sabato 23 marzo 2013

Le parole per dire la bioetica


“Centonove”
22.3.2013

       LE PAROLE PER DIRE LA BIOETICA

Sempre più spesso parole come “accanimento terapeutico”, “screening genetico” “ogm”, “Fivet”…circolano nei discorsi pubblici e nelle conversazioni private. A forza di sentirle ripetere ci illudiamo di conoscerne il significato e raramente ci preoccupiamo di verificare la corrispondenza fra ciò che abbiano in mente e ciò che intendono gli altri. Una volta mia madre, più che ottantenne, mi ha fatto ridere di cuore proclamando tutto il suo sconcerto per la moltiplicazione di tanti “uomosessuali” nella società contemporanea; ma, qualche tempo dopo, anche un prete, più colto della media dei suoi colleghi, mi spiegava di sentirsi solidale  verso le persone omosessuali e lesbiche: capii, dal seguito della chiacchierata, che aveva aggiunto “lesbiche” perché anche per lui - molto più istruito di mia madre - “omo” stava per ”uomini” e non per “simile”. Senza  contare fraintendimenti meno divertenti come l’identificazione semantica di “eutanasia” e “sterminio dei malati”. Con questo livello di preparazione, tremo ogni volta che i politici si avventurano in dibattiti bioetica: sia che assumano decisioni accontentandosi della propria incompetenza sia che, populisiticamente, si appellino a metodi referendari per misurare le opinioni dei cittadini. Da oggi, però, nessuna ignoranza è più giustificabile perché con solo 38 euro (e molto meno se, al posto della edizione cartacea, si sceglie la versione in pdf) la pionieristia casa editrice “Villaggio Maori” di Catania ha messo a disposizione di un vasto pubblico il “Dizionario di bioetica” a cura di Gaetano Vittone (coadiuvato, nella stesura di circa trecento voci per un totale di 470 pagine, da trenta studiosi di estrazione disciplinare e di orientamento culturale differenti).
       Da un’opera di questa mole non si può pretendere nessuna omogeneità di stile (e forse non sarebbe neppure auspicabile): così il lettore coglie senza fatica la matrice scientifica di autori responsabili di voci mediche (come anencefalia) e la matrice umanistica di autori che hanno redatto, invece, voci filosofiche (come angoscia o solitudine). Il pluralismo non si limita alla diversità delle prospettive di studio, ma si evince anche dal registro linguistico delle voci: alcune delle quali hanno un carattere più asciutto e asettico  (come ad esempio consenso informato), altre un timbro meno tecnico e più discorsivo (come nel caso di corpo/corporeità).
      Nel complesso si può riconoscere che il prezioso sussidio (più affidabile certamente di motori di ricerca sul web che rintracciano, senza discriminare, testi autorevoli e pagine inaffidabili) abbia raggiunto l’obiettivo ribadito nella Prefazione dal curatore: offrire le strumentazioni di base per chiunque voglia accostarsi, per curiosità o per mestiere, ai temi della bioetica che ormai, ben oltre gli angusti confini di una disciplina fra tante, è diventata la “coscienza critica della civiltà tecnologica”. Come avverte lo stesso Vittone, un dizionario del genere non può che restare aperto, come e più di ogni dizionario, all’aggiornamento e all’integrazione, se vuole essere e mantenersi  “specchio fedele dei mutamenti significativi che avverranno nel corso degli anni”. Personalmente vedrei con particolare urgenza l’aggiunta di voci che ho cercato invano come “adulterio”, “pedofilia”, “poliandria”, “poligamia”, “prostituzione”, se necessario al posto di altre voci, attualmente presenti, come “fuga” o  umiltà”, che riterrei meno necessarie in un’opera dedicata alla bioetica.

 Augusto Cavadi
www.augustocavadi.com

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