domenica 27 ottobre 2013

Se un parroco chiede ai fedeli di pregare per Totò Cuffaro


“Repubblica – Palermo” 26.10.13
I RITARDI DELLA CHIESA CHE PREGA PER I POTENTI


Che male c’è se un parroco siciliano (in questo caso don Antonino Scibilia, di Rometta Marea nel messinese) chiede di pregare per un fedele che da alcuni anni è ristretto nelle patrie galere? La chiesa cattolica non ha previsto, fra le opere di misericordia spirituale, la visita ai carcerati per portar loro conforto? Nulla da eccepire, dunque. Neppure se il detenuto si chiama Salvatore Cuffaro ed è stato condannato per favoreggiamento di mafiosi. Ma allora perché l’invito del prete, nel corso dell’omelia domenicale,  è stato accolto dai presenti (o da alcuni presenti) con vivaci reazioni di insofferenza?
     In ogni comunità locale agiscono dinamiche difficilmente decifrabili, ma un osservatore esterno   - ‘esterno’ sino a un certo punto: è chiaro che il rapporto fra mafia e chiesa cattolica è un nervo tuttora scoperto -  non può fare a meno di notare alcuni elementi. Primo fra tutti: l’intenzionalità ad personam della preghiera. Davanti all’Eterno siamo tutti uguali: se migliaia di corregionali sono in galera, perché ricordarne uno e dimenticare tutti gli altri? Difficile sostenere che il piccolo spacciatore di erba o il firmatario di assegni scoperti siano colpevoli di reati più odiosi di chi ha colluso con Cosa nostra, infernale fabbrica di delitti e di soprusi sistemici.
   Proprio la risposta all’interrogativo costituisce un secondo elemento di valutazione. Totò Cuffaro aveva donato, quando era il padrone della Sicilia, quasi un milione di euro per completare la costruzione dell’oratorio parrocchiale: se lo avesse fatto di tasca propria, come negargli un ricordo grato e una preghiera solidale?  Ma si dà il caso che  quel gruzzolo di denaro non sia provenuto dai risparmi privati di un benefattore, bensì dalla finanze pubbliche (faticosamente alimentate da tasse versate dai cittadini più onesti o più fessi). Nulla di strano, dunque, che dei cattolici praticanti consapevoli possano aver chiesto la rimozione di una targa gratulatoria in memoria di un gesto equivoco: un tentativo di comprare il consenso elettorale più che di favorire la promozione sociale di un territorio; l’ennesima manifestazione di un favoritismo clientelare-confessionale che, nelle coscienze civicamente educate, provoca più fastidio e vergogna che compiacimento campanilistico.
     D’altronde non è la prima volta che qualche prete invita a intercedere per Salvatore Cuffaro (per esempio alla vigilia della sentenza di condanna in primo grado fu organizzata in una parrocchia della Palermo-bene una veglia di preghiera, prontamente commentata con sottile ironia da don Cosimo Scordato in una chiesa di Ballarò: “Anch’io mi associo alla preghiera dei miei fratelli che, suppongo, abbiano chiesto a Dio di illuminare i giudici affinché si pronunzino secondo verità e giustizia”). Perché  - ci si chiede con malcelata angoscia – nessun prete invita a pregare (anche, soprattutto, prima di tutto) per le vittime di Cosa nostra e dei suoi supporter ? Non è un po’ sospetta la misericordia prët-à-porter per i potenti in disgrazia che dimentica di rivolgersi, almeno contestualmente, a chi è stato derubato di affetti e di beni materiali da quei potenti e dai loro complici criminali? Nel ventesimo anno del martirio di don Pino Puglisi a Brancaccio  - anno della sua beatificazione solenne in quanto martire di mafia – non è questa mentalità né questo stile che ci si attende dal clero siciliano. Questa è – o dovrebbe essere – acqua passata. La chiesa di papa Francesco, in quanto sollecitata a riscoprire le preferenze evangeliche di Gesù di Nazaret, può dedicarsi a consolare i colpevoli pentiti solo dopo aver fatto di tutto perché essi, concretamente ed efficacemente, abbiano riparato le ferite inferte al tessuto sociale e, in particolare, a chi ha perduto la vita o la propria personale serenità nel tentativo di non piegarsi al sistema di dominio mafioso, odiosa “struttura di peccato”.

Augusto Cavadi

4 commenti:

  1. Riflessioni ... impeccabili, ineccepibili, imperdibili.
    Grazie.
    Maria D'Asaro.

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  2. Francesco Dipalo27 ottobre 2013 09:51

    silenzio umiltà queste sono le uniche condizioni grazie alle quali si vive il pentimento e il perdono. scorciatoie non ne esistono. a tali personaggi va riservato, nel loro stesso interesse, il trattamento che avrebbe dovuto ricevere Priebke: l'oblio, l'annichilimento della memoria (non quella dei crimini commessi certo)

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  3. Ottimo commento!
    Elio

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  4. Caro Augusto stavolta mi sembri francamente "eccessivo".
    Normalmente non prego per nessuno, ma ricordo che si prega per chiunque e "a fin di bene", si presume.
    La preghiera, mi pare, ha come scopo la salvezza dell'anima, a prescindere e comunque "sia stato" il suo corpo.
    Mi fermerei e apprezzerei l'opera di misericordia.
    Infine il mancato coinvolgimento degli altri "bisognosi" non implica la loro dimenticanza.
    Grazie e a presto, mitico.
    Guido Martinoli


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