martedì 6 marzo 2012

Francesco Azzarello su “Il Dio dei leghisti”


Dall’ex-alunno, e adesso fraterno amico, Francesco Azzarello (che insegna filologia romanza all’università di Friburgo in Br.), ho ricevuto una interessantissima recensione che pubblico con qualche mia considerazione supplementare.
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Augusto Cavadi, Il dio dei leghisti, San Paolo, Cinisello Balsamo 2012

È da pochissimo uscito presso la casa editrice lombarda “San Paolo” Il Dio dei leghisti del filosofo consulente, teologo, attivista antimafia e noto editorialista palermitano Augusto Cavadi. La collaborazione fra l’autore e l’editore rimonta invero a tre anni fa, alla pubblicazione di Il Dio dei mafiosi in cui Cavadi si interrogava sul paradosso dei padrini teologi, quello dei preti mafiosi e più in generale sulla conciliazione dell’inconciliabile: il vangelo e la lupara. Buona parte del Dio dei leghisti si rifà al Dio dei mafiosi. Il materiale d’analisi (dichiarazioni ufficiali, interviste), gli strumenti interpretativi (codici culturali, teologie implicite ed esplicite, diagnosi e terapie) e gli intenti dei due libri sono gli stessi: 1) individuare un gruppo di “pecore” francamente improbabili e chiarire (diagnosticare) come mai questi e la loro teologia implicita o esplicita abbiano trovato fra i pastori non solo un orecchio accogliente ma addirittura complicità, simpatia e affinità teologica; 2) proporre alla Chiesa una terapia a base di principi teologici oggettivamente antimafiosi/radicalmente evangelici, che rendesse l’aria delle sagrestie irrespirabile per certi soggetti.

Ne Il Dio dei leghisti l’assetto teorico viene, con qualche rimando al Dio dei mafiosi, più o meno dato per scontato. In effetti, chiarisce subito Cavadi, l’idea di scrivere un libro sul Dio dei leghisti gli è venuta su richiesta di vari lettori del Nord che gli avevano addirittura assicurato che sarebbe bastato cambiare lievemente il titolo e risparmiarsi ulteriori fatiche. La genesi del libro spiega così la scelta (metodologicamente immotivata) di dedicare il primo capitolo del libro ad affinità e differenze fra mafia e Lega. È vero che Cavadi minimizza e sottolinea più volte che Lega e Mafia non sono fenomeni “identificabili” ma l’accostamento è stato fatto e non c’è poi tanto da meravigliarsi se i leghisti hanno reagito al libro con lo stile diretto (che spesso sacrifica la profondità della riflessione all’efficacia illocutiva del messaggio) tipico del loro movimento. Per di più il capitolo si conclude con una frase estremamente chiara: Cosa Nostra e Lega non sono la stessa cosa ma le affinità sono più delle differenze. Il ricorso al metodo della violenza (fisica o verbale, verso fuori e/o dentro) è dimostrato in modo così solido da potersi dichiarare certamente comune a entrambi i fenomeni. Ma, mi permetto di notare — affinché i leghisti schiumino un po’ meno rabbia —, il fine dell’accumulo di potere e ricchezze (evidente nella mafia) è per quanto riguarda la Lega abbastanza labilmente motivato (relativamente all’accumulo di ricchezze; l’accumulo di potere è chiaramente dimostrato).

Ma a far arrabbiare i leghisti devoti (già sbugiardati nel primo capitolo), con molta più ragione, dovrebbero essere i tre robusti capitoli sul codice culturale del loro movimento, definitivamente smascherato come tutt’altro che evangelico. Con uno stile molto semplice e senza sommergere il lettore in sottili distinguo teorici Cavadi snocciola le idee politiche della Lega in pochi (ma buoni) tratti: stile reattivo, intangibilità delle proprie radici, razzismo regionalistico, tribalismo ipermoderno, concezione dello Stato come superfetazione artificiale e concezione leninista temperata del partito.

Il capitolo relativo ai principi etici della Lega segue sullo stesso registro ma regala al lettore anche una nutrita carrellata di pittoreschi dicta leghisti, di cui fornisco qui di seguito una selezione personale (fra parentesi): familismo amorale, idiotismo politico, laboriosità eroica, perbenismo moralistico, xenofobia provinciale (Mario Borghezio: La lega non cambia linea. Vogliono l’8 per mille? Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini), maschilismo esibizionistico (Leghista bresciano anonimo: Non sono e non sono mai stato razzista: per me anche le bianche sono, in fin dei conti, delle puttane), omofobia ossessiva (Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso: Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili del fuoco affinché faccia pulizia etnica dei culattoni), populismo cacofemico, orgoglio dell’ignoranza.
Le concezioni teologiche della Lega si riassumono in una sorta di panteismo naturalistico (Il Dio Po) in cui Gesù diventa un mero simbolo di appartenenza etnica, la chiesa “una cosa nostra” e la religione un collante sociale identitario, dove il sacro è ridotto al “socialmente programmato” e il prossimo di evangelica memoria è, con miopia più o meno innocente, interpretato come chi al leghista è familisticamente (o utilmente) più prossimo.

