domenica 8 luglio 2012

Se i turisti non tornano in Sicilia è forse anche colpa nostra


In neretto le righe che, per ragioni di spazio, sono state eliminate nell’edizione cartacea.

“Repubblica – Palermo”
8.7.2012

SE I TURISTI NON TORNANO E’ ANCHE COLPA NOSTRA

Secondo le dichiarazioni degli addetti ai lavori, in Sicilia soffre persino il comparto turistico. In una fase critica si affievolisce anche il flusso della bombola d’ossigeno con cui, di solito, compensiamo altre perdite (di profitti e di posti di lavoro). E questo nelle stesse ore in cui apprendiamo che la magistratura avanza seri, e circostanziati, dubbi su sprechi regionali proprio nel campo della comunicazione e della promozione dell’immagine dell’isola. Ma perché questo calo di presenze e di introiti?
Ci sono certamente delle ragioni di contesto nazionale e internazionale. Quando il ceto medio è rosicchiato dall’emergenza finanziaria, e fondatamente preoccupato di perdere nell’immediato futuro anche il necessario per vivere, taglia – per ragioni emotive oltre che contabili – per prime le spese per vacanze. Ci sono, anzi prosperano ancor di più, i ricconi a cui spetta il privilegio di guardare le disgrazie degli altri dall’alto di uno yacht o di un jet privato: ma questi personaggi lambiscono per poche ore qualche porticciolo turistico, non concentrano certo le intere vacanze dalle nostre parti.
Se invece parliamo con quelle persone ‘normali’ che hanno solo dieci o quindici giorni di ferie e le possono trascorrere esclusivamente in una regione, senza scorrazzare per il Mediterraneo, apprendiamo che cosa li distolga dal tornare in un’isola che pure li incanta per bellezze naturali e artistiche. All’inizio della conversazione è difficile che il turista sappia verbalizzare lucidamente cosa lo infastidisca tanto. Procede, piuttosto, impressionisticamente: non puoi prevedere il comportamento dell’automobilista alla rotonda perché non è per nulla certo che rispetti lo stop; non puoi attraversare la strada sulle strisce pedonali con serenità perché vetture e ‘motorini’ ti sfrecciano, a un decimetro dal naso o dalle spalle, come se fossi invisibile; non puoi camminare in bicicletta (lo sanno bene le comitive dell’Europa continentale che amano organizzarsi con questo mezzo di locomozione ecologico e salutare) perché le piste ciclabili o non esistono o, là dove sono tracciate, servono per posteggiarci le automobili o per collocarci i contenitori della spazzatura.
Poi, dai fastidi del traffico (di benignana memoria), riflettendo un po’ meglio, passano a una sensazione uditiva a cui non avevano nell’immediato fatto caso: Palermo, Catania, Trapani sono città rumorose. Il livello dell’inquinamento acustico è elevato, costante, sfibrante. Clacson e altoparlanti di venditori ambulanti di giorno, musiche belle e orribili a tutte le ore della notte e senza limiti topografici: in centro, in periferia, nei borghi marini. Come se gli occhi e le orecchie non avessero registrato fastidi a sufficienza, è anche l’odorato che – silenziosamente e subliminarmente – recepisce stimoli sgradevoli. Accanto al profumo intenso di una pianta spontanea t’imbatti nel fetore, altrettanto penetrante, di un sacchetto di rifiuti abbandonati o della cacca tiepida di un quadrupede accompagnato a passeggio.
I cittadini siamo dunque i primi responsabili della contraddittoria accoglienza dei visitatori, ma le amministrazioni non sono abbastanza impegnate nell’attivare una trasformazione durevole. Da un decennio, ad esempio, a Palermo è stato possibile tutto: occupare abusivamente marciapiedi, gettare immondizia dai balconi, elevare vere e proprie discariche abusive. (Per non parlare proprio di quegli operatori turistici che non rilasciano ricevute fiscali, che si allacciano abusivamente alla rete elettrica, che non pagano la tassa sui rifiuti e non fanno raccolta differenziata, che assumono in nero personale poco qualificato a rapportarsi con gentilezza e dignità professionale ai clienti). Qualcuno ha mai visto elevare una sola multa per chi si libera, con gesto disinvolto, del pacchetto vuoto di sigarette o per chi supera una lunga fila di automobili servendosi della corsia d’emergenza? Tra le prime decisioni di Orlando c’è stata la sostituzione del comandante dei vigili urbani. Bene. Attendiamo, tifando per i caschi bianchi, che in città ritorni un minimo accettabile di legalità (possibilmente anche grazie al buon esempio di carabinieri e poliziotti che non sostino in doppia fila a Romagnolo o all’Arenella per acquistare il sacrosanto cono gelato d’ordinanza).
Un’altra battaglia decisiva sarà la chiusura alle automobili di vaste aree pedonali. A Palermo, sinora, non siamo riusciti a respirare a pieni polmoni neppure nel breve tratto di via Principe di Belmonte o nella piazzetta di Mondello: ma altrove non sempre si sta meglio. Non è concesso al visitatore di raggiungere il Duomo di Ragusa, percorrendo le deliziose stradine di Ibla, senza essere tallonato da automobili dall’alba al tramonto; né ripercorrere le orme dei Malavoglia ad Acitrezza senza rischiare di essere arrotato lungo la stradina che costeggia i faraglioni (pur in presenza, a poche decine di metri, di uno stradale che potrebbe costituire un’ottima alternativa per i motoveicoli). Guardiamoci negli occhi, cari concittadini: dobbiamo stupirci, in questo scenario d’insieme, che il numero dei turisti cali o piuttosto che – nonostante tutto - ne arrivino ancora? Se i nostri amministratori avessero più voglia di trascorrere le loro ferie in Germania o in Austria, in Olanda o in Belgio, capirebbero quale sia il primo spread di cui preoccuparsi. E a cui porre, urgentemente, rimedio.

Augusto Cavadi

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