mercoledì 17 ottobre 2012

L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE


“L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE”
Ottobre 2012-10-16

PRESIDI DA BOCCIARE? di A. Cavadi.
Editore Di Girolamo, Collana ‘di santa ragione’, pp. 134, euro 12,50.

«Le delusioni, umane e professionali, sono state ripetute e crescenti. Dopo diversi anni sono stanco. …. Non sono così ingenuo da illudermi di trovare altrove situazioni paradisiache, ma penso di avere diritto di vivere in un ambiente dove la correttezza umana, la sensibilità culturale e le reali competenze professionali vengano - se non apprezzate - almeno non mortificate.». Si coglie, in queste righe, lo spirito di fondo che anima il testo di Augusto Cavadi, Presidi da bocciare?: la necessità di reagire ad una incompatibilità ambientale che la scuola nel suo complesso, però, sembra non condividere del tutto (si veda, in questo stesso numero dell’Indice, la recensione di Giovanni Abbiati). Una scrittura a più mani: oltre all’autore di copertina, intervengono con propri contributi due insegnanti, Alberto Biuso e Dario Generali, e due dirigenti scolastici, Giorgio Cavadi e Domenico di Fatta. Identificata la tipolgia dei ‘Promessi Presidi’ con una scherzosa classificazione, vi ritroviamo i tipi del preside donrodrigo, del preside donchisciotte, della preside velista, e via via altre tipologie, facilmente implementabili. Lo stato dell’arte del guidare una scuola è considerato sia dalla parte degli insegnanti che dalla parte dei presidi. I problemi che devono affrontare questi ultimi sono delicati e complessi, non riducibili a facili definizioni (Manager Toyota o preside allo ZEN? è il titolo di un paragrafo dell’intervento di Giorgio Cavadi, titolo ispirato al contenuto dei quesiti per la selezione degli aspiranti presidi nel recente concorso del 2011-2012). Tre le molte incombenze, ai presidi tocca far fronte al contenzioso che sempre più spesso sollevano le famiglie, « sempre in agguato per rivendicare, protestare, sindacare». «Anello debole di una società a legami deboli, la famiglia è oramai totalmente incapace di educare e per la scuola è quasi impossibile ‘compensare le gravi carenze educative della famiglia’. Il familismo amorale, solo superficialmente attribuibile alle società meridionali, domina la società italiana… La classe dirigente [della società] offre sempre continui esempi della contrapposizione fra familismo amorale vs democrazia, il che rende sempre più difficile convincere un adolescente all’impegno per la costruzione di un “proprio” futuro che lo allontani dall’inseguire le facili scorciatoie a buon mercato dei miti televisivi d’oggi».
Appare di nobile natura la testimonianza di Domenico di Fatta, preside della scuola del quartiere ZEN di Palermo ed eletto “siciliano dell’anno nel 2010” a seguito di un sondaggio del quotidiano ‘Repubblica’.
«In realtà – e ne sono fermamente convinto- il Dirigente, da solo, non può fa nulla, ma è suo compito di promuovere il cambiamento perché è comunque lui il promotore delle iniziative. E’ impossibile star dietro a tutto e occorre fidarsi delle persone che ci stanno più vicine, concedendo loro ampi spazi di manovra ( si dice Leadership condivisa o diffusa o partecipata…).» La figura del preside Di Fatta resta singolare, per lucidità e generosità; di natura del tutto opposta, e forse più comune, è il preside di cui ci racconta Alberto Biuso, all’epoca dei fatti narrati docente di storia e filosofia in un liceo milanese e, grazie all’ottuso comportamento del dirigente, passato senza rimpianti all’insegnamento universitario. Da siciliano che, semmai perdona, ma non dimentica, il Biuso documenta con ricchezza di materiali l’assurda battaglia da cui dovette difendersi. «Lei è un problema per il corso H. Un ragazzo si è ritirato e ha perso la maturità.» Così inizia una sorta di mobbing, che ha una prima smentita a distanza di un anno, quando lo studente in questione scrive al docente: «Mi sono iscritto alla facoltà di filosofia della Cattolica e, ripensandoci attentamente, è stato proprio lei a fare nascere in me questo interesse, un interesse che si sta rivelando sempre più profondo e legato da profonda meraviglia per la più sublime forma di sapere. Ritengo che siano state senza dubbio le sue lezioni, il suo metodo di approccio, di analisi e di spiegazione a far scaturire in me la voglia di approfondire i miei studi nella direzione della filosofia». Segue altra ricchissima documentazione degli attestati di stima e di affetto ricevuti da più studenti; nonché la motivazione con cui il giudice, giungendo il confitto con la dirigenza alle aule giudiziarie, assolve gli imputati – il docente e due genitori- dal reato di presunta offesa della reputazione perché definivano il preside “personaggio professionalmente discutibile e comunque non preparato a servire un servizio pubblico”.
Dalla ricca antologia di testimonianze che offre questo libretto, si coglie, nel ruolo dei presidi, l’ingombrante peso che ha il loro compiacimento per il posto di potere, insieme all’esiguità dello spazio a disposizione - qualora ne abbiano le competenze - per sovrintendere all’attività didattica.

L’interesse del libretto è discontinuo: sollecita ricordi dolorosi o scenari già visti a chi nella scuola ci vive e magari, nonostante tutto, crede ancora che  «la funzione docente dovrebbe essere un’attività nobilissima e di grande soddisfazione, attraverso la quale degli intellettuali possano impegnarsi nella formazione culturale dei giovani, trasmettendo la passione scientifica e i contenuti specifici delle discipline dei quali dovrebbero essere cultori» (secondo la definizione che Dario Generali dà del proprio ruolo di docente).
Gli esempi riportati, con poche varianti tra nord e sud d’Italia, si riferiscono a un notevole numero di situazioni omologhe nel vissuto scolastico di chiunque frequenti la scuola. Prevale la cronistoria, non priva di un tipico lessico un po’ didattichese, di fatti troppo simili a quelli che già si conoscono, cosicché questa lettura ha il tono di un pamphlet di denuncia a cui manca un’ancora di salvezza, una possibile speranza, un lieto fine, il suggerimento di strategie di sopravvivenza praticabili.
Il rischio è che i lettori-docenti rivivano, rattristandosi, il clima di vacuità quotidiana che spesso regola la comunicazione fra dirigenza e insegnanti; e che il lettore-preside non si senta illuminato da nuove o stimolanti prospettive di rilancio del proprio ruolo.
Insomma, riformulerei il titolo in “Presidi da evitare”: curatori soprattutto della propria immagine, del proprio potere, inclini a circondarsi da insegnanti come loro, poveri di spirito e di cultura.
Le ultime pagine sono affidate a un giornalista, Antonio Mazzeo, che così riferisce il profilo professionale della dirigente del liceo Bisazza di Messina, inspiegabilmente condonata da una multa per truffa aggravata ai danni dello Stato: «Relatrice in importanti convegni nazionali della famiglia massonica del Supremo Consiglio d’Italia e San Marino del 33° ed Ultimo Grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, la dirigente... è Commendatore Imperiale Bizantino di San Costantino il Grande.»

Rossella Sannino

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