Se con i leghisti l’analisi condotta nel libro non è stata tenera, il cattolicesimo, nel suo prosieguo, non se la passa tanto meglio. Come mai un movimento così poco affine al Vangelo come la Lega riscuote simpatie fra cattolici fuori o dentro alla Lega stessa (pare che il 39% dei leghisti si dichiari cattolico praticante)? Nel capitolo diagnostico (Quale cattolicesimo va bene alla Lega?) compare la tesi di fondo di Cavadi: la Lega si sente in diritto di rivendicare e cavalcare un certo tipo di cattolicesimo, quello che s’infiamma per banalità identitario-territoriali (crocifissi ai muri delle scuole, proibizione di moschee in città ecc.), perché alcuni cattolici pensano identitariamente. Perché lo fanno? Non perché sono cattivi e in mala fede (come il sentire comune — che fa dei cattolici non religiosi dei fanatici e dei chierici una banda di camorristi in gonnella — vorrebbe) chiarisce Cavadi ma perché credono che questo atteggiamento sia stato legato loro niente meno che da Gesù stesso, per cui il fine della salvezza giustificherebbe tutti i mezzi e le peggiori frequentazioni (p.e. quelle democristiane un tempo, quelle mafiose talora, quelle dittatoriali ieri e quelle leghiste oggi).

Alla diagnosi segue, come è tipico nei libri di questo autore, anche una terapia che prende molto sul serio il concetto dei “valori non negoziabili” (nemmeno a prezzo della salvezza) tanto caro ai fondamentalisti. Ed è una terapia all’insegna della riscoperta del Vangelo: del Dio agapico (fonte di amore gratuito e inesauribile per tutte le sue creature), del logos universale (declinato e declinabile cioè da tutte le sue creature), della Chiesa sacramento (capace cioè di annunciare in segni chiari a tutti, non solo al suo gregge culturalmente alfabetizzato dal catechismo, la buona novella), di una spiritualità laica (meno preoccupata di questioni burocratiche e organizzative interne e più di annunciare il Vangelo), della fede intelligente (probabilmente il capitolo più divertente di un libro che senza rinunciare al rigore analitico ricorre spesso all’umorismo di fronte all’orrore della xenofobia e della violenza), della martiría (politica e non-violenta) cristiana e in generale contrapporre all’identità stantia e materialista di una casta sociale quella proteiforme cristiana, consapevole di non corrispondere a un documento prefabbricato ma a un progetto esistenziale, in cammino verso tutto il genere umano e verso il Regno che era e (per i cristiani) è vicino, dove non ci sarebbero stati né ebrei né gentili ma ci saranno solo e semplicemente figli e figlie di Dio. Tutte posizioni che una parte consistente (ma per nulla cacofemica e forse per questo meno percepita di altre retoricamente più colorite) del Cattolicesimo contemporaneo sposa e considera già non negoziabili.

Cavadi — ci mancherebbe altro — non chiede alla Chiesa degli apparati scomuniche ma una sorta di esame di coscienza (di cui lui, appoggiandosi ad altri teologi cattolici, delinea i tratti essenziali) che produca intorno alla Chiesa un’atmosfera irrespirabile per leghisti e simili. Credo che qui — lo dico con preoccupazione e nello spirito di dialogo che anima il libro — si inizi a vedere il primo dei due limiti teologici del libro. Limiti non in senso filosofico ma proprio fisico, di limiti invalicabili cioè, e non solo per quella parte di cattolici identitario-territoriali che vorrebbe rendere irrespirabile l’aria a musulmani, omosessuali, divorziati ed extracomunitari ma anche per quel settore illuminato di cattolici (che Cavadi cita in dettaglio nell’ultimo capitolo del libro e nomina più velocemente nel divertentissimo paragrafo sulla riscoperta della fede intelligente) che hanno già riscoperto i valori di cui sopra. Spero di mostrare qui di seguito che questi limiti sono tutt’altro che invalicabili, anzi che la storia del cristianesimo pratico li ha già valicati e quindi devono essere superati anche da chi fa teologia cristiana.

