sabato 14 settembre 2013

La "memoria sovversiva" di don Pino Puglisi in due libri recensiti da Maria D'Asaro

Vent’anni fa, il 15 settembre 1993, Cosa Nostra assassinò padre Pino Puglisi. Il 25 maggio scorso la Chiesa cattolica lo ha proclamato beato per la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, riconoscendone il martirio per mano della mafia “in odium fidei”. Di recente due libri hanno riproposto in modo diverso, ma egualmente efficace, la vita e l’opera di 3P. Il primo, Beato tra i mafiosi (Di Girolamo, Trapani, 2013, €15) è un saggio a più voci, in cui i tre autori, Francesco Palazzo, Augusto Cavadi, Rosaria Cascio, ci offrono insieme un’inedita ricostruzione storico-sociale di Brancaccio, il difficile quartiere in cui 3P fu assassinato, alcune riflessioni filosofico/teologiche sulle caratteristiche di “un prete (quasi) normale” e una sintesi del senso e del valore pastorale del metodo “puglisiano”.
Francesco Palazzo ci tiene a sfatare un luogo comune: che a dare fastidio alla mafia sia stata soprattutto l’azione di padre Pino a favore dei bambini. Mentre, secondo le testimonianze raccolte e la convincente analisi dell’autore, padre Puglisi, forse lasciato un po’ troppo solo dalla Chiesa ufficiale, sarebbe stato ucciso perché operava “in maniera sistematica e insistente con gli adulti nel territorio, fuori dalla sagrestia”. Adulti del territorio per i quali venne fondato un centro di accoglienza e di promozione umana, il centro “Padre nostro”, che avvicinava le famiglie dei carcerati e aiutava le persone a essere protagoniste della loro vita e delle loro scelte. Gesto dirompente, in un quartiere in cui la mafia aveva il controllo del territorio.  
Ma che tipo di prete era 3P? Sebbene egli stesso abbia detto chiaramente di non sentirsi un prete antimafia, Augusto Cavadi sottolinea che non per questo padre Pino è stato neutrale o equidistante, perchè “chi si alimenta alla fonte del Vangelo (…) e della costituzione italiana (…) non ha bisogno di etichette estrinseche”. Cavadi accosta poi la sua figura a quella di mons. Oscar Romero, il vescovo assassinato a san Salvador. Entrambi: “quando vedono con i propri occhi il volto demoniaco del dominio violento e prevaricatore, non arretrano. Capiscono che, pur essendo in primis responsabili dell’evangelizzazione, non possono limitarsi ad essa: devono prepararla, accompagnarla e seguirla con un’azione di promozione sociale”. Ecco allora il metodo “puglisiano” delineato da Rosaria Cascio: testimoniare il Vangelo dentro la storia, non considerare la parrocchia solo come dispensatrice di sacramenti, aprire la comunità ecclesiale alle attese e ai bisogni del territorio, con un’attenzione particolare per gli ultimi.
      Ritratto a tutto tondo dell’uomo e del sacerdote, quello di Francesco Deliziosi  in Pino Puglisi, il prete che fece tremare la mafia con un sorriso (BUR, Milano, 2013, €11): libro che, sulla base di una documentazione ampia e approfondita, fa emergere la figura di un prete di cui non si può non essere affascinati. Grazie anche al profondo e consolidato legame di amicizia tra l’autore e padre Puglisi, che lo ebbe come allievo al liceo dove insegnava, Deliziosi ci offre una monografia davvero ricca e attraente, che dopo aver esplorato gli anni della sua formazione, ci racconta le sue vicende di parroco a Godrano, piccolo centro della provincia a 750 metri, dove 3P scherzosamente esclamava : “Sono il prete più altolocato della diocesi”. A Godrano padre Pino, chiamato “u parrinu chi cavusi”, riesce a riconciliare famiglie che si odiavano per una faida vecchia e sanguinosa.
    Il libro percorre poi gli anni trascorsi a Palermo dove, prima di accettare per spirito di servizio di fare il parroco a Brancaccio, padre Puglisi sarà direttore del centro diocesano vocazioni e si occuperà di formazione e assistenza spirituale a 360° per giovani e non. Un prete con “un’attitudine straordinaria all’empatia (…) che ti dava la calda certezza di guardare solo te e di parlare solo con te, tu e lui soli nell’universo. Se ci incontreremo col Signore (…) io credo che avremo la stessa sensazione”.
    Un prete che, secondo l’ideale di Karl Rahner, fu capace di sopportare “la pesante oscurità dell’esistenza assieme ai fratelli” e di avere il coraggio “di far sua la non-forza della Chiesa”. Un prete che Cosa nostra decide di uccidere perché, come dirà il mafioso Bagarella “predica tutta ‘arnata (tutto il giorno)”, nella “costruzione di un’alternativa che svuotava dall’interno lo spazio della mafiosità”. Un prete “palermitano di Brancaccio, obbediente, povero, buono, coraggioso, impossibile da infangare, impossibile da zittire”. Un prete esile e minuto che, per non perdere tempo, mangiava … nelle scatolette e che, col suo sorriso e la sua carica umana e spirituale ridava la voglia di vivere anche a persone duramente provate dalla vita. Un prete che rispondeva a chi gli diceva di non sfidare i mafiosi: “Il massimo che possono farmi è ammazzarmi. E allora?”, mostrando la sintonia con le parole pronunciate nel 2000 da Giovanni Paolo II: “Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana (…) non può escludere la prospettiva del martirio dal proprio orizzonte di vita.” Un prete che, in un colloquio con un amico ferroviere, gli ricordava che i santi non sono figure reali, irraggiungibili, ma persone che hanno vissuto in coerenza con Cristo.
     E allora, da queste due ottime rivisitazioni della sua vita e del suo impegno, un’unica raccomandazione: non trasformare padre Puglisi in un’icona da venerare, ma raccoglierne il testimone. Iniziando  a vivere un cristianesimo incarnato che mostri con i fatti che mafia e Vangelo sono incompatibili. Che in quest’opera, difficile e per nulla scontata, il sorriso di 3P, “che fece tremare la mafia”,  ci accompagni e ci illumini.    

                                                   Maria D’Asaro   (“Centonove” n.34 del 13.9.2013) 

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