lunedì 16 dicembre 2013

LIBERI DI PARLARE ANCHE IN CHIESA, SOPRATTUTTO IN CHIESA


“Centonove” 29.11.2013

LIBERI DI PARLARE ANCHE IN CHIESA, SOPRATTUTTO IN CHIESA

     Maria D’Asaro e Ornella Giambalvo sono tra le tantissime persone che, da decenni, partecipano alla più straordinaria liturgia eucaristica cattolica che si celebri a Palermo: la messa domenicale presieduta nel quartiere Ballarò da don Cosimo Scordato. Per festeggiarne il 65mo compleanno hanno pubblicato, col titolo Libertà di parola (Cittadella editrice, Assisi 2013, pp. 308, euro 19,00), una corposa selezione per tematiche delle sue omelìe che sarà, per molte persone che le abbiano ascoltate direttamente (per esempio per molti studenti provenienti dalla Sicilia che hanno trascorso alcuni anni nel vicino pensionato universitario “San Saverio”), motivo di gioia intellettuale ed esistenziale rilmeditare.  Anche perché le pagine ci restituiscono, quasi integralmente, la figura del presbitero bagherese trapiantato a Palermo.
                 Una prima caratteristica di don Scordato è la sua discrezione. Anche in queste prediche la sua è una presenza più per sottrazione che per esibizione. Rarissimi o del tutto inesistenti, infatti, i riferimenti autobiografici: secondo lo stile di Gesù di Nazareth, egli non annunzia sé stesso, bensì il Regno di Dio. Come il vangelo non è cristocentrico, bensì teocentrico (o, se volessimo essere puntigliosi, regnocentrico), così questi commenti al vangelo non sono cosimocentrici perché chi le pronunzia non è  l’annunziatore di sé stesso, bensì un dito che rinvia ad altro: all’Altro che è il Padre, all’altro che è il fratello.
                  Questa discrezione non equivale ad assenza di originalità. Don Scordato vuole essere fedele alla Parola di Dio: ma questa fedeltà consiste nel ripeterla come fossimo magnetofoni, pappagalli ammaestrati? O non piuttosto nell’interpretarla alla luce della storia in cui siamo immersi e da cui siamo sfidati? Egli non si sottrae al compito di interrogare la Bibbia a partire dalla quotidianità, dalla concretezza della cronaca. La sua fedeltà è l’unica fedeltà possibile nella tradizione biblica: è una fedeltà creativa. E questa è una seconda caratteristica della sua personalità che emerge da queste pagine. La Bibbia è cresciuta su se stessa proprio perché, sino a quando non è stato fissato un canone, ogni narratore aveva la libertà di ampliarla, approfondirla, attualizzarla. La Bibbia non è per i cristiani ciò che il Corano è per i musulmani: ai cristiani non importa custodire in bacheca un Libro per non farlo sporcare dalla polvere dei secoli, quanto piuttosto una storia – che continua sino ad oggi, che continuerà sino alla fine di questo mondo - di cui quel Libro è parziale, incompleta, narrazione.
    Questa discrezione, questo procedere con gli altri evitando di mettersi davanti agli altri, lo si nota particolarmente perché, se è una virtù rara fra noi esseri umani, è addirittura rarissima tra i preti. Qui tocchiamo una terza caratteristica del modo di essere e, dunque, di predicare di don Cosimo: la sua laicità. Egli è prete tanto poco quanto Gesù volle essere sacerdote. Una volta, rispondendo ad una mia domanda nel corso di una lunga intervista che divenne un libro, egli sostenne che  “il ‘presbitero’, letteralmente ‘l’anziano’, non ha una ‘parte’ da recitare né tanto meno da far prevalere sugli altri: egli dovrebbe essere soltanto il ‘luogo’ visibile (perché il luogo in senso assoluto è lo Spirito di Cristo) in cui i ‘laici’ si incontrano”. E davvero don Cosimo, con la sua comunità della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria,  è stato ed è per molti di noi laici un ‘luogo’ di incontro, di fecondazione delle diverse identità culturali, di meticciato delle nostre diverse culture di provenienza.
      L’invisibilità di don Cosimo, la sua originalità malgrado sé stesso (“a sua insaputa”), la sua laicità. Ma vorrei aggiungere almeno una quarta caratteristica che fa continuamente capolino nelle sue omelie: il suo humour. Egli prende la vita con… teologia, ma anche con…filosofia: è un maestro nell’arte di sdrammatizzare, di vedere le cose da un punto così alto che esse si ridimensionano e si manifestano nella loro piccolezza. Le battute umoristiche anche nel bel mezzo di un commento serissimo al vangelo del giorno non sono solo sintomo di un carattere positivo, allegro, resistente; bensì anche di un distanziamento ironico tipico di personalità così sagge da  saper ridere, o per lo meno sorridere, delle miserie umane. Non posso fare a meno di chiudere con un ricordo personale a questo proposito. Circa venti anni fa una ragazza del Centro sociale gli riferì scandalizzata che un parroco della Palermo-bene, a cui si era rivolta per chiedere il permesso di vendere all’uscita dalla messa alcuni oggettini di natale preparati dalle donne del quartiere, le aveva risposto: “No, cara. I vostri regalini continuate a venderli a Ballarò. Di’ a don Scordato che ognuno si munge la sua vacca”. Forse qualche altro prete sarebbe rimasto dispiaciuto, se non offeso, dalla risposta, ma Cosimo si limitò ad osservare seraficamente: “Dovete capirlo, il mio confratello è abituato a un linguaggio… pastorale”.
      Augusto Cavadi

1 commento:

  1. LE PAROLE DI DON COSIMO

    "Libertà" di per sè è inconfinabile... Le parole di don Cosimo non possono e non devono restare aldiqua dello stretto. Maria e Ornella hanno fatto un grande lavoro: potercene servire, per imparare tante belle parole (e non "belle" parole), è il miglior dono di Natale che potessimo ricevere. Come ricambiare? Non è previsto. Avete mai visto Babbo Natale chiedere qualcosa in cambio per i suoi doni? Il mio desiderio è che quelle parole non abbiano confini, e che dalla migliore (ma anche no) Sicilia possano approdare - oltre lo stretto, ad ogni stretto modo di pensare - sottocasa di chiunque ne abbia bisogno. A cominciare dall'alto.

    DOC (R2°)

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