Il primo limite non è poi così arduo da superare. Certo è difficile che la chiesa si faccia volontariamente irrespirabile, insopportabile per qualcuno perché Gesù sedeva a tavola coi peccatori e con i giusti, con i poveri ma anche con i ricchi, con gli ebrei di tutte le categorie ma anche con i gentili (mi risparmio i rimandi evangelici perché so che non interessano a nessuno e i teologi a cui mi rivolgo li conoscono meglio di me). Ai sacerdoti e agli scribi dice con chiarezza quel che pensa, toglie sì loro il respiro ma solo dopo esserglisi seduto accanto. Certo non ne ha mai sposato opportunisticamente alcuna tesi (come fanno quei cattolici che per appendere qualche croce di legno su un muro osannano politici violenti e xenofobi). La questione per la Chiesa quindi non è tanto come rendere l’aria irrespirabile per qualcuno quanto, nello spirito di un’apertura universale, come si faccia a parlare chiaramente e coerentemente con i propri principi anche con i peccatori contro la carità (sacerdoti, scribi, dittatori, mafiosi, leghisti ecc.), ascoltando e facendosi ascoltare ma senza farsi strumentalizzare. Penso che le ricette antropologico-teologiche che al riguardo il Vangelo ci regala siano: il nomadismo, la semplicità e la povertà, la fiducia nel Padre, l’uso dell’intelligenza e l’anticonformismo. Tutte cose che la terapia di Cavadi peraltro, anche se con altri termini e per una via (come vedremo) un po’ diversa, propone così che, se c’è un limite da valicare fra i cattolici (illuminati e non) e la terapia di Cavadi, si tratta di un limite retorico e formale più che di una vera divisione sostanziale.

Un ostacolo più serio all’accoglienza da parte dei teologi cristiani della proposta terapeutica di Cavadi (e preciso a beneficio di chi non è cristiano, che si tratta di accoglienza discorsiva, che è poi quella che interessa a Cavadi e alla lunga dovrebbe interessare tutta la società, laici compresi) è costituito (che sorpresa!) dal problema dell’identità di Gesù. Cavadi non fa mistero che l’irrinunciabile del Cristianesimo (p. 130) è la concezione agapica del Padre. Il Figlio (pp. 140 s. e 144) non soltanto è rinunciabile ma, pur essendo esemplare, non accampa pretese di unicità filiale. Io non sono un teologo ma non credo ci voglia molto per comprendere che qui ai cattolici (anche a quelli illuminati; per le altre confessioni non lo so) cominci a entrare qualche dubbio che Cavadi sia tutto fuorché un cristiano. Sulle formulette del Credo (unigenito, non creato, di che sostanza è ecc.) non credo sia umanamente serio discutere e spero che i teologi mi perdonino. È che l’obiezione che vedo sorgere fra i cattolici illuminati alla terapia di Cavadi sta in qualcosa di molto più radicale: la fede nel valore dell’evento Cristo. Che vuol dire credere in Gesù? Credere che sia stato l’unico capace di incarnare fino in fondo l’amore agapico del Padre o credere che (anche) qualcun altro l’abbia fatto o possa farlo (meglio, o peggio) di lui? Al buon senso di Cavadi, che fiducioso nella straripante pienezza del Logos (141), vede sorgere Cristi dovunque si manifesti, anche solo (per) un po’, l’amore agapico del Padre nella vita di tutta l’umanità, la memoria cristiana contrappone la storicità della vita crocifissa e resuscitata di Gesù di Nazareth (almeno di quella che si conosce) che non si considerava certo l’unico figlio di Dio ma che Dio lo ha narrato come nessun altro prima e dopo di lui e — per usare una formula cara al Priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, cattolico illuminato —definitivamente. Ma se non si traduce questa fiducia nell’evento Cristo in buon senso agapico, non si rischia di mancare la lezione di quello stesso evento? Non ci vorrebbe poi tanto e del Cristianesimo non si perderebbe la memoria: basterebbe giustapporre alla fiducia nel buon senso (che dona valore a grandi movimenti spirituali ma anche ad eventi con meno sostanza, come un testo o un evento storico puntuale), la fiducia nell’incarnazione (che il cristiano considera testimonianza duratura, fedele, radicale e salvifica dell’amore del Padre).

