lunedì 12 marzo 2012

Il voto della Curia alla morale dei professori di religione


“Repubblica – Palermo”
11.3.2012

Il voto in condotta ai docenti di religione

Il filosofo greco Zenone deve la celebrità all’aver inventato la dimostrazione per assurdo: partire da una premessa che non si condivide e mostrare che – se si arriva a conclusioni assurde - tale premessa era falsa. La vicenda della Curia arcivescovile di Palermo che, unica in Italia, chiede ai parroci un certificato di buona condotta per tutti i docenti di religione è un’interessante applicazione del metodo dialettico di Zenone. La premessa: lo Stato democratico deve farsi carico dell’educazione cattolica di tutti gli studenti di ogni ordine e grado (a meno che qualcuno non faccia esplicita richiesta di esonero). E’ una premessa logica, condivisibile? Pare che nessun ragionamento diretto riesca a dimostrarne l’insostenibilità: né la necessità di uno Stato sempre più laico a fronte di una società etnicamente e religiosamente sempre più pluralista né la necessità di concentrare le risorse finanziarie su insegnamenti di base destinati all’universalità degli alunni. L’alternativa a questo stato di cose irragionevole non sarebbe, ovviamente, l’eliminazione tout court delle tematiche religiose dai curricula scolastici. Si tratterebbe piuttosto di trasformare l’insegnamento della religione cattolica in insegnamento di storia delle religioni (al plurale) affidato a docenti che abbiano superato un concorso statale pubblico esattamente come i colleghi che insegnano storia della filosofia o matematica.
Ma se non è facile dimostrare direttamente l’insostenibilità della normativa attuale, la Curia palermitana si sta preoccupando di dare una mano preziosa, portandola alle estreme conseguenze logiche: sino a evidenziarne l’assurdità. Infatti non basta che l’insegnante di religione cattolica sia competente in teologia cattolica (pur ignorando, in ipotesi, le basi essenziali dell’islamismo o dell’induismo), deve essere anche praticamente in linea con le esigenze della morale ecclesiastica. I colleghi di religione, in questi anni, mi hanno ripetutamente confidato l’elenco dei requisiti etici che vengono loro richiesti. Devono brillare per puntualità nel lavoro e per spirito di cooperazione? Devono essere esenti da favoritismi in sede di scrutini finali? Devono mostrare particolare attenzione agli alunni meno favoriti intellettualmente o socialmente? Devono esercitare senso critico nei riguardi delle eventuali malefatte di politici corrotti? Devono testimoniare netta distanza dalla mentalità e dalla prassi mafiosa? Devono manifestare in parole e opere la sobrietà nell’uso delle ricchezze e la bellezza della condivisione con gli sfruttati della società ? Niente di tutto questo. Né di altri principi tipicamente evangelici. Essi sinora sono stati ‘monitorati’ sulla base di altri criteri (più o meno opportuni ma che certamente non si trovano nel messaggio originario evangelico né nel solco della grande tradizione della santità cristiana): se si è eterosessuali o omosessuali; se si vive da sposati, separati, divorziati o conviventi; se si frequentano più o meno noiose attività parrocchiali; se si partecipa o meno a movimenti di riforma della chiesa cattolica; se si appartiene o meno a gruppi di ricerca religiosa di stampo orientale; se si esprimono pubblicamente, sulla fecondazione artificiale o sull’eutanasia, idee in contrasto con la dottrina del papa e dei vescovi…
Il quadro complessivo è tre volte paradossale. Infatti porta ad avere insegnanti di religione allineati e coperti con le direttive di un organo istituzionale (la Chiesa) diverso da chi li stipendia (lo Stato). Quando qualche docente non si sente in sintonia con il magistero ufficiale - per esempio perché convive con un compagno dell’altro sesso o del proprio – deve imparare a camuffarsi e ad attivare strategie ipocrite di mascheramento. Qualora, infine, né si è sinceramente fedeli alle direttive vaticane né si accetta di vivere clandestinamente, si può fare tranquillamente outing: tanto, da alcuni anni in qua, chi perde l’autorizzazione ecclesiastica ad insegnare religione cattolica, purché abbia una laurea di riserva, ha diritto di restare nella scuola come titolare di altra cattedra. Niente male! Sino a due secoli fa la scomunica comportava il rogo in piazza: oggi si rischia soltanto la condanna di fare il professore a vita.

Augusto Cavadi

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