mercoledì 14 marzo 2012

Gino Adamo su “Il Dio dei leghisti”


Dal blog “Panta rhei” di Gino Adamo (che ringrazio per la recensione e per la segnalazione):

- UN METICCIO CHIAMATO TROTA -

E’ appena uscito (per le ediz. San Paolo) il brillante saggio del prof. Augusto Cavadi su un tema - la compatibilità dell’ideologia leghista con il vangelo cristiano - che, pur se impostato e trattato con civilissimo piglio critico, ha già suscitato vivaci polemiche e plateali levate di scudi nell’arena leghista, assieme, invero, a crescenti voci di consenso e di schietta solidarietà, sia di comuni lettori sia di autorevoli recensori.
Anche quest’opera di Cavadi non è destinata certo a passare inosservata e sotto tono, in quanto tocca un nervo scoperto non solo della Lega, ma anche, per dolente riflesso, in taluni ambienti della Chiesa, che, sia concesso dirlo francamente, di questo solido e agile volumetto (di appena 192 pagine dense e godibilissime) avrebbero fatto volentieri a meno.
Eppure non credo che si possa rimproverare all’Autore una qualsivoglia presa di posizione pregiudiziale nei confronti della Chiesa, che in quanto istituzione che rappresenta (bene o male) oltre un miliardo di fedeli, egli ha sempre mostrato di rispettare, anche se non sempre - da laico devoto e pensante - di riverire pedissequamente.
Peraltro, il prof. Cavadi non fa mistero di considerare degne di rispetto (e fors’anche di studio!) altre confessioni (dall’Islam al Buddismo). Ma non è questo il discorso che qui al momento può interessarci. In discussione dovrebbe essere, a mio avviso, un unico assunto: se il saggio del Cavadi sia ben argomentato sulla scorta di indagini e documenti seri, chiari e condivisibili o se - viceversa - si debba imputare all’Autore una trattazione intossicata dalla prevenzione, debolmente sostenuta da fatti e idee prive di sufficiente e vero riscontro, e dunque, in coscienza (se da qualche parte ancora esiste) non condivisibile.
Ma la forza del Cavadi sta proprio tutta qui: le sue carte sono esaustive, ineccepibili, i suoi giudizi sia storici che politici, sobri e puntualmente evidenziati, chiariti, giustificati grazie ad una bibliografia essenziale (oltre settanta i testi richiamati). Mai asserzioni arbitrarie, nella misura in cui ogni elemento di giudizio sorge, direi a fortiori, da dichiarazioni ufficiali, da leggi approvate dalla Lega, che in qualche caso, fino al giorno prima, includeva il tal beneficio nel gran magna magna dei terroni o di “Roma ladrona”. In questi casi la onnipresente domanda leghista: chi paga? non viene pronunciata. Il che lascerebbe sospettare una occhiuta capacità di deroga quando fa comodo, che induce a concludere che anche la virginale Lega non resiste dinanzi a qualche inconfessabile appetito; l’importante è, s’intende, che essa - come le “svergognate” di una volta - sappia poi rifarsi la verginità perduta: cioè ricucire il lembo di un imene infranto, per dimostrare al fessacchiotto di turno d’essere fisiologicamente integra.
Il libro di Cavadi non é piaciuto - fra gli altri (comprensibilmente!) - ad un europarlamentare della Lega, tale Lorenzo Fontana, che - dopo aver leggiucchiato le note in fascetta pubblicitaria - ha dato di piglio alla sua terribile penna corrosiva lanciandosi in singolar tenzone contro il placido professore di liceo, palermitano, che con molta bonomia (com’è nel suo carattere) ha cercato di consolare l’afflitto esortandolo anzitutto a farsi un’idea corretta del libro, che pretende di giudicare senz’averlo letto: sfogliato almeno? Improbabile, ma non lo escluderei. Inoltre, si sa, è un libro ben scritto e di stile argomentativo alquanto sostenuto, talchè, diciamo la verità, riesce improbabile supporre che se l’avesse letto, potrebbe averlo anche compreso: una cosa per volta, giusto? Niente di strano, intendiamoci, nella Lega, esiste una casistica di individui molto più patetici di questo. Basta ascoltare un paio di volte - nella vita - il degno reggente, tal Bossi Umberto, e anche qualcuno dello staff maggiore, che so: dal vivace e ben nutrito Calderoli al buon Borghezio (che si stenta a credere a piede libero), ma ovviamente non ci permettiamo di sottovalutare tanti altri, che sappiamo abbisognano anch’essi di una comprensione, che non si nega a nessuno.
In fondo, vedete, in questa Lega fanno a gara ad atteggiarsi a cattivi ragazzi, ma, ormai lo sappiamo, intimamente sono di gran lunga peggio. Debbo fare una confessione. Dico il vero: fin qui ho nutrito una riserva, che non ho mai confidato a nessuno. Neanche in famiglia. Ho sempre creduto che il buon Maroni fosse, per morale e doti intellettuali nel complesso un tantino al di sopra della dolorosa media del popolo padano. Si, Maroni: lui, lo spauracchio delle mafie del Sud. Quelle del Nord, no! asserisce: non esistono e, se per caso, dovesse trovarvisi una labile traccia, non riguarderebbe certo la Lega. Ci mancherebbe.
E’ bello che ci sia qualcuno che dica queste cose. Altrimenti non ci crederebbe nessuno. Ma quel che mi sembra veramente toccante è l’ispirazione cristiana che guida la Lega. Pensate che Bossi - mi dicono - non esce mai di casa senza portar seco i quattro Vangeli, stampati in unico volume, in elegante brossura a caratteri argentati. Soprattutto da quando ha superato l’ictus: è più fervente, più sensibile, più fraterno. Il dolore converte al bene! Durante la malattia si dice che sia stato sfiorato dal dubbio, poverino: lui che di dubbi in vita sua non ne ha mai avuto. Non si spiegherebbe, d’altronde, diversamente la cordiale simpatia che tanti autorevoli rappresentanti di santa romana Chiesa, dimostrano verso la Lega. Mons. Fisichella appare il più equilibrato e bonario, ma non è il solo. Si sarebbe verificato finanche un caso subito messo a tacere. Comprensibilmente. Secondo voci vicine all’éntourage del leader, Bossi sarebbe entrato in rotta di collisione con la moglie, peraltro, una meridionale riciclata, per amore, al leghismo. Si sarebbe trovato ad un passo dal divorzio, poi però, dando ascolto agli amici e sodali verdi, si è ravveduto. In fondo la terrona tutto sommato è la madre del Trota, che com’è risaputo non pare un modello di ingegno. Per cautelarsi Bossi può sempre affermare che metà del patrimonio genetico del rampollo non appartiene alla razza Nordica, cioè al ceppo Ariano: pardon “padano”.
A rigore “il trota” è un ibrido: mezzo padano, mezzo terrone. Doloroso per un padre di famiglia che ha sempre creduto nel carisma della razza eletta ritrovarsi con un figlio meticcio.

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