venerdì 19 ottobre 2012

Heidegger e la verità


“Vita pensata”, 15, ottobre 2012
(Rivista telematica gratuita)

Roberto Bigini, Martin Heidegger. Una guida al velamento, Aracne, Roma 2011, pp. 184, euro 12,00.

Se qualcuno è davvero convinto che i filosofi consulenti navigano alla larga dai classici del pensiero - anche per una buona dose di incompetenza - e si imbatte in questo saggio di Roberto Bigini, difficilmente può restare nella sua convinzione. E’ infatti un saggio dotto e raffinato che dialoga con Heidegger niente meno che sulla nozione di verità e, dunque, secondo le indicazioni teoretiche del medesimo pensatore tedesco, sulla “dia-ferenza” fra l’essere e l’ente. L’essere, infatti, è il fondo-sfondo (o l’abisso infondato) da cui proviene ogni ente: è il perennemente “velato” a partire dal quale si “dis-vela” tutto ciò che è. Ma proprio l’aver trascurato il “velamento” (o la “velatezza”), a favore di un’attenzione esclusiva sull’ente, sull’essente, sulla “disvelatezza”, avrebbe finito - secondo Heidegger – per banalizzare la categoria della verità come “non-velamento”. La verità, da epifania dell’essere, si sarebbe ridotta a produzione del soggetto umano (come avviene nell’idealismo tedesco post-kantiano), a prodotto di una cieca volontà di potenza (come avviene in Nietzsche), a efficacia tecnica (come avviene nella mentalità capitalistica attuale).
Bigini segue con attenzione filologica ed esegetica lo sviluppo di queste idee dal giovane Heidegger di Essere e tempo sino agli scritti della piena maturità compresi “quei veri e propri incontri di pratica filosofica con medici e psichiatri comunemente noti come seminari di Zollikon”, (p. 11) , senza trascurare dei passaggi che possono incuriosirci anche in quanto filosofi-in-pratica. Due per tutti (per altro intrecciati).
Il primo è il tema del “colloquio”, come luogo privilegiato della verità, evocato dal celeberrimo verso di Hoelderlin: “Molto ha esperito l’uomo. Molti celesti ha nominato da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un l’altro ” (p. 123) . “Il linguaggio si attua, rivela la propria essenza, nel colloquio: ma solo perché esso – prima che quel parlare assieme comunemente e socialmente inteso, e frainteso, nel concetto già logoro di comunicazione - indica l’ascolto di quanto la differenza (il “non”) ha, di suo, già da dirci” (p. 122): insomma, solo in quanto è ascolto della silenziosa e possente voce dell’essere al di qua di ogni dicibile. Bigini non lo esplicita, ma forse il collegamento non è arbitrario: in tanto si può fare consulenza filosofica in quanto si è, nella meditazione perseverante, in ascolto del Logos che parla sempre e dovunque. A riprova della centralità decisiva dell’ascolto come luogo di emergenza della verità, Heidegger mette in guardia dall’opacità e dall’equivocità della scrittura, la quale “non è capace di restare nello scritto stesso un moto del pensiero, un cammino” (p. 149). “Così “il pensiero”, facendo il suo ingresso in “letteratura” (o “nella letterarietà”), iniziò ad allontanarsi dall’esperienza della verità dell’essere, del non velarsi del velamento” (p. 149). Anche a questo proposito riterrei non del tutto arbitrario il collegamento con un’esperienza della filosofia che non si limita alle pratiche accademiche convenzionali (leggere per scrivere qualcosa di proprio - di cui ci si possa proclamare proprietari e titolari – destinato ad essere, a sua volta, letto da altri) ma che valorizza al massimo grado lo scambio verbale, la relazione orale.
Senza nessuna grafoclastia parossistica, il filosofo-in-pratica sa apprezzare il coraggio di chi sottopone alla critica pubblica le proprie idee mediante strumenti tecnici più o meno evoluti (dalla pergamena al web) quanto la sobrietà di chi evita la cristallizzazione nella scrittura della propria ricerca, mostrando una profondità sufficiente per non scrivere quel che sa.
Una nota in margine: se questo saggio fosse una monografia critica su Heidegger, gli si potrebbe rimproverare un’adesione eccessivamente fedele alle idee del pensatore tedesco. Ma non lo è. E’ un testo che vuole rispondere ad una questione teoretica più che storiografica: “dove in filosofia, quanto all’essenziale, eravamo rimasti?” E vuole rispondervi “per l’interposta, ingombrante persona linguistica di Martin Heidegger”(p. 11). Si potrebbe dire che gli scritti heideggeriani sono “utilizzati” solo in quelle parti, e per quegli aspetti, che “servono” a Bigini; per cui il silenzio su altri passaggi, e da altre angolazioni, lascia aperta la possibilità ad eventuali riserve da parte sua. Indubbiamente può risultare un po’ strano che la risposta alla domanda sul senso del filosofare oggi si costruisca con il supporto di un solo pensatore, per quanto rilevante: ma questa concentrazione su una sola miniera va considerata un difetto tipico, o piuttosto una fortuna invidiabile, di chi scrive di filosofia in età giovanile? A sessanta anni e oltre non è altrettanto facile accontentarsi di un unico, autorevole, interlocutore nella propria indagine filosofica; ma si avverte anche qualche nota di nostalgia quando ci si ricorda che, trent’anni prima, si era ancora capaci di entusiasmarsi nella convinzione di aver individuato, in questo o in quell’altro gigante del pensiero, la propria guida fondamentale.

Augusto Cavadi

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