domenica 8 gennaio 2012

La libertà dal bisogno di vedersi riconoscere le proprie qualità


Su cortese richiesta della redazione della bella rivista piemontese “Viottoli” (www.freeitaly.eu/viottoli) “Viottoli” ho inviato alcune considerazioni critiche sulla condizione ’strutturale’ dei presbiteri cattolici.

“Viottoli”
XIV (2011), 2, pp. 37 – 38

NODI (INESTRICABILI ?) DEL SACERDOZIO CATTOLICO
La questione dell’ordinazione dei presbiteri cattolici appare, se inserita nel quadro dottrinale generale, di secondaria importanza: poco più di un affare giuridico per canonisti. In effetti può essere letta anche sul piano dei mutamenti storico-culturali e, come tale, relativizzata rispetto ai grandi interrogativi teologici. Però, se approfondita, essa apre domande molto più rilevanti: in qualche caso abissali.
Non si tratta infatti solo di notare come, nel Secondo Testamento, Gesù, che non era prete, non ha ‘istituito’ nessun sacramento dell’ordine; né, tanto meno, che una eventuale investitura “dall’alto” riguardasse la funzione sociale di alcuni discepoli, non certo la loro costituzione antropologica (come arriverà a sostenere la dottrina medievale del “carattere” come impronta ontologica). Sono tutte tematiche che i frequentatori degli studi biblici conoscono a mena dito. Un po’ più intrigante la problematica del ministero alle donne: la loro esclusione (o forse sarebbe più esatto dire: la loro presenza statisticamente minoritaria) fra quanti presiedevano le liturgie nei primi secoli ha indotto le chiese cristiane (sino a un secolo fa tutte, sino ad oggi le più consistenti numericamente) a trasformare un dato di fatto in un criterio di principio. Correggere questa svista non è stato facile (nelle chiese in cui è stata corretta) né è facile (nelle chiese in cui permane) perché si tratta di rivedere la concezione della donna rispetto al maschio, rispetto al sesso e rispetto al sacro. Insomma si tratta di operare una rivoluzione mentale coraggiosa, profonda.
Ricordo un mio incontro fugace, nella sacrestia dell’Istituto biblico di Roma, al termine di una intima celebrazione eucaristica di padre Lyonnet. Approfittai dell’occasione di essergli presentato da una mia amica palermitana che seguiva i suoi corsi e gli chiesi cosa pensasse dell’ordinazione delle donne: l’anziano biblista mi rispose, sornione, di non essere d’accordo. Infatti - aggiunse subito – non sarebbe il caso di estendere alle donne un’istituzione che andrebbe ripensata anche per gli uomini. La domanda più radicale, dunque, non investe le modalità e le condizioni di ordinazione dei presbiteri, bensì il senso ultimo di tale ordinazione: la comunità dei discepoli ha bisogno di essere guidata da pastori (maschi o femmine, celibi o sposati, eterosessuali o omosessuali…)?
Francamente non ritengo che la risposta sia semplice. Che un gruppo abbia bisogno di regole e di custodi autorevoli delle regole è indubbio: solo chi scambia il proprio nobilissimo desiderio di uguaglianza universale con la brutale realtà effettiva degli uomini può proclamarsi anarchico. E anarchico anche in ambito ecclesiale. D’altra parte è altrettanto vero che, non appena qualcuno viene rivestito di autorità rispetto ai simili, fosse anche in virtù di carismi effettivi, si affeziona al ruolo in maniera patologica: la più rara delle qualità è forse proprio la libertà dal bisogno di vedersi riconoscere le proprie qualità.
In questa stretta fra l’esigenza oggettiva di un ministero dell’unità (non dell’uniformità) e il rischio di trasformare il servizio in privilegio, il compito funzionale in ruolo istituzionale, non è agevole trovare vie d’uscita convincenti e praticabili. Tre possibili tasselli, fra altri che si potrebbero individuare con la riflessione e l’esperienza, potrebbero essere la decisa delimitazione dei poteri presbiteriali; la disencitivazione economica; la temporaneità dell’incarico. Queste tre condizioni caratterizzano già – per quanto ne so – il ministero in alcune “chiese sorelle” (Sua Santità Benedetto XVI mi perdoni la formula blasfema), quali le chiese valdese e metodista nelle quali il pastore condivide, laico tra laici, i suoi poteri di governo con altre figure di responsabili della comunità (il consiglio di chiesa); guadagna uno stipendio mensile facilmente superabile da un membro di chiesa che si dedichi ad attività professionali mondane; non rimane a guida di una chiesa più di un certo arco di tempo, dopo il quale deve cambiare sede e può persino cambiare (temporaneamente o definitivamente) mestiere, dedicandosi alla direzione di un centro sociale o all’insegnamento o al giornalismo.
Questi, e simili, accorgimenti disciplinari non potranno comunque sciogliere mai il paradosso genetico del cristianesimo che nasce “movimento” e cresce “istituzione”. Hegel lo aveva già focalizzato: il cristianesimo zampilla come amore; se fosse rimasto fedele alla dinamicità ‘liquida’ originaria non sarebbe sopravvissuto per secoli; è sopravvissuto perché il contagio iniziale da cuore a cuore, da persona a persona, si è poi cristallizzato in strutture, norme e ordinamenti. L’esperienza originaria – fortemente profetica – è stata preservata, ma anche deformata, dalla canalizzazione organizzativa successiva. Forse non c’è alternativa: nessuna comunità accetti di essere coordinata, spronata, moderata da un “anziano” che, privo di qualsiasi ispirazione profetica, si sia sclerotizzato nel ruolo di “funzionario di Dio” (Drewermann).

Augusto Cavadi

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