martedì 12 febbraio 2013

Abolire il Mezzogiorno?


“Luoghi di Sicilia”
Sett.- ott. 2012 


ABOLIRE IL MEZZOGIORNO

Il Mezzogiorno è un problema? In tempi diversi – e da prospettive opposte – molti lo affermano. Da certo sicilianismo piagnone e rivendicazionista (che ha ottenuto, ad esempio, uno Statuto regionale speciale persino in anticipo rispetto alla Costituzione) a certo padanismo gretto e smemorato (che, non essendo riuscito a evitare l’Unione europea, si affanna per ottenere almeno la disunione d’Italia). Da qui la tentazione di invertire la risposta negando che ci sia una specificità della questione meridionale. In questo agile, ma compatto e intenso libretto (Abolire il Mezzogiorno, Laterza, pagine 150, euro 10,00), l’economista Gianfranco Viesti non cede alla tentazione: avanza, piuttosto, delle solide ragioni per dimostrare che, se vi è “una cesura netta fra il Mezzogiorno e gli italiani”, il “modo di sanarla non può essere che uno: abolire il Mezzogiorno”. Ma ciò “non significa certo abolire i problemi dell’Italia, dalla povertà alla criminalità, dal cattivo stato delle infrastrutture urbane alla disoccupazione, né evitare di notare che questi sono più intensi al Sud e che ciò dipende anche da aspetti negativi della cultura e della società meridionale. Significa tornare a usare il termine ‘Mezzogiorno’ per designare un territorio, un punto cardinale, una cultura, una parte del paese con non poche diversità dal resto, con i suoi vizi e le sue virtù, non come un problema in sé” (p. X).
Chi volesse sapere cosa può significare, in concreto, mirare a questo obiettivo non può che leggere direttamente, e per intero, le centocinquanta pagine del volume. Qui è possibile solo  qualche rapida evidenziazione, quasi casuale.
La prima riguarda la necessità di analizzare il Mezzogiorno in termini articolati, plurali: vederlo “come un insieme uniforme è l’errore più grave che si possa compiere” (p. 14). Significa non considerare che il “9% della superficie agricola siciliana è coltivata biologicamente (addirittura il 17% in Sardegna), ma solo l’1,6% in Campania”; né, al contrario, che “la dotazione della rete dei trasporti, in generale, e di quella ferroviaria in particolare è discreta in Campania (…), ma in Sicilia e in Sardegna è pessima” (p. 15). Significa, ancora, misconoscere che “la presa della criminalità organizzata sulla società e sull’economia è fortissima nella Sicilia occidentale, nella Calabria meridionale, intorno a Napoli, ma è invece del tutto assente in Abruzzo, in Molise, in Basilicata, e assai più debole in Irpinia o nel Cosentino”; o che – paradossalmente, ma sino a un certo punto – “la presenza dello spaccio di droga è un problema per il 15% dei campani (il doppio della media nazionale), ma solo per il 4% dei siciliani (la metà)” (p. 16).
Una seconda sottolineatura riguarda l’ambito della direzione operativa. Nel Sud abbondano molte “risorse immateriali” (legate “alle relazioni adriatiche della Puglia o alla storia dei rapporti della Sicilia con il mondo arabo; alle tradizioni e alle consuetudini locali”; “ai saperi contadini nel produrre frutta di qualità con pochissimi ausili chimici”; “all’attitudine all’accoglienza e alla tolleranza” come dimostrano i casi di Mazara del Vallo o del centro storico di Palermo). Ebbene si tratta di riconoscerle, di valorizzarle, di utilizzarle: di smettere di inseguire i modelli di sviluppo nordici – ciminiere fumanti e beni di consumo in eccesso – persino nell’epoca in cui hanno intrapreso la via del tramonto.

Augusto Cavadi

1 commento:

  1. Per come è presentato, mi pare un testo che non dovrebbe mancare nello scaffale di un docente di Storia che vuole essere attento e documentato sull'oggi. Grazie.
    Maria D'Asaro

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