sabato 1 dicembre 2012

Che succede ai miei colleghi insegnanti in agitazione ?


“Centonove”
30.11.2012

I DILEMMI INFANTILI DEGLI INSEGNANTI (ES) AGITATI

Come prevedibile, la rivolta europea contro i tagli alla scuola pubblica è passata pure per la Sicilia. Via internet e per telefono le notizie corrono da una città all’altra, a Palermo ho potuto assistere a più di un’assemblea sindacale di docenti. La prima sensazione è stata di tenerezza: professori e professoresse di ogni età agitati (dopo anni di sopore) dall’indignazione, dai dubbi, dai propositi bellicosi tipici dei loro alunni. “I governi passano, ma tutti ci trattano con i piedi”; “La responsabilità è soprattutto nostra: siamo una categoria disorganizzata. I nostri sindacati proclamano tre o quattro giornate di sciopero diverse, senza riuscire ad accordarsi per una manifestazione unitaria. Così, ogni volta, ci troviamo in quattro gatti o poco più”; “Se scioperano tassisti o farmacisti, i governi si arrendono: se scioperiamo noi, non succede nulla. Anzi, i diretti destinatari del servizio - gli studenti - esultano”. Un sindacalista, tra i più accalorati, urla: “Le vecchie forme di protesta sono ormai logore. Dobbiamo inventarci qualcosa che dia davvero fastidio agli altri!”. Le proposte fioccano e, con la stessa velocità, si spappolano per aria: “Annulliamo i viaggi d’istruzione, così danneggiamo gli operatori turistici”; “Blocchiamo l’adozione dei libri, così danneggiamo l’editoria”; “Cancelliamo i ricevimenti dei genitori, così danneggiamo le famiglie”. A mezza voce, il vecchio docente alle soglie del pensionamento obietta: “Se vogliamo davvero rompere le scatole a qualcuno, continuiamo a fare lezione come ogni giorno: gli alunni non ce lo perdoneranno facilmente…”. Il più delle volte la tempesta si condensa in un bicchierino da rosolio: tuoni e saette producono un documento di protesta (sulla cui punteggiatura si discute mezz’ora) da inviare al ministero e agli organi di stampa. E che, ovviamente, non sarà letto da nessuno.
Davvero non c’è nulla da fare per incidere sulle scelte politiche di un governo? Due piccole cosette ci sarebbero. La prima: contribuire alla composizione di un parlamento decente per competenza e onestà. Ma già da questo punto di vista, gli insegnanti non si differenziano dalla media dei cittadini italiani: quasi metà non vota, più di un quarto vota per il centro-destra e meno di un quarto per il centro-sinistra e la sinistra. Il risultato è un parlamento incapace di esprimere, dal suo seno, un governo e, al massimo, disposto a sostituire l’allegra brigata Berlusconi con una squadra di tecnici seri. Dunque seriamente impegnati a costruire un Paese dai connotati conservatori, liberisti, filo-atlantici, clericali…Accettare, attivamente o astensionalmente, un progetto globale di società e protestare solo quando vengono toccati i propri interessi individuali e corporativi si chiama qualunquismo. Come avvertiva Paolo Borsellino, le proteste si fanno in piazza, ma le rivoluzioni con la matita e la scheda nel segreto dell’urna.
Come educatori, poi, gli insegnanti potrebbero sbilanciarsi anche su un secondo obiettivo: favorire la formazione di nuove generazioni di cittadini, più attenti ai dibattiti politici e meno disposti a vendere il proprio voto (o a tenerselo in tasca con sterile disprezzo verso chi andrà al potere lo stesso, senza certe fette di consenso e anzi grazie proprio a tale astensione). Facendosi scudo di un principio sacrosanto (“niente propaganda elettorale nelle aule”), la stragrande maggioranza degli insegnanti mette in pratica un principio molto meno sacro e molto meno santo: “niente cultura politica nelle aule”. L’andazzo è vecchio: l’analfabetismo politico si trasmette da una generazione all’altra con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. La Costituzione? Tutti l’esaltano, nessuno la legge. Quotidiani e telegiornali? Una perdita di tempo. Saggistica di qualità sui temi storici e contemporanei? Spreco di denaro…Così non solo i docenti, ma un po’ tutte le categorie professionali (che si formano nell scuole), tacciono quando un governo glissa sulla lotta contro l’evasione fiscale, investe cifre astronomiche in armamenti, dilapida risorse per alimentare il clientelismo e il familismo…per poi strepitare quando il medesimo governo - o la sua bella copia subentratagli – gli mette le mani in tasca.
Occuparsi di politica e suscitare nei giovani l’interesse - se non addirittura la passione – per essa: obiettivi troppo semplici per meritare d’essere perseguiti. Meglio illudersi che basta una settimana l’anno di agitazione collettiva per raddrizzare le gambe ai cani. Meglio ignorare che la dimensione politica non è un optional e che, se i cittadini non se ne occuperanno, sarà la politica ad occupare le loro vite. E talora a rovinarle.

Augusto Cavadi

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