venerdì 10 febbraio 2012

Il punto sui “Forconi” siciliani


“Repubblica – Palermo”
8 febbraio 2012

MERCATO E POLITICA: QUEL CHE I FORCONI NON DICONO

I Forconi, fatto un passo indietro, ne preparano due in avanti: vogliono organizzarsi stabilmente, farsi partito di lotta e di governo. Sino a quando non si potranno conoscere in dettaglio programmi e candidati, ogni giudizio sarebbe avventato. Ciò che si può dire è che cosa siano stati sino ad oggi: un movimento di protesta popolare adatto più a denunziare malesseri effettivi che ad approntare diagnosi corrette (e, conseguentemente, terapie adeguate) . Una diagnosi corretta parte dall’individuazione del virus: chi è il vero nemico dell’agricoltura, della pesca, dell’allevamento in Sicilia? Le risposte semplicistiche sono comode per gridare slogan e infiammare i cortei, ma non per risolvere le questioni.
Innanzitutto c’è un fattore epocale: la globalizzazione dell’economia capitalistica. Ogni regione, ogni categoria sociale, ogni famiglia vorrebbe goderne i vantaggi senza pagarne i costi: questo è infantilismo politico. E’ ovvio che un processo epocale sospinto prevalentemente dalla ricerca del profitto implichi disastri sociali: ma non possiamo condividerlo quando vendiamo i nostri tonni alle industrie conserviere giapponesi e contestarlo quando i tunisini ci esportano i loro agrumi; non possiamo fruirne quando vogliamo le banane a prezzi stracciati sulle nostre tavole e condannarlo quando ci arriva il merluzzo congelato dal Baltico.
Meno lontano, e meno vago, del fattore globalizzazione, ci sarebbe un secondo nemico da individuare: l’intermediazione parassitaria (mafiosa e simil-mafiosa) fra il produttore e il consumatore. “Forza d’urto” e “Forconi” (tra i quali militano amici che stimo) lo dicano forte: i primi nemici da abbattere sono gli intermediari parassitari che, con metodi più o meno illegali, riescono a far costare 2 euro al kilo le arance o l’uva che al produttore vengono pagate a metà della metà. Con il risultato, paradossale, che centinaia di migliaia di famiglie siciliane non possono permettersi ogni giorno il lusso di acquistare la frutta, neppure per i bambini.
Un terzo nemico, altrettanto vicino, è la classe dirigente – in particolare politica – che ha amministrato la Sicilia negli ultimi trent’anni. Lo Statuto di regione autonoma è stato sistematicamente sfruttato per ritardare le novità positive decise a Roma e per mantenere lo status quo in periferia. Anche qui si registra un’imbarazzante contraddizione: la maggior parte dei dimostranti si riconosce in leader molto vicini allo schieramento politicio di centro-destra che porta, oggettivamente, la responsabilità maggiore (anche se non certo esclusiva) dello sfascio attuale. Che Pippo Gianni, parlamentare del Pid, si vanti di avere in tasca la tessera n° 1 dei Forconi di Priolo non è un caso: è la spia eloquente di una tendenza diffusa.
Ma il quadro sarebbe imperdonabilmente lacunoso senza un quarto nemico del settore produttivo primario: gli stessi produttori. Una classe dirigente non regge, quasi inalterata, per sessant’anni senza una base non solo fedele elettoralmente ma anche complice moralmente. L’assessorato all’Agricoltura è stata una delle “minne” a cui privati e di cooperative hanno attinto finanziamenti fasulli, rimborsi drogati, contributi europei indebiti: abbiamo dimenticato con quali soldi molti imprenditori nostrani hanno acquistato “fuoristrada” che non hanno mai battuto una “trazzera” di campagna? Abbiamo dimenticato che il dottor Filippo Basile è stato assassinato per ordine di un impiegato dell’assessorato all’Agricoltura perché si rifiutava di favorire illegalmente un concittadino di Salvatore Cuffaro, all’epoca assessore al ramo e - come sempre - più ‘morbido’ nell’accogliere le richieste di favore? Ho in memoria una serie di nomi di funzionari dell’assessorato che – in vari periodi – mi hanno confidato di aver preferito il pensionamento anticipato all’avanzamento di grado perché “le pressioni dei politici e i tentativi di corruzione degli operatori del settore sono davvero insopportabili”. Senza contare quante centinaia di migliaia di euro vengono distribuite ogni mese a uomini e donne che risultano braccianti in quiescenza e che, nella loro vita, non hanno mai toccato una zappa.
La confusione sui nemici spiega la miopia autolesionistica dei metodi di lotta: nel corso dei gloriosi “Fasci” di fine Ottocento, i contadini occupavano le terre e fronteggiavano le armi dell’esercito regolare, ma infrangevano la legalità ai danni dei latifondisti sfruttatori, non dei conterranei già in pesanti difficoltà. Non si può dire di protestare per i diritti della propria regione inferendo tremende bastonate alla sua traballante economia.
Questi flash , del tutto inadeguati, aprono la questione complessiva: dove vuole arrivare la protesta? Striscioni e stendardi (“La mafia vera è a Roma”) danno la spiacevole impressione che, per l’ennesima volta, si voglia attribuire al Nemico esterno l’intera responsabilità dei mali interni. Che si assista alla riedizione del logoro sicilianismo “piagnone”. Si vuole la mera replica capovolta del leghismo settentrionale (quando gli allevatori della Brianza pretendevano che lo Stato pagasse le multe per le loro infrazioni)? Come non credo in nessuna Padania, così non credo in nessuna Trinacria: la Sicilia è una mela spaccata a metà e una delle due parti è marcia. Vogliamo che, sotto l’ennesimo ricatto della piazza, il governo nazionale scucia qualche elemosina o il risanamento – radicale – di un sistema che, sul momento, accontenta clienti e corrotti, ma alla lunga si risolve in un boomerang per tutti, onesti compresi? Siamo ai nuovi Vespri siciliani? Neppure per sogno. Da infilzare non ci sono Angioini stranieri, ma cosche mafiose nostrane che fanno regolarmente fuggire dall’isola gli imprenditori che vorrebbero impiantare industrie di trasformazione dei prodotti ittici e agricoli (a partire dalle tonnellate di agrumi che vengono distrutte per tenere artificialmente alti i prezzi) . Più ampiamente, da abbattere è la mentalità in cui la politica viene ridotta a mera negoziazione di interessi individuali o, al massimo, corporativi, preoccupandosi – per restare in tema – del destino della stalla di tutti solo man mano che si esaurisce il foraggio di ognuno.

Augusto Cavadi

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