venerdì 13 aprile 2012

Miriam Mafai: la gratitudine di tanti


“Centonove”
13.4.2012

MIRIAM MAFAI: LA MORTE L’HA RAGGIUNTA DA VIVA, COME DESIDERAVA

Ho incontrato di persona Miriam Mafai solo una volta, quando nel 2007 a Palermo ha inaugurato una mostra di quadri (del padre Mario) e di sculture (della madre Antonietta Raphaël, a sua volta figlia di un rabbino ebreo lituano). Avevo imparato ad apprezzarla sia attraverso i suoi numerosi interventi pubblici (su “Repubblica” e in varie trasmissioni televisive) sia attraverso le parole di ammirazione e di affetto, sobrie ma frequenti, della sorella Simona. Per molti anni, e per molti versi, le loro vite si sono snodate in parallelo: entrambe, ragazze della buona borghesia romana, si sono dedicate con slancio alla militanza nella resistenza come staffette partigiane (più per intuizione che per analisi dottrinaria del fascismo); entrambe si sono iscritte al PCI (anche qui più per desiderio viscerale di giustizia che per una conoscenza dei testi fondamentali del marxismo); entrambe si sono legate affettivamente a due personalità del PCI (Miriam a Giancarlo Pajetta, Simona a Pancrazio De Pasquale); entrambe si sono impegnate in prima persona nell’attività politica (diventando, in anni diversi, parlamentari della Repubblica); entrambe hanno coniugato la fedeltà ai principi con l’elasticità mentale di chi sa cogliere il mutare delle condizioni storiche e sa aprirsi a prospettive diverse da quelle in cui si è formato da giovane; entrambe hanno accompagnato le molteplici iniziative pratiche con un instancabile aggiornamento culturale e con una vivace attività giornalistica e saggistica; entrambe hanno difeso i diritti delle donne senza scivolare mai nell’unilateralismo di certi femminismi più emotivi che progettuali.
In queste ore di lutto si moltiplicano gli attestati di stima, i ricordi, le dichiarazioni nei confronti (come scrive Eugenio Scalfari su quello stesso quotidiano di cui Miriam Mafai è stata co-fondatrice) di “una vecchia e grande ragazza che ha combattuto battaglie civili per tutta la vita, volontaria, militante, giornalista e soprattutto persona”. Anche Giorgio Napolitano - nel ricordare “la schietta amicizia” con una donna dalla “umanità appassionata, affettuosa ed aperta” - ha voluto sottolineare che “lo spirito critico con cui aveva ripercorso le sue scelte ideali era parte di un temperamento morale alieno da convenzionalismi e faziosità”.
Mafai si addormenta nei giorni in cui - così almeno si spera – anche la Seconda Repubblica conclude il suo ciclo vitale. Ai protagonisti della Terza Repubblica affida non solo la memoria di quasi un secolo di lotte, di errori, di speranze e di successi della democrazia post-bellica, ma anche la testimonianza personale di una cittadina che ha servito la società senza l’intento di accumulare profitti leciti né privilegi illeciti. Concita De Gregorio, dopo averle attribuito il medesimo proposito di Irene Brin («vorrei arrivare a destinazione povera e senza compromessi»), attesta che davvero la sua anziana collega e amica ha attraversato le redazioni dei giornali e le stanze della politica “senza denaro e senza macchia, percorso netto”. In un’intervista televisiva aveva espresso il desiderio che la morte la raggiungesse mentre era ancora viva: in forze e soprattutto intellettualmente vivace. E’ stata accontentata quasi del tutto: la malattia l’ha fiaccata davvero solo negli ultimi giorni.
Contro l’ondata montante del qualunquismo anti-politico (che, invece di far autocritica perché ha consentito l’ascesa al potere di certi politici, si illude di trovare la soluzione nell’astensionismo e nel ribellismo a ore), è importante far conoscere queste storie di vita. Non è vero che siamo stati tutti gli stessi, non è vero che siamo tutti gli stessi. Né è vero che, nel prossimo futuro, non potremo distinguerci più nettamente fra chi approfitta di ogni occasione per accaparrarsi qua e là qualche briciola e chi, invece, riga dritto per la strada che la sua coscienza ritiene migliore per sé e per altri.

Augusto Cavadi

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