sabato 16 febbraio 2013

Meritocrazia versus democrazia?


Pubblico, in versione integrale
un pezzo ospitato in versione ridotta su

“Centonove” 8.2.2013

A PROPOSITO DI MERITOCRAZIA E DEMOCRAZIA

E’ possibile conciliare la meritocrazia con la democrazia? Soprattutto in tempi di programmi elettorali ritornano certi interrogativi un po’ più di fondo, di scenario complessivo dell’agire politico. La storia occidentale non è certo unanime in proposito. Si oscilla da fautori della meritocrazia a spese della democrazia (mi parrebbe il caso di Platone) a propugnatori della democrazia a spese della meritocrazia (potrebbe essere il caso di Rousseau).

Nella Repubblica, infatti, Platone disegna una città ideale in cui a governare sono i saggi (per lui, socraticamente, coincidenti con i virtuosi) ai quali spetta il compito di scegliere, per la generazione successiva, i bambini e i ragazzi più adatti a rimpiazzarli. Per assicurare l’obiettività della scelta, senza familismi più o meno amorali, Platone ipotizza che i bambini di ogni fascia d’età vengano allevati insieme dallo Stato senza che sia possibile né ai genitori riconoscere i propri figli né ai figli sapere chi sono i propri genitori. La soluzione “comunista” non è però mai passata alla fase dell’attuazione storica: un po’ perché non è facile rinunziare al “riconoscimento” della paternità e (soprattutto) della maternità, un po’ perché questo modello di aristocrazia gerontocratica rischierebbe di bloccare il progresso sociale inducendo i giovani più ambiziosi a posizioni di tradizionalismo conservatore e di conformismo carrieristico. Senza contare che nessun sistema è infallibile: i governanti selezionano, dall’alto della loro saggezza, i ragazzini allevati in grandi istituti pubblici, individuando chi ha la tempra per sostituirli, chi ha le doti per usare le armi e infine chi dovrà lavorare per assicurare il sostentamento materiale dell’intera società; ma chi giudicherà la validità del giudizio dei governanti? Chi garantirà che, almeno in buona fede, non prendano talora lucciole per lanterne? Potrebbe capitare che un ragazzino sveglio, fantasioso, creativo, comunicativo e capace di adattamento come un camaleonte  - per esempio di nome Silvio – venisse prescelto dall’alto, ma riservasse col tempo amare sorprese. Come potrebbe riservarle qualche ragazzino riflessivo, diligentissimo, concentrato nello studio, incline a imparare le lingue e le tecniche statistiche, per esempio di nome Mario.

