giovedì 30 gennaio 2014

La responasabilità della scuola per la perdita di posti di lavoro


“Palermo – Repubblica”
30.1.204

LE RESPONSABILITA’ DELLA SCUOLA 

NELLA PERDITA DEI POSTI DI LAVORO


    Le cronache di questi giorni ci informano di due dati che, senza eccessivi sforzi di fantasia, si rivelano connessi. Il primo è stato reso noto da Antonio Rallo, presidente regionale di Assovini: molte aziende siciliane, quando attivano relazioni commerciali con Paesi esteri, sono costretti ad assumere personale straniero perché dalle nostre parti i giovani conoscono poche lingue e, per giunta, poco bene. Responsabilità del sistema scolastico italiano? Non esclusivamente (molti giovani, infatti, appena hanno la possibilità di viaggiare si fiondano nei villaggi turistici ed evitano ciò che i loro colleghi stranieri prediligono: andare a lavorare per brevi periodi, facendo full immersion, nei Paesi di cui vogliono imparare davvero la lingua), ma in buona misura sì. Alle scuole elementari tutti gli insegnanti sono obbligati, in questi ultimi anni, a seguire un corso di inglese per insegnarlo (anche se non lo hanno mai studiato in vita loro e non hanno nessuna propensione a farlo); così, mentre migliaia di laureati restano a passeggio, i pargoli ricevono un pessimo imprinting linguistico.
 La situazione non migliora nelle scuole superiori. Si sprecano soldi, privati e degli istituti, per viaggi d’istruzione che, nell’ottanta per cento dei casi, non istruiscono per niente; molto meno si investe in gemellaggi e stage che, invece, supportano davvero l’apprendimento della seconda lingua. Per giunta, gemellaggi e stage prevedono un contributo finanziario più consistente da parte delle famiglie, col risultato sconfortante che chi ha più opportunità di imparare le lingue ne ha altre, chi ne ha di meno resta con le poche che ha.
   La situazione cambierebbe se si abbassasse l’età media degli insegnanti? E siamo alla seconda notizia di cronaca: molti docenti sessantenni chiedono di poter andare in quiescenza per lasciare spazio a colleghi più giovani o precari o addirittura in cerca di prima occupazione, nella convinzione che una minore distanza anagrafica fra professori e alunni andrebbe certamente a vantaggio della preparazione di questi ultimi. Mettendo fra parentesi i singoli casi, e parlando in linea generale, questa tesi è falsa. Non perché sia vera l’antitesi (quasi che i professori, come le galline, invecchiando facciano brodo migliore), ma perché l’età è ininfluente sulle prestazioni di un insegnante. Ci sono insegnanti che peggiorano con l’età, altri che migliorano; altri ancora che bravi sono e bravi restano nel corso del servizio; e altri, infine, che inadatti erano all’inizio e inadatti restano sino alla fine.  E’ vero: abbiamo avuto tutti l’esperienza del professore anziano che entra in aula sbadigliando e chiacchiera del più e del meno per far scorrere l’ora. Ma anche l’esperienza del professore anziano che entra in aula puntuale, rilassato e in grado di rasserenare col suo solo sorriso gli animi degli alunni esacerbati dalla docente giovane e isterica che se ne è appena uscita due minuti prima. Il nodo è stato ed è un altro: il patto perverso per cui lo Stato non seleziona con cura i suoi docenti (appoggiato all’unanimità dai sindacati di categoria preoccupati della disoccupazione giovanile) né li sottopone ad alcuna seria valutazione in itinere,  ma in cambio li paga poco e gli nega una vera carriera (a meno che non abbandonino la funzione docente per abbracciare quella, totalmente diversa e non sempre più nobile, di dirigente scolastico).
     Allora ci si preoccupi, come è giusto, dell’inserimento in ruolo dei docenti precari: ma non a qualsiasi costo. La scuola non può continuare a funzionare da ammortizzatore sociale per lenire la disoccupazione intellettuale. Se vogliono dare una mano, gli insegnanti agli sgoccioli degli anni di servizio possono chiedere una riduzione delle ore di insegnamento (ovviamente rinunziando, se se lo possono pernettere, a una proporzionale percentuale dello stipendio) e cominciare a fare spazio ai più giovani. Purché i viticultori siciliani non debbano continuare a ricorrere a personale straniero per poter vendere i nostri prodotti all’estero.
                                 Augusto Cavadi

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