sabato 17 marzo 2012

La situazione a Palermo dopo le primarie del centro-sinistra


“Repubblica – Palermo”
16.3.2012

UNA SQUADRA DIVISA VA VERSO LA SCONFITTA
Le primarie sono state importate dagli USA e, come spesso accade, senza tener conto di radicali differenze storiche e politiche. Oltre l’Atlantico, infatti, servono a scegliere il candidato di uno schieramento omogeneo (Repubblicani) contro il candidato dell’altro schieramento, altrettanto omogeneo (Democratici). Da noi servono a contare i voti di partiti diversi all’interno di uno schieramento tutt’altro che omogeneo; anzi, come se questa anomalia non fosse sufficiente, anche a contare i voti di correnti diverse all’interno degli stessi partiti (nel nostro caso, al di là di comunicati firmati più o meno ipocritamente, fra il PD filo-lombardiano e il PD anti-lombardiano). Con queste premesse e in queste condizioni, altro che festa di popolo: le primarie sono duello all’ultimo sangue. Non un gioioso confronto fra concorrenti accomunati dal medesimo progetto politico, piuttosto una dolorosa resa di conti fra avversari incompatibili.
Le conseguenze della battaglia (nominalmente fratricida, in effetti fra lontani cugini che si frequentano solo per battesimi e funerali) sono sotto gli occhi di tutti. L’osservatore, al pari dell’elettore progressista deluso e smarrito, non può che fotografare il quadro attuale, sperando che possa modificarsi. Da una parte, Ferrandelli e i suoi sponsor palesi (Cracolici e Lumia): politici in carriera per i quali vincere è talmente prioritario da relegare in secondo, o ultimo, piano ogni altra considerazione sui princìpi per cui si combatte e sui metodi di lotta. Sono gli eredi di un’illustre tradizione che risale agli splendori del Rinascimento: la lezione machiavellica del fine che giustifica i mezzi. Ricordo una lunga chiacchierata in treno con il compianto, illustre, storico Paolo Viola: in occasione di certe primarie, sostenevo di non potermi riconoscere in un candidato progressista a cui non avrei affidato la gestione del condominio; ma lui mi obiettava, alla luce di dotte considerazioni storiche, che politici poco limpidi moralmente erano stati di gran lunga più efficaci di altre anime belle sognatrici. E che perciò avrebbe affidato volentieri la città a quello stesso candidato a cui non si sarebbe sognato di consegnare l’amministrazione condominiale.
Nell’altra metà del campo Rita Borsellino e i suoi sponsor palesi (Idv, Rifondazione comunista, Sel, Verdi): politici che ambiscono a vincere non meno degli altri, ma non a qualsiasi prezzo. Che non ritengono accettabile, né allo Zen né altrove, che militanti un po’ troppo zelanti gestiscano in prima persona i certificati elettorali altrui. Che non vogliono piegarsi all’esistente, rassegnarsi al deja vu, perché ci sarebbro momenti in cui “non si può andare troppo per il sottile”. Che vogliono immaginare un modo diverso di fare politica, senza accordi – né palesi né sottobanco – con quelle stesse forze partitiche, come l’Mpa, contro cui ci si era battuti alle ultimissime elezioni regionali. Che vogliono sognare un altro modo di governare nel Mezzogiorno, al punto - per esempio – che chi vinca le elezioni non aiuti, per riconoscenza, le cooperative amiche ma spiazzi l’opinione pubblica fissando delle regole uguali per tutte le cooperative, anche per quelle che in campagna elettorale si fossero schierate nel campo degli avversari.
Per il futuro, dunque, sarà bene valutare con attenzione l’opportunità di convocare o meno delle primarie in contesti non abbastanza omogenei. Ma oggi si deve trovare una soluzione. Solo un miracolo può aiutare il centrosinistra ad uscire dal pantano in cui si è cacciato da solo. Un miracolo difficile quanto necessario. Difficile perché un ruolo decisivo spetta proprio a un dirigente regionale che ha dimostrato, senza più ombre di dubbio, la sua totale inadeguatezza. Lupo, infatti, è arrivato alla segreteria del Pd appoggiato dalla Borsellino condividendone la linea anti-lombardiana; l’ha stravolta cambiando idea dopo pochi mesi; ha di nuovo sconfessato la linea Cracolici-Lumia quando Bersani gli ha imposto di appoggiare la Borsellino…Insomma un andamento pendolare buono a scontentare tutti gli interlocutori e, soprattutto, a disorientare gli elettori del Pd. Necessario: se tale difficile miracolo non si realizzasse, si creerebbero tutte le condizioni per fallire quel calcio di rigore a porte vuote di cui tutti hanno parlato al momento della fuga da Palazzo delle aquile di Cammarata e dei Pdl. La ricaduta psicologica, direi morale, su tutti i cittadini desiderosi di voltare pagina sarebbe pesante. E i suoi effetti depressivi potrebbero durare altri dieci anni.

Augusto Cavadi

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