Insomma: si semplifica troppo il quadro nel caso di una meritocrazia senza democrazia. Ma non avviene altrettanto per chi miri a una democrazia senza meritocrazia? In questa ipotesi, il sistema ideale dovrebbe essere la democrazia diretta, assembleare: ogni testa un voto e la maggioranza vince. Ma è proprio il teorico della sovranità popolare, nell’accezione moderna della formula, Jean-Jacques Rousseau, a evidenziare una difficoltà: non sempre la somma aritmetica delle opinioni individuali coincide con l’opinione oggettivamente migliore; può darsi che i mille votanti di un cantone svizzero siano a stragrande maggioranza d’accordo su una deliberazione che non coincide con il vero bene del cantone. Così Rousseau è costretto a introdurre una distinzione un po’ capziosa fra la “volontà di tutti” (maggioranza quantitativa) e la “volontà generale” (maggioranza qualitativa). Neanche questa soluzione, come la platonica, ha avuto attuazioni storiche (almeno di estensione ampia e di durata significativa): da Robespierre in poi, la storia si è incaricata di mostrarci quanto sia facile per qualche dittatore, soprattuto se animato dalla lodevole intenzione di trasformare la terra in paradiso, rinnegare la volontà delle maggioranze aritmetiche in nome della propria volontà arbitrariamente spacciata per “volontà generale”.
Si potrebbe ipotizzare che proprio i difetti della democrazia diretta, assembleare, abbiano indotto molte società (per esempio i padri della Costituzione italiana) a privilegiare - tranne pochi casi affidati ai referendum popolari - la democrazia indiretta, rappresentativa: tutti votiamo, ma non tutti decidiamo. Tutti votiamo per individuare chi avrà avere il compito di decidere: tutti votiamo per individuare chi di noi occuperà, per un certo periodo temporale, quegli organi deliberativi che si chiamano Parlamento a livello nazionale e poi, via via, Consiglio regionale, Consiglio provinciale, Consiglio comunale, Consiglio di circoscrizione.
Se non vado errato, è proprio nel caso in cui si accetti la democrazia per via elettorale che si impone in tutta la sua gravità la questione meritocratica: che qualità devono avere i citttadini che, per quattro o cinque anni, potranno condizionare pesantemente - in positivo e in negativo - la vita quotidiana di tutti noi? Dovranno essere tra i più furbi, tra i più abili nel far soldi, tra i più sognatori ? Si potrebbe rispondere: tra i più competenti e i più onesti. Ma anche questa è una formula tanto più condivisibile quanto meno si prova ad applicarla. Ho ancora vivo il ricordo di una conversazione in treno con Paolo Viola, uno storico prematuramente scomparso alcuni anni fa. Convinto di sfondare le porte aperte, avevo chiesto in forma retorica: “Affideresti la guida della città a un soggetto a cui non affideresti le chiavi di casa?”. La risposta è stata : “Se devo affidare le chiavi di casa preferisco un amico onesto; se devo affidare la guida della mia città, preferisco un politico disonesto ma capace di amministrare”.
Che significa l’aneddoto? Che se avessimo da scegliere persone complete, massimamente competenti e massimamente oneste, tutto andrebbe liscio. In concreto, nessuno di noi è perfetto: ogni elezione mira, realisticamente, al dignitoso compromesso fra liste e candidati che incarnano, in misura variabile, meriti differenti.
La cronaca, anche recente, ci offre esempi di stanchezza dell’opinione pubblica nella individuazione e nella valutazione di questi mix: così c’è chi sceglie l’onesto a discapito della capacità (è avvenuto con molti sindaci, negli anni Novanta, tratti dalla società civile); c’è chi sceglie il capace, o il sedicente tale, a discapito dell’onestà (non dico con chi è avvenuto a livello nazionale per rispettare la par condicio pre-elettorale, tanto chi non se ne è accorto con i suoi occhi sinora non muterà opinione solo perché glielo indico io); c’è chi getta la spugna e, per non accettare compromessi, non vota per nessuno.
Anche a volere accettare, come per la verità ritengo inevitabile, il criterio del compromesso per la scelta del più meritevole - o del meno immeritevole - fra i candidati politici, la questione è complicata da un grappolo di considerazioni. Soprattutto tre.

a) Che significa onestà? Con quale metro giudicarla? Nella famiglia di mia madre avevo un congiunto al quale sono stato affezionatissimo sino alla sua morte. Se onestà significa incapacità di appropriarsi di una lira non propria, è stata una delle persone più oneste he abbia incontrato in vita mia: non solo non si appropriava dei soldi altrui, ma andava distribuendo a destra e a manca  i soldi propri. Per questa sua generosità, ritenuta a torto o a ragione eccessiva, la moglie – di fatto – gli interdisse l’accesso alle finanze familiari. Ebbene, ricordo che questa persona riteneva normale offrire, senza il minimo contraccambio (se non forse una certa gratitudine morale), la sua mediazione per raccomandare chiunque avesse bisogno di vincere un concorso pubblico; di avere una pensione d’invalidità; di ottenere un diploma magistrale…Con il senno di adulto, ritengo che questa logica  - per quanto intenzionalmente altruista – fosse intrinsecamente disonesta. Ma come giudica la media dei cittadini? Quando fu assassinato l’eurodeputato Salvo Lima, su due diversi quotidiani lessi due dichiarazioni indipendenti. Una del parroco di Mondello, celebre località balneare  all’interno del Comune di Palermo, don Savarino: “Peccato, che perdita! Ha aiutato decine di ragazzi della mia parrocchia  a trovare lavoro”. L’altra dell’arcivescovo di Monreale, mons. Cassisa: “Peccato, che perdita! Proprio due giorni fa gli avevo chiesto un favore ed era corso qui in arcivescovato per mettersi a disposizione”. Con questa mentalità, si offusca la differenza fra chi è onesto perché rispetta gli altri attraverso il rispetto delle regole e chi ritiene che il rispetto degli altri passi attraverso la violazione delle regole.