Per me che non sono teologo, come molti dei lettori, il limite fra fiducia nell’incarnazione e nel buon senso sembra molto sottile ma chi ha un po’ di dimestichezza con le dinamiche comunicative (scientifiche e non) sa che su queste sottigliezze si costruiscono torri di Babele e steccati retorici di infauste conseguenze. Mi auguro che quanto io ho intravisto non releghi la riflessione di Cavadi (espressa anche in altri libri e in diversi articoli) fra quelle proposte talmente rivoluzionarie da essere considerate irrespirabili e quindi passate sotto silenzio dopo essere stigmatizzate come non cristiane. Lo auguro a me e a chi mi sta intorno perché sarebbe un’occasione di chiarezza perduta, e il Cristianesimo lungi dal perdere il suo sapore e la sua identità straniera alla logica del mondo, mancherebbe una possibilità intelligente di trovare una linea retorica che lo rendesse capace di parlare con tutti, anche con chi (per motivi confessionali o meno) proprio non se la sente di credere alla divinità di Cristo. E se l’evento Bossi-a-braccetto-di-un-vescovo-cattolico dice qualcosa al nostro tempo, è che di Cristianesimo c’è molta urgenza.

Ad ogni modo, mi conforta pensare che la riflessione scientifica arriva sempre più tardi e segue sempre la coda delle comete storiche. Penso che in un passato non troppo recente la traduzione dalla fiducia condizionata all’evento in quella incondizionata dell’amore è di fatto già stata compiuta da alcuni umili cristiani. I monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), memori di un evento vecchio di duemila anni e fiduciosi nel suo valore, hanno creduto tanto all’amore del Padre da saper vivere cristianamente in un paese musulmano senza cadere in proselitismi programmati e ipocrisie: dicendo chiaramente chi erano e cosa credevano, a parole e a fatti, restando fedeli alle loro tradizioni culturali ma soprattutto ai fratelli di un’altra religione, testimoniando l’amore del Padre e dei fratelli fino alla fine. Spero che la memoria di quest’altro evento cristiano ispiri buon senso e fiducia a chi vorrà decidere se discutere, o meno, seriamente la proposta di Cavadi.

Francesco Azzarello

Caro Francesco,

come nel tuo stile, la recensione che mi hai generosamente dedicato è attenta, documentata, argomentata. Te ne sono sinceramente grato.
Sulle due osservazioni critiche, desideravo avanzare altrettante considerazioni.
a) La prima vuole segnalare un equivoco che, probabilmente, è da addebitare a poca chiarezza da parte del mio testo. Tu, giustamente, sostieni che i teologi cattolici e le gerarchie cattoliche non accetteranno con facilità che “la chiesa si faccia volontariamente irrespirabile, insopportabile per qualcuno perché Gesù sedeva a tavola coi peccatori e con i giusti, con i poveri ma anche con i ricchi, con gli ebrei di tutte le categorie ma anche con i gentili”. Il fraintendimento sta nell’interpretare l’aggettivo “irrespirabile” in un senso differente dalle mie intenzioni: quando l’ho usato, infatti, pensavo non a provvedimenti disciplinari, intimidazioni autoritarie, scomuniche…(tutte cose che ritengo inaccettabili verso qualsiasi credente), bensì a un clima spirituale così serio, così aperto ai deboli, così diverso rispetto ai criteri mondani, da risultare inaccettabile ai leghisti (come – ne “Il Dio dei mafiosi” – auspicavo per i criminali in doppio petrto). Insomma pensavo ad una chiesa così fedele al vangelo da risultare paradossale, indigeribile, agli occhi di chiunque ragioni secondo la logica dominante del denaro e del potere.
b) Molto più calzante ho trovato invece la tua osservazione sulla difficoltà da parte dei teologi di condividere la cristologia che contrappongo alla cristologia leghista. In effetti, rispetto al magistero ufficiale cattolico, le mie posizioni sono eretiche, inaccettabili. Come sai bene, se devo scegliere su una questione fra ciò che pensano i papi e ciò che pensava Gesù e la comunità cristiana dei primi secoli, non ho dubbi per chi propendere: dunque, anche in questo caso, preferisco credere secondo la fede degli evangelisti e di Paolo anziché dei padri di Nicea spalleggiati, contro Ario, dall’Imperatore (pagano !) Costantino.
Mi sembra di aver capito, fra le tue righe, che tu metti in dubbio la corrispondenza fra la cristologia neotestamentaria e le concezioni teologiche di un Kueng o di un Panikkar o di un Drewermann, insomma con le concezioni teologiche in cui, nel mio piccolo, anch’io mi riconosco. Ma questa sarebbe una discussione che ci porterebbe assai lontano dalla …Padania (e che, come ricoderai, ho affronato più accuratamente ne “In verità ci disse altro”).

Un abbraccio affettuoso e un arrivederci a Friburgo o a Palermo,
Augusto

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