sabato 8 dicembre 2012

Meditazione sul senso del natale

Nel numero odierno di “Adista - notizie” (Roma) è stata ospitata una traccia di omelia che mi è stata richiesta per il vangelo di natale (25 dicembre).
La pubblico insieme all’augurio, per ciascuno e ciascuna dei miei “venticinque lettori”, di un natale sereno - soprattutto per quanti hanno bisogno di eliminare le ragioni oggettive di non viverlo lietamente.

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“Adista” 8.12.2012

MEDITAZIONE SUL VANGELO DEL NATALE

Sin dagli inizi il cristianesimo è segnato da un paradosso. Il seme è la parola di un profeta ambulante nella periferia dell’Impero romano: se fosse rimasto tale, non avrebbe perduto la sua semplicità adamantina originaria; ma non avrebbe portato, neppure, frutti nella storia. Così da venti secoli – e chi sa per quanto tempo ancora – il cristiano è felicemente condannato alla dialettica fra fedeltà e creatività: fedeltà ad una purissima testimonianza sorgiva, creatività che traduca quel vulnerabile germoglio in categorie culturali sempre nuove, senza tradirne la sostanza.
L’autore del vangelo secondo Giovanni è tra i primi credenti ad imbarcarsi nell’impresa pressocché disperata: raccontare la novità messianica a un pubblico molto più ampio, e raffinato, degli abitanti del fazzoletto palestinese. Ed eccolo allora abbandonare l’universo simbolico della tradizione midrashica, popolato di angeli e pecorelle, di sovrani orientali e di asini mediterranei, per provare ad assumere le forme di pensiero e di linguaggio dei Greci ( e dei loro ammiratori): “In principio la Parola era; la Parola era alla presenza di Dio, e la Parola era Dio. Essa era presente con Dio in principio. […] E la Parola si fece carne e abitò fra noi. E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria d’Unigenito che viene dal Padre, pieno di amore fedele” (1, 1-2;14).
E’ forse il prodotto di questa inculturazione meno poetico, meno toccante, dei racconti della nascita secodno altri evangelisti? Non saprei. A me riesce commovente questa mossa d’inserire il fatto cristiano in una storia molto più antica e molto più ampia: la storia della ricerca di un Senso delle cose da parte dell’umanità. Nel lontano oriente il Tao; nel vicino oriente la Torah; presso i Greci il Logos: nomi diversi per indicare quel Principio radicale, e luminoso, che – con un sinonimo ormai logoro – potremmo anche chiamare Verità. Una Verità che - specificherà il medesimo testo evangelico – non è una costellazione di idee più o meno organicamente concatenate, ma Via da percorrere e Vita da sperimentare. Che cosa sarebbe l’esistenza, individuale e collettiva, se questa Parola costitutiva dell’universo e della storia non esistesse (fosse solo la proiezione chimerica di un desiderio) o restasse del tutto e per sempre, irrimediabilmente, inattingibile? Ce lo ha spiegato Nietzsche, un pensatore col quale la Modernità cede il passo alla Contemporaneità: “In principio era l’Assurdo; l’Assurdo era presso Dio, anzi era Dio. Questa la parodia più seria che io abbia mai udito”. Se un Senso originario, prima della fondazione di ogni mondo, non fosse, l’universo sarebbe solo un grande deserto senza luna e senza stelle.
Ma l’angoscia davanti allo scenario nichilistico è un motivo sufficiente per asserire, al contrario, che tutto viene dalla Luce e tutto va verso la Luce? In sede di ricerca razionale non basta. Una tesi non può essere preferita ad altre solo perché più confortante. Ma il vangelo, appunto, non è una filosofia (anche se può ispirarne, e ne ha ispirato, tante): è un’intuizione fiduciosa. Esso attesta che degli uomini e delle donne, in cerca come noi del Senso, hanno intravisto nelle parole e nei gesti - soprattutto nel modo di donare lo spirito vitale – di Gesù di Nazareth uno spiraglio nel grande buio che ci circonda. Non perché questo Maestro avesse segreti metafisici da rivelare, ma perché - attraversando come noi e prima di noi l’angoscia del Nulla – si è intestardito a servire. Senza condizioni e senza riserve. Nella sua vita e nella sua morte una Luce rifulse nelle tenebre (e nessuna pagina del vangelo ci obbliga ad escludere che abbia avuto modo di risplendere anche prima, dopo e in altri luoghi): la luce dell’agape, l’agape che è luce. Natale è tante cose, ma non sarebbe tutte queste cose se non fosse – prima di tutto ed essenzialmente – l’interiorizzazione di un’intuizione (e la decisione conseguente di tradurle operativamente): che l’amore gratuito è il senso dell’esistere. Che il vero amore della sapienza è la sapienza dell’amore.

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