b) Un’altra angolazione dalla quale viene contestata la meritocrazia  è costituita dall’ottica tribale. Le qualità oggettive di un candidato a un impiego pubblico vengono considerate trascurabili rispetto alla sua appartenenza sindacale o partitica o ecclesiastica o a qualsiasi altra organizzazione (legale, illegale o borderline). Tralasciamo i casi clamorosi di cosche mafiose, logge massoniche come la P 2 o sodalizi religiosi come l’Opus Dei. Ho in mente, ad esempio, un ‘onesto’ sindacalista della CGIL che mi riferiva, senza neppure un’ombra di autocritica, di aver fatto parte della commissione esaminatrice di giovani aspiranti a un posto - considerato modesto – di netturbino e di essersi prefisso di dare la precedenza a tutti gli iscritti al suo sindacato: “Dopo anni di subire le discriminazioni dalle forze di destra e di centro, era arrivato il momento di risarcire i nostri militanti!”. Gli obiettai, invano, che la vera rivoluzione si sarebbe  realizzata qualora un commissario di sinistra avesse, finalmente, imposto il rispetto di regole oggettive e promosso l’assunzione dei più meritevoli, indipendentemente dall’appartenenza sindacale.

c) Non vorrei tacere del rifiuto della meritocrazia di matrice ideologica (quindi più raffinato di altri) e che tocca da vicino l’esperienza professionale degli insegnanti. Per chiarezza distinguerei due ambiti: alunni e docenti. Sugli alunni ha pesato come un macigno il fraintendimento della lezione di don Lorenzo Milani che denunziando gli svantaggi dei figli dei poveri non intendeva certo sostenere che li si dovesse promuovere lasciandoli ignoranti, bensì facendoli studiare il doppio rispetto ai figli dei ricchi. Sui docenti, invece, ha pesato un malinteso spirito corporativo: non facciamoci giudicare da nessuno perché così si indebolirebbe il fronte sindacale. Risultato: sono l’unica categoria di professionisti dove non si fa carriera in quarant’anni di servizio, a meno che non decida di…cambiare professione (diventando dirigente scolastico o ispettore ministeriale).

Ma, prima di chiudere, si impone una doppia precisazione. La questione della compatibilità fra democrazia e meritocrazia sarebbe agevolmente solvibile sul piano logico, astratto: non solo sono compatibili, ma addirittura  inseparabili.  Non ci può essere democrazia se non si riescono a individuare i rappresentanti del popolo (demos) - cui attribuire potere (crazia) -  mediante la valutazione dei meriti. Perché allora la parola “meritocrazia” suscita tanto spesso sospetto, se non rigetto?  La situazione psicologica non cambierà certo sino a quando non muterà la prassi consolidata: i poteri, conferiscono prestigio e remunerazione economica, ma non implicano maggiore responsabilità sociale. Sono solo titoli per godere di privilegi e immunità. Penso che dietro il rifiuto  (a  mio parere insensato) della nozione stessa di meritocrazia  ci sia il rifiuto (a mio parere sacrosanto) del potere come occasione di mera ascesa individualistica nella scala sociale. Affinché ciò non avvenga, non c’è altra difesa che un controllo democratico di chi è arrivato ad esercitare potere. Così il cerchio si chiude: non solo la democrazia ha senso solo in un sistema meritocratico, ma a sua volta la meritocrazia ha senso solo in un sistema democratico.

Augusto Cavadi                             


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