mercoledì 8 agosto 2012

Il medico e il boss


“Repubblica – Palermo”
5 agosto 2012

IL MEDICO E IL BOSS

Dopo trent’anni di letteratura mafiologica è facile distinguere, sin dalle prime pagine, i libri improvvisati da quelli impregnati di competenza e passione civile: L’enigma di Attilio Manca. Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra (terrelibere.org, Messina 2011, pagine 205, euro 13) di Joan Queralt, è un esempio del secondo genere. Un saggio che mancava e che tuttavia, abbastanza stranamente, non è stato scritto originariamente in italiano: un coraggioso editore messinese, Antonello Mangano, lo ha fatto tradurre dallo spagnolo e lo sta diffondendo anche con iniziative pubbliche cui partecipano i familiari del protagonista. Di chi si tratta? Attilio Manca era un giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto che aveva trovato a Viterbo lo spazio per un’attività professionale gratificante e apprezzata. Nel 2004, a pochi giorni dal suo trentacinquesimo compleanno, viene trovato cadavere nella casa laziale dove vive da solo. La presenza di una siringa e di due segni di iniezioni al polso e all’avambraccio, nonché di tracce di eroina nel sangue, orientano gli inquirenti verso la tesi dell’overdose o, comunque, del suicidio intenzionale. Attilio era sereno, aveva discrete disponibilità economiche, molte relazioni umane, in progetto viaggi per diporto: perché avrebbe dovuto darsi a droghe pesanti (sul corpo, per altro, non furono trovati altri buchi che quei due mortali) o decidere di togliersi la vita? E, soprattutto, come mai un chirurgo in tutto mancino si inietta le sostanze mortali proprio sul braccio sinistro?
Per alcuni anni queste domande restano senza risposta. Poi, piano piano, alcuni pezzi del puzzle si vanno incastrando. Nell’autunno precedente al decesso, Attilio ha effettuato un breve viaggio nel sud della Francia per assistere a un intervento chirurgico di cui stranamente non parla ai colleghi, limitandosi a un fugace accenno ai genitori residenti in Sicilia. Da informazioni giudiziarie risulta che, nello stesso periodo, Bernardo Provenzano, allora in latitanza, è stato a Marsiglia per problemi di prostata (il campo di competenza specifica del medico di Barcellona). Si va apprendendo, inoltre, che la mafia di Bagheria e Villabate - a cui Provenzano ha affidato la sua protezione logistica – ha da tempo stretto particolari rapporti con la mafia, meno nota ma non meno attiva e sanguinaria, del messinese. Che Attilio Manca non si sia trovato coinvolto, più o meno consapevolmente, in un giro troppo più grande di lui? Che non abbia incrociato la sua strada con criminali efferati che preferiscono non lasciare testimoni dal loro punto di vista inaffidabili? Su questi dati i genitori del medico, il fratello Gianluca, un avvocato intrepido ed esperto come Fabio Repici, chiedono alle autorità giudiziarie di non archiviare definitivamente il caso. Ed è notizia di questi giorni che, sia pure con una motivazione provvisoria (la ricerca dei fornitori dell’eroina), il Gip di Viterbo ha deciso di concedere al Pubblico Ministero un supplemento di indagine.
Intanto i familiari di Manca si sono collegati con altri familiari di vittime di mafia in cerca di verità e giustizia: con “uomini e donne come Elena Fava, Emanuele Giuliano, Giulio Francese, Sonia Alfano, Margherita Asta, Michela Buscemi girano da anni per le piazze e le scuole della Sicilia con l’intento di suscitare, con la forza dei loro cognomi e del proprio coraggio, la rivolta delle coscienze dei siciliani onesti contro il dominio della mafia”.
Si tratta di una battaglia dall’esito incerto e, in ogni ipotesi, abbastanza lontano nel tempo. Ci sono delitti di mafia tutto sommato ‘classici’ e delitti molto più complicati, specie quando – come nel caso di Graziella Campagna, la commessa di una lavanderia uccisa a 17 anni per aver trovato nella giacca di un mafioso un bigliettino che non avrebbe dovuto toccare – il primo enigma è risalire dalla vittima innocente al possibile movente. In casi del genere, infatti, le indagini devono spaziare a 360 gradi; attraversare zone grigie; gettare la sonda in quelle fasce sociali in cui la complicità con la criminalità mafiosa non è dettata necessariamente da interesse o da paura, ma anche da superficialità, pigrizia e amore di quieto vivere.

Augusto Cavadi

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