare la fenomenologia del morire - “senza cercare rifugio nel dettaglio dei sintomi corporei evitando così di misurarsi con la paura, la rabbia, l’angoscia e la sconfitta” -”i medici hanno bisogno di aiuto, e, per me, l’aiuto maggiore (…) viene dagli scrittori e in particolare dai poeti” (p. 98). Se “il dono del poeta” è “far luce senza semplificare” ed il “dono della scienza”, all’opposto, “cercare di capire attraverso la semplificazione”, fra poesia e scienza v’è “complementarietà“: “i medici hanno bisogno sia della scienza sia della poesia, più che mai quando si prendono cura di pazienti che stanno morendo” (pp. 99 - 100).
L’autrice, a conclusione delle sue pagine, prova a elencare le (nove) “priorità” (”evidenti” ma che “vanno di continuo riaffermate”) attestate dalla convergente esperienza dei medici e dei poeti:

“Quando è possibile, i pazienti dovrebbero morire a casa
o in un altro luogo amato e familiare.

Non bisognerebbe morire da soli e l’assistenza dovrebbe
essere prestata da persone che i morenti conoscono e a cui,
preferibilmente, sono legati da rapporti di affetto.

E’ essenziale che tra medico e morente ci siano un rapporto
e un dialogo ininterrotti.

La comunicazione è mediata dalle parole e dal contatto
fisico.

A volte il dolore serve a sentirsi vivi.

La speranza si riferisce al futuro, ma è contenuta nella
cornice del presente e può essere indirizzata verso i piccoli
piaceri sensoriali: musica, contatto fisico, la vista
di un volto amato, la luce del sole.

Rivivere e condividere di nuovo i ricordi consente
di arrivare a una storia di vita coerente.

Bisogna trovare lo spazio per ringraziare della risoluzione
della vita e della prospettiva di liberarsi d un corpo
che sta cedendo.

La profondità del tempo è più importante della durata.” (pp. 100 - 101).

Per ciascuno di questi punti si potrebbero rintracciare dei rimandi a ricordi autobiografici e a citazioni letterarie: morire nel proprio ambiente familiare? Abbiamo già udito il racconto di Berger su F. , “rimosso precipitosamente da casa” e “morto da nessuna parte” (pp. 104 - 105). Morire fra persone care? “Cosa non ti dice una mano quando la si tocca” (così Joyce evocato a p. 91). Avere con il proprio medico una relazione continua? “Uno degli incontri più sciagurati della medicina moderna è quello tra un vecchio fragile, indifeso e ormai prossimo alla morte e un giovane e scattante medico interno agli inizi della carriera” (lo scrittore B. Keizer citato a p. 21). Comunicare con l’intera persona mettendosi in gioco integralmente ? “Quel che la mano, l’occhio e il cuore possono fare, e fanno, e dipingono, non potrà mai essere sostituito” (il pittore D. Hockney ripreso a p. 72). La funzione non esclusivamente distruttrice del dolore? “Il dolore ci aiuta ad accorgerci che siamo vivi. Tutti chiedono ansiosamente ‘hai male da qualche parte?’. Dovrebbe essere il contrario” (la paziente terminale dell’East End londinese secondo la testimonianza del sociologo Michael Young a p. 41). La strutturale apertura alla speranza? “In un senso ben reale, ogni uso del futuro del verbo essere è una negazione, anche se soltanto parziale, della mortalità. E ogni subordinata ipotetica è un rifiuto dell’inevitabilità brutale, del dispotismo dei fatti. I ‘farò′, i ‘ ’sarò′ e i ’se’, nel loro gravitare in campi intricati di forza semantica intorno a un centro o nucleo nascosto di potenzialità, sono le password verso la speranza” (G. Steiner citato a p. 62). L’esigenza di trovare retrospettivamente un filo conduttore della propria esistenza? “La storia della nostra vita non è mai un’autobiografia, ma sempre un romanzo (…). I ricordi non sono che l’ennesimo espediente narrativo” (J. Barnes a p. 37). Una possibile conciliazione con la morte? L’aveva ben intuito Primo Levi ad Auschwitz: “la sicurezza della morte impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore” (cit. a p. 29). La priorità della qualità della vita rispetto alla quantità? “L’uomo buono o forte è colui che esiste così pienamente o così intensamente, al punto da aver conquistato l ‘eternità durante la propria vita, e che la morte, sempre estensiva, sempre esteriore, è poca cosa per lui” (Deleuze, che interpreta Spinoza, a p. 59).

Quando si chiude il libro e lo si ripone in libreria è difficile non porsi almeno un interrogativo: come mai la Heath invoca per la medicina la sinergia della poesia e non della filosofia? La questione non viene certo vanificata dalla considerazione che, fra le decine di autori citati, ci siano Gadamer (pp. 42 - 43, 46, 48 - 49, 73) o Deleuze (p. 51, 59) : come commenterebbe Aristotele, due rondini non fanno primavera. Assumendola con serietà, la domanda suggerisce risposte differenti e non alternative. Una prima può ipotizzare un limite nella formazione personale dell’autrice: la quale, forse, ha preferito fruire del linguaggio evocativo e suggestivo di romanzieri e poeti piuttosto che dedicarsi a decodificare testi più impegnativi, ed emotivamente meno gratificanti, redatti da filosofi.
Ma il mondo dei filosofi, da parte sua, non ha nulla da rimproverarsi davanti a silenzi del genere? Quanti sono i pensatori teoretici e gli storici della filosofia che, come Gadamer, hanno tematizzato problematiche così ‘basse’, così ‘quotidiane’, come il senso delle malattie fisiche e psichiche, delle terapie cliniche e farmaceutiche, dell’agonia e del decesso? La bioetica ha iniziato da alcuni decenni ad introdurre lo sguardo filosofico nei momenti aurorali e crepuscolari dell’esistere, anche se in termini inevitabilmente generali: tocca alla filosofia-in-pratica e alle sue sperimentazioni pratiche compiere il passo ulteriore; provare a svegliare il filosofo che dorme in ogni paziente e in ogni medico; coinvolgere la riflessione filosofica nel circolo virtuoso della co-implicazione teoria/esperienza. A disposizione di chi volesse lavorare in questa direzione, dissodando un terreno pressoché vergine, non mi pare ci siano molti strumenti, ma sarebbe bene non ignorarli: per esempio L’esperienza di un infermiere filosofo (in AA. VV., Leadership riflessive. La ricerca di anima nelle organizzazioni, Apogeo, Milano 2007, pp. 191 - 197) di Andrea Vitullo e La consulenza filosofica nell’ambito delle cure di fine vita (in AA.VV., Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni, Di Girolamo, Trapani 2008, pp. 122) di Luisa Sesino.
In conclusione: libri come questo della Health possono offrire al filosofo-in-pratica intuizioni da assumere come piste di ricerca ed ipotesi di lavoro più che narrazioni di percorsi in qualche misura compiuti. Ciò non toglie preziosità al contributo che ben si affianca, a mio parere, a testi simili in cui professionisti impegnati concretamente nel campo sanitario mettono a disposizione dei filosofi consulenti (anche senza volerlo intenzionalmente !) testimonianze, interviste, analisi interessanti: a testi, intendo, come L’assistenza ai morenti (Red edizioni, Como 1997) di Renée Sebag-Lanoe; La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita (Avverbi, Roma 2004) di J. Pohier;
Il lutto infantile e giovanile (Edizioni CVS, Roma 2005) di Aldo Lamberto.

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